Ecco cosa scriveva Francesca Albanese il 28 marzo 2024 nel suo primo report da osservatrice ONU.
Le operazioni israeliane su Gaza, allora, duravano da solo cinque mesi. E questo dettaglio, vi prego, va tenuto bene a mente leggendo il resto.
La versione esaminata è quella già tradotta dall’inglese (lingua originale del documento protocollato dall’Assemblea Generale ONU) a cura del Dipartimento di Diritto Penale Internazionale “Cesare Beccaria” dell’Università di Milano, cosa sufficiente a garantirne la massima attendibilità.
Il contesto è drammatico fin dall’incipit: in cinque mesi di escalation militare sono stati uccisi oltre 30.000 palestinesi, tra cui 13.000 bambini; 12.000 sono i morti presunti e 71.000 i feriti. Il 70% delle aree residenziali è stato distrutto, l’80% della popolazione è stata sfollata con la forza.
“Ci sono ragionevoli motivi per credere che la soglia che indica come Israele abbia commesso un genocidio sia stata raggiunta“, scrive Albanese. Perché? Ce lo spiega: “tramite le figure della propria leadership esecutiva e militare, e con i propri soldati, Israele ha intenzionalmente distorto i principi dello ius in bello, sovvertendo la loro funzione protettiva, tentando così di legittimare la violenza genocida contro il popolo palestinese“.
Introduzione
Albanese premette che, a causa del veto israeliano a farle visitare Gaza, ha dovuto studiare dati e analisi di organizzazioni attive sul campo, la giurisprudenza internazionale, i rapporti investigativi e le persone colpite, autorità, società civile ed esperti. Detto ciò, possiamo scendere all’inferno. Leggendo il report. In nove giorni di attacco, Israele aveva già causato più morti (2670) della sua precedente guerra più letale contro Gaza, quella del 2014 (2251 vittime). La Corte Internazionale di Giustizia ha da subito riscontrato un rischio plausibile di pregiudizio irreparabile per i diritti dei palestinesi di Gaza, che sono un gruppo protetto dalla Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio. Tuttavia, “le azioni israeliane sono state guidate da una logica genocida che è parte integrante del suo progetto coloniale in Palestina“.
Contestualizzazione del genocidio
Il genocidio, come negazione del diritto all’esistenza di un popolo e conseguente tentativo di annientarlo, comporta diverse modalità di eliminazione. Lo ha detto chi ha coniato il termine “genocidio”, Raphael Lemkin: “insieme di diversi atti di persecuzione o distruzione che vanno dall’eliminazione fisica alla disintegrazione forzata delle istituzioni politiche e sociali della cultura della lingua dei sentimenti nazionali e della religione di un popolo“. Quindi il genocidio è un processo, non un atto. Intento e pratiche genocide sono parte integrante dell’ideologia e dei processi attuati da ogni popolo colonialista.
In Palestina lo spostamento e la cancellazione della popolazione araba indigena è stata fondante nella formazione di Israele come Stato Ebraico. Nel 1940 Joseph Weitz, capo del dipartimento della colonizzazione ebraica, dichiarò: “Non c’è spazio per entrambi i popoli insieme nel paese. L’unica soluzione è una Palestina senza arabi“. Pratiche di eliminazione che hanno portato alla pulizia etnica di massa della popolazione non ebraica della Palestina si sono verificate dal 1947 al 1949, e poi nel 1967 quando Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la striscia di Gaza.
Da allora Israele ha perseguito il suo progetto coloniale con l’occupazione militare, privando il popolo palestinese del diritto all’autodeterminazione, e ha designato i palestinesi come una minaccia alla sicurezza per giustificare la sua de-civilizzazione, cioè il diniego dello status di civili protetti.
Israele ha progressivamente trasformato Gaza in una enclave altamente controllata. Nel dicembre del 2022 il primo ministro Netanyahu ha affermato pubblicamente il “diritto esclusivo e inattaccabile del popolo ebraico sulla terra della Grande Israele“.

Quadro Giuridico
La convenzione sul genocidio del 1948 codifica il genocidio come crimine internazionale, la cui proibizione è norma perentoria inderogabile (ius cogens). L’obbligo erga omnes di prevenire e punire il genocidio vincola tutti gli Stati. Il genocidio non può essere giustificato in nessuna circostanza, nemmeno l’autodifesa. La complicità nel genocidio è espressamente vietata, e crea obblighi per gli Stati terzi.
La Convenzione definisce il genocidio come “qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere in tutto in parte un gruppo Nazionale etnico razziale o religioso in quanto tale“.
Il crimine di genocidio comprende due elementi interconnessi: l’actus reus e la mensa rea, a sua volta distinta in dolus generalis e dolus specialis. Affinché la condotta costituisca giuridicamente genocidio, entrambe le componenti devono essere soddisfatte. In particolare deve rilevarsi un intento genocida quale “unica deduzione che potrebbe essere ragionevolmente tratta“.
Il crimine di genocidio comporta responsabilità sia individuale che statale. Quest’ultima rileva quando un individuo commette genocidio esercitando l’autorità statale: in questo caso la condotta individuale è attribuibile allo Stato.
Atti di genocidio a Gaza
Israele ha commesso almeno tre degli atti proibiti elencati dalla convenzione sul genocidio:
– uccidere membri del gruppo protetto;
– cagionare gravi lesioni all’integrità fisica o psichica di persone appartenenti al gruppo;
– sottoporre deliberatamente persone appartenenti al gruppo a condizioni di vita tali da comportarne la distruzione fisica totale o parziale.
Dal 7 ottobre 2023 alla fine del febbraio 2024 Israele ha ucciso oltre 30.000 palestinesi a Gaza. Durante i primi mesi dell’assalto militare l’esercito israeliano ha impiegato oltre 25.000 tonnellate di esplosivo (equivalenti a due testate nucleari), ha usato bombe da 2000 libbre su aree densamente popolate e “safe zones“. Nelle prime settimane le forze israeliane hanno ucciso circa 250 persone al giorno, tra cui 100 bambini, oltre a 125 giornalisti e 340 tra medici, infermieri e operatori sanitari.
Il 70% delle morti registrate sono donne e bambini. Israele non è mai riuscito a dimostrare che il restante 30% di uomini adulti fossero combattenti attivi di Hamas (condizione necessaria perché possano essere legittimamente presi di mira).
Dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno detenuto migliaia di palestinesi, uomini e ragazzi, rifiutandosi di rivelare dove fossero detenuti. Li hanno torturati, spesso fino alla morte.
I sopravvissuti avranno traumi indelebili: vedere i corpi profanati delle vittime (anche dai bulldozer); essere radunati spogliati, bendati e sottoposti a punizioni crudeli, disumane e degradanti, fino a morire di fame, adulti e bambini. Considerando l’importanza dei bambini per lo sviluppo di una società, infliggere loro gravi danni fisici o mentali può essere ragionevolmente interpretato come un mezzo per distruggere il gruppo, in tutto o in parte.
Altre condotte perpetrate portano alla distruzione fisica: denutrizione estrema, disidratazione, spostamento forzato, distruzione di oggetti indispensabili per la sopravvivenza, riduzione dei servizi medici essenziali, privazione di alloggi vestiti istruzione lavoro e accesso a l’igiene.
A metà dicembre 2023 le bombe e i proiettili israeliani avevano già distrutto o gravemente danneggiato il 77% delle strutture sanitarie, il 68% delle infrastrutture, la metà di tutte le strade, oltre il 60% delle 439.000 case di Gaza, il 68% degli edifici residenziali, il 60% delle strutture educative (tra cui 13 biblioteche) e tutte le università.
Israele ha anche distrutto 195 siti del patrimonio culturale, 208 moschee, tre chiese e l’archivio centrale di Gaza. Alla fine di gennaio 2024 più di un milione di civili sono stati trasferiti con la forza verso sud e le loro città sono state devastate.
Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa israeliano Gallant annunciò un assedio totale; il ministro degli esteri Katz affermò: “nessun camion col carburante avrà accesso a Gaza“.
Oltre 1,7 milioni di palestinesi sono stati sfollati e costretti a vivere in rifugi sovraffollati dell’UNRWA. L’attacco israeliano ha deliberatamente preso di mira gli ospedali, accerchiati con carri armati e droni; hanno torturato e maltrattato il personale medico, i pazienti e gli sfollati, inclusi i neonati prematuri, causandone la morte. L’invasione di terra e i bombardamenti aerei hanno distrutto terreni agricoli fattorie e coltivazioni animali e risorse ittiche.
Dall’8 al 21 ottobre 2023 Israele ha impedito l’ingresso di qualsiasi aiuto a Gaza. E anche dopo… oggi lo vediamo.
Nel febbraio del 2024 i palestinesi intrappolati nel nord di Gaza hanno dovuto nutrirsi di mangimi per animali, ed erba, bevendo acqua contaminata da liquami, rifiuti solidi e acqua di mare. Gli aborti sono aumentati fino al 300%. L’accanimento di Israele ha compromesso la capacità dei palestinesi di Gaza di tornare a vivere su quella terra. Proprio come dichiarazioni di rendere Gaza un luogo in cui è “permanentemente impossibile vivere” e “dove nessun essere umano può esistere”.
Intento genocida
Poiché il genocidio è un crimine organizzato, le prove di un piano statale sono solitamente decisive per stabilire l’intento diretto e ripetuto nel tempo, perché la sistematicità implica una cornice politica o un piano preordinato. Quindi la natura e l’entità delle atrocità sono una forte prova dell’intento, e le parole delle autorità statali comprendono una base indiziaria forte da cui dedurre l’intento.
Nell’ultimo attacco a Gaza (siamo ancora nel marzo 2024) prove dirette dell’intento genocida sono presenti in modo univoco.
Il Primo Ministro Netanyahu ha definito i palestinesi “Amalek” e “mostri“, riferendosi al passo biblico in cui Dio ordina a Saul “Ora và e sconfiggi Amalek, e distruggi completamente tutto ciò che hanno, senza risparmiarli, uccidi uomo e donna, neonato e lattante, bue e pecora, cammello e asino“.
Il ministro della Difesa Gallant ha definito i palestinesi “animali umani” e ha annunciato la “piena offensiva” su Gaza, che “non tornerà mai più com’era“.
Il portavoce delle Forze israeliane Daniel Hagari ha dichiarato di dover “massimizzare il danno“, dimostrando una strategia di violenza sproporzionata e indiscriminata.
Il ministro dell’Agricoltura Avi Dichter ha definito l’azione israeliana “la Nakba di Gaza“.
Il ministro del Patrimonio Amihai Eliyahu ha chiesto di colpire Gaza con “bombe nucleari“.
La deputata alla Knesset per il partito Likud, Revital Gottlieb, ha scritto sui suoi social media: “Abbattete gli edifici! Bombardate senza distinzione!!!…Spianate Gaza. Senza pietà! Questa volta non c’è spazio per la pietà!”.
Sono tutte forti prove di incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio. Ma ci sono decenni di discorsi precedenti che disumanizzano i palestinesi e hanno preparato le basi per gli incitamenti più recenti (rileva Albanese). I soldati israeliani hanno definito i palestinesi “terroristi, scarafaggi e ratti” e si sono vantati di aver ucciso famiglie, madri e bambini.
Il primo ministro e il presidente di Israele hanno dichiarato di combattere “in nome di tutti gli Stati e tutti i popoli civilizzati per sradicare il male”. Come tutte le potenze coloniali hanno sempre fatto.
Distorcere le leggi di guerra per nascondere l’intento genocida
Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato la de-civilizzazione dei palestinesi, gruppo protetto dalla Convenzione sul genocidio. Israele ha utilizzato la terminologia del diritto internazionale umanitario per giustificare l’uso sistematico di violenza letale contro i civili palestinesi, erodendo la distinzione tra civili e combattenti nelle azioni israeliane a Gaza.
Le dichiarazioni ufficiali si sono tradotte in una condotta militare che ripudia la nozione stessa di protezione dei civili. Così Israele ha alterato l’equilibrio stabilito dal diritto internazionale umanitario tra la protezione dei civili e la necessità militare, azzerando regole consuetudinarie di distinzione, proporzionalità e precauzione. Questo è un chiaro schema di condotta da cui l’intento genocida richiesto è l’unica ragionevole deduzione da trarre.

Scudi umani e logica del genocidio
Il diritto internazionale umanitario vieta severamente l’uso di scudi umani: il loro utilizzo costituisce un crimine di guerra. Israele ha accusato i gruppi armati palestinesi di aver usato i civili come scudi umani in precedenti aggressioni fin dal 2008; l’ha usata anche per giustificare l’alto numero di vittime civili e gli attacchi contro paramedici e giornalisti durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018-2019. Missioni e inchieste indipendenti hanno contestato queste accuse, concludendo che le prove dell’esistenza di scudi umani fossero state inventate.
I più alti dirigenti politici e militari israeliani hanno costantemente inquadrato i civili come operatori di Hamas, complici o scudi umani. A novembre 2023 il ministro degli affari Esteri israeliani ha definito tutti i residenti della striscia di Gaza come scudi umani.
Il diritto internazionale non lo consente. Eppure le autorità israeliane hanno contrassegnato chiese, moschee, scuole, strutture delle Nazioni Unite, università, ospedali e ambulanze come collegate a Hamas, trasformando Gaza in un mondo senza civili.
Trasformare Gaza nel suo complesso in un obiettivo militare
Il diritto internazionale stabilisce che gli attacchi devono essere strettamente limitati agli obiettivi che “per loro natura, ubicazione, scopo o uso diano un contributo effettivo all’azione militare”. Israele ha abusato di questa regola per militarizzare gli obiettivi civili e tutto ciò che li circonda. Secondo il Ministero degli affari Esteri israeliano “molti obiettivi apparentemente civili possono diventare obiettivi legittimi“. Israele ha caratterizzato l’intero territorio di Gaza come obiettivo militare. Secondo questa logica, obiettivi civili diventano obiettivi militari a causa della semplice vicinanza a bersagli legittimi, come se lo status di bersaglio legittimo si diffondesse per vicinanza, tramite contagio virale. Come è avvenuto alla torre Al Taj bombardata il 25 ottobre 2023: 101 persone uccise, tra cui 44 bambini e 37 donne, e centinaia di feriti. Israele ha de facto abolito la distinzione tra obiettivi civili e obiettivi militari. Già a novembre 2023 la devastazione delle città nel nord di Gaza aveva ampiamente superato quella di Dresda nel 1945.
Questa strategia porta ragionevolmente e unicamente a ritenere che vi sia una politica genocida.
Uccisioni indiscriminate come “danno collaterale”
Israele afferma che quando gli attacchi provocano più danni collaterali del previsto ciò non indica necessariamente una violazione poiché la conformità è orientata al comportamento, non al risultato. Tuttavia, in ogni attacco contro gli edifici residenziali senza avvertimento un gran numero di feriti civili era già stato previsto come conseguenza principale. L’attacco al campo profughi di Javalia del 31 ottobre 2023 ha ucciso 126 civili, tra cui 69 bambini, e ne ha feriti altri 280: i militari israeliani affermano che l’obiettivo fosse un comandante di Hamas in una base sotterranea.
Le valutazioni di proporzionalità di Israele hanno violato i requisiti giuridici definendo il vantaggio militare in relazione alla distruzione dell’intera organizzazione di Hamas, sia politicamente che militarmente. Ma è illegale dichiarare come scopo di guerra la distruzione della capacità politica della controparte. In tal modo l’uccisione indiscriminata di persone protette e la distruzione di obiettivi protetti saranno sempre rappresentate dall’aggressore come danni accidentali proporzionati, nonostante la loro manifesta illegalità: così Israele rappresenta sé stesso come operatore di un “genocidio proporzionato“.
Evacuazioni e zone sicure
Secondo il diritto internazionale umanitario le parti del conflitto devono evacuare la popolazione civile e rimuovere gli obiettivi civili prossimi ad obiettivi militari.
Inoltre, le persone evacuate devono essere ricondotte alle loro case non appena cessano le ostilità.
Invece, subito dopo l’ordine di evacuazione del 13 ottobre 2023 e la trasformazione della zona sud di Gaza in un apparente “zona sicura” Israele ha illegittimamente etichettato gli abitanti del nord di Gaza che erano rimasti, compresi i malati e feriti, come scudi umani e complici di terrorismo.
L’ordine di evacuazione di massa coinvolgeva 22 ospedali e metteva a rischio oltre 2000 pazienti e sfollati, privando i restanti di ogni sostentamento vitale. Fin dal primo mese Israele ha bombardato intenzionalmente le aree designate “sicure” causando ingenti vittime: due settimane dopo l’ordine di evacuazione di massa israeliano circa il 37% delle uccisioni a Gaza erano avvenute nelle aree dichiarate sicure di Wadi Gaza. Le aree sicure sono state cioè deliberatamente trasformate in aree di uccisioni di massa. Persino i corridoi umanitari che Israele stesso ha indicato alla popolazione di utilizzare per raggiungere le aree sicure sono stati sistematicamente bersagliati da granate e colpi di cecchino, e da veri bombardamenti aerei, diventando corridoi di morte.
Tra fine dicembre 2023 e febbraio 2024 Israele ha intensificato le offensive nelle aree sicure di Al-Mawasi e Rafah, al confine con l’Egitto. Aggressioni continuate anche dopo che la Corte Internazionale di Giustizia l’ha invitata a prevenire il genocidio. Al contrario: a febbraio 2024 Israele aveva già ucciso altri 3.135 palestinesi, molti dei quali mentre stavano cercando un rifugio.
Al contempo, alti funzionari israeliani appoggiavano la sostituzione della popolazione da parte dei colonizzatori: il primo ministro israeliano ha sostenuto il loro trasferimento etnico, in alcune dichiarazioni pubbliche; altri ministri hanno sostenuto che i palestinesi dovessero essere reinsediati nel Sinai o nei paesi occidentali, o altrove. Tutto ciò dimostra che gli ordini di evacuazione e le zone sicure sono stati usati come strumenti di genocidio per ottenere la pulizia etnica.

Schermatura medica
Il diritto internazionale protegge gli ospedali vietandone l’uso per scopi militari, o come scudo per attività militari. Ma dall’inizio delle ostilità Israele invece ha inquadrato gli ospedali di Gaza come quartiere generali di Hamas o spazi utilizzati per schermare attività militari.
A novembre 2023 l’ospedale di Al-Shifa, nel nord di Gaza, ospitava decine di migliaia di sfollati quando è stato invaso. I soldati israeliani sostenevano che nei sotterranei ci fosse una complessa rete di tunnel, centro di comando di Hamas. L’ospedale è stato invaso a metà novembre: 31 persone uccise, 5 neonati morti e parti dell’ospedale trasformate in fosse comuni. Non sono mai emerse prove che le stanze collegate all’ospedale fossero davvero usate da Hamas; gli edifici dell’ospedale non sono mai risultati collegati alla rete di tunnel e non ci sono prove che i tunnel fossero accessibili dai reparti dell’ospedale. Anche in questo caso può affermarsi che l’intento di questo “camouflage umanitario” utilizzato da Israele sia genocidio.
Conclusioni
La natura devastante e le proporzioni dell’attacco israeliano su Gaza, con condizioni di vita distruttive inflitte, rivelano l’intento di distruggere fisicamente i palestinesi come Gruppo.
Albanese stabilisce che “ci sono ragionevoli motivi per credere che sia stata raggiunta la soglia che indica la commissione dei seguenti atti di genocidio contro i Palestinesi di Gaza: uccisione di membri del gruppo; inflizione di gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; inflizione deliberata al gruppo di condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica in tutto o in parte. Gli atti di genocidio sono stati approvati e resi effettivi dalle dichiarazioni di intento genocida rilasciate dagli alti funzionari militari e governativi israeliani”.
Israele ha cercato di nascondere la sua condotta bellica eliminazionista, distorcendo le regole consuetudinarie del diritto internazionale umanitario; ha trattato un intero gruppo protetto come “terroristi” o “sostenitori del terrorismo”, trasformando tutto e tutti in un bersaglio, quindi uccidibili o distruggibili. Questo costituisce un modello di condotta dal quale l’unica deduzione ragionevole da trarre è una politica statale di violenza genocida contro il popolo palestinese a Gaza. Il genocidio israeliano sui Palestinesi di Gaza rappresenta l’acuirsi di un processo di natura coloniale di lunga data. Per oltre sette decenni questo processo ha soffocato il popolo palestinese come gruppo demograficamente, culturalmente, economicamente e politicamente, cercando di spostarlo altrove, di espropriarlo e di controllarne la terra e le risorse. La Nakba in corso deve essere fermata e risolta una volta per tutte.
Come?
Le soluzioni individuate dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato sono nette:
– attuare immediatamente un embargo sulle armi nei confronti di Israele
– agire per un’indagine approfondita indipendente e trasparente su tutte le violazioni del diritto internazionale commesse da tutti gli attori coinvolti
– riferire immediatamente la situazione in Palestina alla corte penale internazionale a sostegno delle indagini in corso
– sviluppare un piano per porre fine allo status quo illegale che costituisce la causa principale del genocidio di Gaza
– ricostituire il comitato speciale delle Nazioni Unite contro l’apartheid
– dispiegare una presenza protettiva internazionale (Caschi Blu) per limitare la violenza contro i palestinesi a Gaza.
Ora che perfino la Santa Sede, solo perché direttamente colpita a Gaza, ha sollevato la testa e ha definito “inaccettabile” la situazione in quei territori, cambierà davvero qualcosa? Ora che molte cancellerie si muovono verso l’embargo delle armi a Israele, riusciremo a tornare tutti nell’alveo del diritto e della pacifica convivenza?
Ora che venticinque Paesi denunciano formalmente Israele per la guerra a Gaza, e molti altri si schierano per il riconoscimento della Palestina come Stato, sottolineando che “la negazione da parte del governo israeliano dell’assistenza umanitaria essenziale alla popolazione civile è inaccettabile” arriveremo finalmente a una sistemazione integrale della crisi? Ora che decine di Stati pretendono che “Israele deve rispettare gli obblighi previsti dal diritto umanitario internazionale“, l’umanità tornerà ad essere umana?
Lo dice anche David Grossman, tra i massimi scrittori ebrei viventi, un simbolo di introspezione e saggezza contemporanea a livello mondiale. E finalmente anche lui dice: “Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi“.
Allora, basta così.


4 commenti
Netanyahu ha causato il profondo cambiamento del sentimento verso il popolo ebraico. Fa male a noi, fa male a tutti.
Personalmente mi attengo ai fatti. I sentimenti turbano le menti dei poco edotti. Abbiamo tutti gli strumenti per conoscere le cose, oggi. Chi non lo fa è complice. Qui non si tratta di “popolo ebraico” – che pure scende in piazza a protestare – ma di governanti assetati di potere e dimentichi del passato. Non si possono nutrire “sentimenti” per chi non ne ha. Cerchiamo solo di -attenerci ai fatti-
Per maggiori informazioni, e come già specificato nel mio articolo, il rispetto della mera deontologia professionale nel riportare i semplici dati è verificabile a questo link ufficiale, di cui sollecito la consultazione: https://www.un.org/unispal/document/genocide-as-colonial-erasure-report-francesca-albanese-01oct24/.
Articolo di Giornale indipendente (Il Riformista): “Veniamo in Italia, all’1 giugno. “Hamas apre alla tregua. Israele dice no”, era il titolo in caratteri cubitali del quotidiano La Stampa. Repubblica, Domani e Avvenire titolavano in maniera simile. Esattamente il contrario della verità. Come ha chiarito lo stesso giorno proprio l’inviato americano Steve Witkoff, Israele aveva ufficialmente accettato la sua proposta e invece Hamas aveva risposto con una lettera riproponendo le sue vecchie condizioni. Il che costituiva chiaramente un rifiuto. Anche in questa occasione la fonte degli “autorevoli” quotidiani italiani era Hamas, magari attraverso quell’ufficio stampa del terrorismo che è Al Jazeera. Di qui arriva quotidianamente il numero di morti a Gaza (peraltro tutti qualificati come civili, per tre quarti donne e bambini, come se a Gaza non ci fosse una guerra e Israele non fosse lì per distruggere le truppe terroriste)
L’avvocata Albanese che non era nessuno adesso è famosa e pronta per le prossime elezioni, inoltre molte notizie hanno fonte HAMAS tramite Al Jazeera, a questo punto pubblichiamo per Ucraina come vere anche le notizie di Solovyev, giornalista amico uno dei maggiori propagandisti del Cremlino su Rossija 1