Premessa
Nel corso del 2023, l’attivazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sui casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ha riportato l’attenzione istituzionale e mediatica su due tra le vicende più emblematiche del fenomeno delle persone scomparse in Italia. Sebbene gli accertamenti abbiano avuto origine dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, cittadina della Santa Sede, avvenuta nel giugno 1983, il caso di Mirella Gregori, risalente a circa due mesi prima, è stato incluso nel dibattito in virtù della prossimità temporale e di alcuni elementi narrativi ritenuti, all’epoca, suggestivamente affini. Tale sovrapposizione ha determinato un effetto ambivalente: se da un lato ha oscurato le specificità della vicenda Gregori, dall’altro ne ha impedito la marginalizzazione, garantendone la permanenza nel discorso pubblico. Un destino, quest’ultimo, non condiviso da molte altre ragazze effettivamente scomparse nello stesso periodo e nella medesima area urbana, i cui nomi sono progressivamente scivolati nel silenzio.
È proprio a partire da questa zona d’ombra che si colloca un mio studio, attualmente in corso, finalizzato a un’analisi sistematica dei casi di minorenni scomparse a Roma tra il 1982 e il 1983. L’indagine, condotta con la collaborazione di due gruppi indipendenti di studiosi e appassionati, prevede il riesame dei verbali di denuncia, delle dichiarazioni successive e degli atti di ritrovamento. I primi risultati, pur nel rispetto della necessaria cautela interpretativa, indicano che il numero effettivo delle ragazze scomparse e mai rintracciate è drasticamente inferiore rispetto a quanto riportato in recenti trasmissioni televisive e articoli di stampa. In numerosi casi, infatti, le denunce non furono seguite da alcuna comunicazione ufficiale del rientro, contribuendo così a generare dati apparenti non aggiornati.
Un altro elemento che l’indagine ha consentito di chiarire, riguarda la localizzazione geografica delle scomparse: le ragazze denunciate come irreperibili in quel biennio non provengono esclusivamente dalle aree limitrofe alle mura leonine, ma risultano distribuite sull’intero territorio di Roma, compresa la cintura urbana periferica. Al contrario, quasi tutte le sparizioni segnalate nella zona vaticana si sono risolte con un rintraccio, talvolta a breve distanza dalla denuncia stessa. L’ipotesi di una particolare incidenza del fenomeno nei pressi della Città del Vaticano appare dunque, alla luce dei dati oggi disponibili, priva di fondamento empirico. I risultati completi di questo lavoro saranno oggetto di una pubblicazione dedicata nei prossimi mesi.
Il caso “Panorama”
Una delle fonti più significative per la rappresentazione mediatica del fenomeno delle scomparse giovanili nel 1983 è costituita dall’articolo pubblicato il 1° agosto di quell’anno dal settimanale Panorama, dal titolo “Emanuela e le altre”. Il servizio – corredato da una mappa illustrativa che riportava il numero complessivo degli scomparsi suddivisi per regione e distinta per adulti e minorenni – rappresentò un primo tentativo di affrontare il tema in chiave comparativa e nazionale. La pubblicazione accostava per la prima volta, visivamente e concettualmente, le immagini di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.
Particolarmente degna di nota è la dichiarazione della madre della ragazzina di via Nomentana, Maria Vittoria Arzenton, che riferiva di aver cercato contatti con altre famiglie colpite da analoghi episodi. Nella fattispecie, la donna menziona il caso di una ragazza residente nelle Marche, scomparsa in seguito a una chiamata al citofono da parte di un presunto compagno di classe, secondo una dinamica analoga a quella riferita per la scomparsa di Mirella. Ad oggi, si tratta dell’unico caso noto con una tale somiglianza operativa.
Un aspetto di particolare interesse, che emerge dall’osservazione retrospettiva dei dati, riguarda la collocazione temporale della pubblicazione. A partire dal mese di agosto 1983 – esattamente in concomitanza con l’uscita del servizio di Panorama – non si registrano ulteriori casi di minorenni scomparse a Roma che risultino a tutt’oggi non rintracciate. Fatta eccezione per una scomparsa avvenuta il 3 agosto, poi risolta già all’epoca con l’individuazione della persona, il fenomeno appare, per quanto riguarda l’anno in corso, essersi sostanzialmente interrotto.
Non è possibile stabilire se vi sia una correlazione diretta tra la pubblicazione e il repentino arresto delle scomparse, ma la coincidenza temporale resta un dato significativo che merita ulteriore riflessione all’interno dell’analisi complessiva.
La tratta delle bianche – Le origini
È proprio l’inchiesta condotta dal settimanale del gruppo Mondadori a reintrodurre nella storia recente, la tematica della tratta delle bianche.
La tratta delle bianche fu un fenomeno che conobbe un certo sviluppo sul finire del XIX e l’inizio del XX secolo, in Europa, in concerto con la diffusione del mercato della prostituzione su scala globale.
Impregnato di moralismo, questo fenomeno mobilitò l’opinione pubblica sulla questione del sesso a pagamento. Fece riferimento al suo sviluppo all’interno delle colonie e nei paesi caratterizzati dall’arrivo di importanti flussi migratori. Animate da un sentimento non scevro di una buona dose di ben radicato razzismo, le azioni di contrasto al fenomeno si risolsero per lo più con politiche improntate sul controllo della mobilità femminile.
Nell’immaginario collettivo, il termine Tratta delle bianche si pensa rivolto allo sfruttamento della prostituzione di donne occidentali in paesi arabi ed orientali. In realtà la tratta interessò soprattutto donne italiane ed europee indigenti, attirate con l’illusione di grandi guadagni, nel territorio nord americano.
La rete magistralmente tesa, in cui ingenue giovani cadevano, e che ne determinò l’inumano sfruttamento sessuale, era sovente opera di connazionali senza scrupoli. Duole sottolineare che, a quanto risulta da documenti e testimonianze dell’epoca, gli italiani si distinsero particolarmente in questo campo.
Riporto dal quotidiano di simpatie socialiste La Giovine Calabria del marzo 1911:
«Due sinistri figuri incettano donne per le Americhe […] inviare sul mercato nord americano povere donne, illuse da miraggi di gran denaro facilmente accumulabile o addirittura di probabili matrimoni […]. Uno sfruttamento per di più compiuto in case equivoche impresa di emigranti italiani che, partiti onesti lavoratori, si erano pervertiti al contatto con la civiltà americana [..] l’autorità di P.S. sappia con sollecitudine indagare e mettere al sicuro i due mercanti di carne umana».
Un altro esempio concreto di questo fenomeno emerge dal caso di Anna, una giovane donna originaria di un piccolo villaggio del sud Italia, che venne ingannata con la promessa di un lavoro come cameriera in America. Una volta giunta negli Stati Uniti, Anna venne costretta a prostituirsi in un bordello di New York. Questo tipo di tratta divenne noto oltreoceano come “il traffico delle ragazze italiane“, un fenomeno che coinvolse centinaia di giovani, non di rado minorenni.
La Tratta delle bianche – fenomeno mondiale
La tratta delle bianche divenne un caso mondiale negli anni ottanta del XIX secolo. La gloriosa Inghilterra vittoriana vide la pubblicazione a puntate -tecnica editoriale ampiamente diffusa all’epoca, anche nel settore della narrativa- di una cruda inchiesta sociale sulla Pall Mall Gazette. L’eloquente titolo “The Maiden Tribute” sbatté in faccia al popolo della Belle Epoque tutta l’ipocrisia di una società borghese, snob e perbenista.
Nella prima puntata, datata 6 luglio 1885 intitolata The Maiden Tribute of Modern Babylon I: the Report of our Secret Commission, possiamo leggere:
«Sono davvero fanciulle, non solo perché ciascuna è una virgo intatta in senso fisico, ma come ragazze caste che non sono parti consenzienti? Sembrava sorpreso dalla mia domanda, e poi ha risposto con enfasi: “Certo che raramente sono disposte, e di regola non sanno per cosa vengono”. Ma, dissi stupito, “allora vuoi dirmi che in verità a Londra vengono continuamente perpetrati veri e propri stupri […] su vergini riluttanti, fornite e procurate a uomini ricchi? […] “Certo», disse, «non c’è dubbio» “[…] Ma le ragazze gridano? “Certo che lo fanno. Ma a che serve urlare in una camera da letto tranquilla? Ricorda, il limite massimo di ululati o urla eccessivamente violente, come farebbe un uomo o una donna se si tentasse un vero omicidio, è di soli due minuti […] Una volta che una ragazza entra in una casa del genere, è quasi indifesa e può essere violentata con relativa sicurezza»
L’inchiesta, condotta dal giornalista W.T. Stead, suscitò un’ondata di indignazione pubblica e portò all’approvazione del “Criminal Law Amendment Act” nel 1885, che innalzava l’età del consenso da 13 a 16 anni. Tuttavia, Stead fu successivamente condannato a tre mesi di reclusione , a causa delle modalità con cui aveva condotto l’indagine.
Per non allontanarmi eccessivamente dalla questione oggi trattata, non approfondirò oltre. Per chi fosse interessato il tema presenta una consistente bibliografia. Consiglio come partenza lo studio di La tratta delle bianche in Italia tra paure sociali e pratiche di polizia (XIX-XX secolo) della dottoressa Laura Schettini.
Ulteriori informazioni e approfondimenti sulla questione della “tratta” in un contesto più recente, segnalo il mio articolo Emanuela Orlandi, Mirella Gregori – Oltre-la-tratta-pt-1.
Una realtà taciuta
Ho ritenuto importante sottoporvi la digressione sul dramma del fenomeno della Tratta delle bianche che, è bene sottolineare, fu un fenomeno che riguardò prevalentemente minorenni. “Fu” non è forse il verbo più adeguato, questi fenomeni di inganno-adescamento-sfruttamento sono una realtà, e non riguarda solo paesi poveri e realtà degradate o in stato di guerra, come le ultime e tragiche notizie sul tema giunte da Irpin, in Ucraina.
Negli anni queste tragedie si sono consumate anche negli ambienti più prestigiosi e all’interno di comunità di persone altolocate. Cito a livello di esempio due casi che sono assurti alle cronache mondiali: il caso di Jaques Bouthier, imprenditore plurimilionario e fondatore di Assu, società che opera in campo assicurativo.
Il magnate è arrestato nel maggio del 2022 con l’accusa di «tratta di esseri umani nei confronti di minori» e «violenza e aggressione sessuale su minori». Il settantaseienne per anni ha abusato di ragazzine tra i 14 e i 16 anni. Le sue vittime venivano sequestrate e mantenute all’interno di un appartamento, dove andava regolarmente a far loro “visita”. Le stesse vittime venivano poi cacciate una volta raggiunta la maggior età, e quindi non più “appetibili”.
Emblematico, anche lo scandalo che ha travolto il noto disk-jockey e amato presentatore della BBC: Jimmy Savile, premiato come benefattore da Corona britannica e Vaticano, amico della Thatcher, Re Carlo e Lady D., nonché necrofilo e pedofilo, a cui sono attribuiti oltre 400 stupri di bambini. I suoi crimini, noti sin dagli anni 60, non sono stai perseguiti fino alla sua morte.
Casi analoghi sono presenti in gran numero, senza contare tutto il sommerso e, soprattutto, tutto il noto e impunito. Questo è il potere del potere, che non ha fede, ideologia, sesso, età e colore. Il potere del potere che protegge e copre ogni crimine, ogni obbrobrio.
Il potere del potere
Il concetto di “potere del potere” si manifesta nella capacità di alcuni individui, grazie al loro status sociale, di eludere la giustizia. In Italia, numerosi casi evidenziano come l’appartenenza a determinate élite possa influenzare le indagini e i processi giudiziari. Un esempio calzante, per questo genere di fenomeno, lo possiamo indicare in una figura come quella di “Jack Lametta”, soprannome dato dalla stampa a un misterioso aggressore che nel 1983 terrorizzò Roma con una serie di attacchi compiuti nel quartiere Tuscolano.
Armato di una lametta affilata, sfregiava casualmente passanti, colpendo prevalentemente donne e anziani. Gli attacchi avvenivano in pieno giorno, sfidando apertamente il controllo delle forze dell’ordine. Nonostante venne individuato, identificato e anche condannato, l’identità dell’aggressore non fu mai rivelata. Il caso, che aveva riempito le pagine della cronaca, animato talk show e programmi televisivi, tenendo banco per diverse settimane, scomparve improvvisamente dal mondo dell’informazione, una volta identificato. Fattispecie più che anomala, soprattutto laddove la colpevolezza è accertata.
Una costante, allora come tutt’oggi, è l’intervento delle ricche e potenti famiglie, che con facilità portano al silenzio anche importanti testate giornalistiche, che si garantiscono la collaborazione e la connivenza della magistratura e della politica, salvando il “buon nome” della casa dall’opinione pubblica e il familiare criminale dalle patrie galere.
Danilo Restivo, assassino della giovane Elisa Claps, figlio di un influente personaggio di Potenza, è stato l’autore di un brutale omicidio nel Regno Unito che avrebbe potuto essere evitato se le autorità italiane avessero agito tempestivamente.
Il massacro del Circeo del 1975 coinvolse ufficialmente tre giovani della ricca borghesia romana: Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido. Attirarono con l’inganno Donatella Colasanti e Rosaria Lopez in una villa al Circeo, dove le sottoposero a violenze indicibili. Rosaria morì, mentre Donatella riuscì a sopravvivere e solo grazie a ciò, i tre rampolli furono identificati e condannati. Di questi, solo Izzo ha scontato interamente la pena detentiva. Andrea Ghira, è sfuggito alla giustizia fino al momento della sua presunta morte, senza scontare un giorno di carcere, vivendo sotto falso nome e, forse, arruolandosi nella Legione Straniera spagnola.
Nel contesto di queste violenze, è importante sottolineare la presenza di dinamiche di “copertura” e “protezione”, che in vari casi hanno ostacolato il progresso delle indagini. Potremmo continuare a lungo citando casi eclatanti a dimostrazione di quanto il potere sociale possa influenzare l’operato delle autorità.
Nel 2005, il giornalista Max Parisi e il magistrato Otello Lupacchini hanno pubblicato un volume dedicato a un ipotetico “uomo della Ferrari“, figura emersa in relazione a una serie di omicidi irrisolti a Roma, commessi tra il 1982 e il 1983. L’indagine proposta nel libro mette in rilievo alcune costanti nei profili delle vittime e avanza l’ipotesi che l’autore dei delitti possa appartenere a un’importante famiglia dell’imprenditoria romana. L’ipotesi, seppur non verificata in sede giudiziaria, e che talvolta collega in maniera eccessivamente forzata i vari omicidi, solleva ad ogni modo il tema della protezione sociale e istituzionale che taluni soggetti potrebbero aver ricevuto.
Un’altra figura rilevante è quella di Marco Fassoni Accetti. Il suo nome è emerso pubblicamente nel 2013, quando si è auto-accusato dei sequestri Orlandi e Gregori. Uomo presenta una lunga fedina penale: è condannato per l’omicidio colposo di un minore, il dodicenne Josè Garramon, figlio di un funzionario uruguaiano dell’Ifad. Il caso fu abilmente archiviato come incidente colposo. Tuttavia, le circostanze in cui avvenne l’evento restano assai dubbie e oggetto di dibattito.
L’Accetti è anche coinvolto in varie situazioni di violenza (dai disordini al Liceo Tasso, al pestaggio di “Cavallo Pazzo“), ed è sospettato di aver avuto un ruolo in altre scomparse di minori tra gli anni ’80 e ’90. Figura decisamente enigmatica, è probabile che in diverse situazioni la sua provenienza abbia giocato un ruolo non secondario nei suoi rapporti con la giustizia italiana. E’ figlio di Aldo Accetti, costruttore ed esule di Libia, membro dell’Accademia del Mediterraneo, legato a Giovanni Francesco Alliata di Montereale, figura indagata – e successivamente assolta – in eventi centrali della storia italiana come la strage di Portella della Ginestra e il Golpe Borghese.
Nel contesto della relazione tra minori scomparsi ed elitè, oltre a sollevare il tema della scomparsa e dell’eventuale tratta, vale la pena di aprire alla riflessione sulle diverse destinazioni dello sfruttamento: non soltanto prostituzione, ma anche forme di violenza organizzata, inclusi i cosiddetti “snuff movie”, la cui esistenza è stata confermata in varie inchieste di risonanza internazionale. In particolare, il caso belga noto come Affaire Dutroux – in cui furono coinvolti minori, testimoni, funzionari pubblici e membri dell’élite tra cui esponenti del governo e della Casa reale – rappresenta un precedente emblematico: una rete criminale occultata fino a quando non emersero documenti classificati, successivamente diffusi anche grazie a Wikileaks.
Il caso Epstein si inserisce in una cornice simile, dove il traffico di minori è protetto da una rete che coinvolge l’élite mondiale. La morte di Epstein, ufficialmente un suicidio, solleva forti dubbi su come le indagini siano state gestite e su quale potere sia stato in grado di mantenere il silenzio su un sistema così ampio di sfruttamento. La figura di Epstein è esemplificativa di come le reti di potere siano in grado di mantenere un controllo assoluto sui meccanismi di giustizia, bloccando le indagini quando queste si avvicinano a verità scomode, nonché ridicolizzando e screditando le vittime, al punto di condurle al suicidio come accaduto ad un’importante testimone che si è tolta la vita proprio la scorsa settimana.
In Italia, la figura della “vittima” non ha solo un connotato di sofferenza ma diventa uno strumento per il potere che, anche nei casi delle scomparse, non esita a manipolare la verità e a gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Il caso Orlandi, pur essendo tra i più noti, è solo uno degli esempi in cui la verità è stata volutamente occultata.
La tratta delle Bianche – La leggenda metropolitana
Sappiamo che, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Mirella Gregori, le forze dell’ordine – pur ipotizzando l’allontanamento volontario – comunicarono alla signora Vittoria Arzenton la possibilità che la figlia fosse stata vittima di un sequestro finalizzato al traffico di esseri umani, e più precisamente inserita nella cosiddetta “Tratta delle bianche”. Si tratta di un’ipotesi che rimase fortemente impressa nella memoria della madre, accompagnandola per il resto della vita.
Occorre tuttavia distinguere tra la posizione espressa dai carabinieri – che non solo comunicarono questa pista alla famiglia, ma vi facevano riferimento come ipotesi concreta e sostenuta da dati e testimonianze all’epoca già presenti sulla stampa – e quella della Polizia, la quale invece negò pubblicamente e ufficialmente l’esistenza del fenomeno, senza che sia chiaro su quali basi venne adottata tale linea.
La “Tratta delle bianche”, intesa nel senso classico di deportazione di minorenni europee verso circuiti di sfruttamento sessuale nei paesi del Nord Africa o del Medio Oriente, è una realtà documentata tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Negli anni Ottanta del Novecento, invece, tale narrazione si presentava come un costrutto leggendario, privo di riscontri sistemici in ambito internazionale. Tuttavia, se con “tratta” si intende la sottrazione di minori destinati a forme di sfruttamento – anche non sessuale – all’interno del territorio nazionale, allora il fenomeno risultava effettivamente presente e noto. Diversi articoli di cronaca dell’epoca riportano casi documentati di adolescenti rinvenute in appartamenti privati, sedate, segregate e impiegate in contesti di grave abuso, con testimonianze dirette da parte di vittime o testimoni oculari.
A conferma dell’esistenza di una problematica concreta, si segnala anche l’intervento del dott. Ferracuti – psichiatra forense, consulente in numerosi processi – che in un’intervista rilasciata alla stampa affermò non solo la realtà del fenomeno, ma anche l’esistenza di un ufficio preposto presso le Nazioni Unite per il monitoraggio della tratta interna e internazionale di minori. Solo poche settimane dopo, una trasmissione televisiva di ampia diffusione liquidava invece questa fattispecie come una “leggenda metropolitana”, negandone categoricamente l’esistenza.
In quello stesso contesto, si diffuse un racconto privo di fondamento secondo cui alcune ragazze sarebbero scomparse all’interno del camerino di un noto negozio di abbigliamento in Via del Corso, il “Babylon”. La narrazione voleva che in uno dei camerini vi fosse una botola nascosta attraverso la quale le giovani sarebbero state trafugate e avviate a circuiti illeciti. La storia, poi rivelatasi falsa, nacque da un episodio reale: una studentessa, momentaneamente smarritasi durante una gita scolastica, fu erroneamente associata al negozio.
Venne ritrovata poche ore dopo , si era persa tra le vie di Roma, senza alcun legame con rapimenti. Il negozio sfruttò l’accaduto in chiave pubblicitaria, contribuendo involontariamente alla diffusione del mito. Non può tuttavia escludersi che la rapida derisione mediatica di casi del genere abbia avuto l’effetto – voluto o meno – di ridimensionare l’attenzione pubblica su dinamiche di sottrazione e sfruttamento che, in altre circostanze, furono invece accertate e documentate.
Il documento
L’eco internazionale del sequestro di Emanuela Orlandi, a cui venne presto affiancata anche la figura di Mirella Gregori, indusse la Polizia giudiziaria della Questura di Roma, probabilmente su richiesta degli organi inquirenti, a stilare un documento dettagliato volto ad indagare il fenomeno della scomparsa di minorenni sul territorio capitolino.

Totale scomparsi (rintracciati e non)
Il documento informa i giudici istruttori all’epoca incaricati del caso – Domenico Sica, Rosario Priore e Ferdinando Imposimato – che, tra il 1982 e il 1983, nella città di Roma e nella relativa periferia, erano scomparsi 321 minori, prevalentemente di sesso femminile. I 321 ragazzi erano così divisi: 144 maschi e 177 femmine.
Le 177 ragazze scomparse dalla capitale avevano tutte un’età compresa tra i 13 e i 18 anni.
Come già precisato all’inizio dell’articolo, sto portando avanti un approfondimento sistematico sul fenomeno delle scomparse giovanili a Roma negli anni 1982-1983, basandomi su fonti documentali, atti d’archivio e riscontri oggettivi. Alcune trasmissioni televisive e testate giornalistiche hanno parlato di un numero di scomparse non rintracciate superiore alla quarantina. Tuttavia, allo stato attuale della mia analisi, questo dato appare sovrastimato: i casi effettivamente ancora non risolti che ho potuto verificare con riscontri concreti sono 28, ma si tratta di un dato parziale, provvisorio e in corso di aggiornamento.

Il numero potrebbe ulteriormente ridursi con il proseguimento del lavoro. Resta comunque un dato significativo, ma che non collima con le cifre circolate né con la distribuzione territoriale dei casi. Come già osservato nella premessa, l’area delle scomparse non rintracciate non ruota intorno al Vaticano, contrariamente a quanto spesso suggerito: la mappa qui proposta, mostra chiaramente come le scomparse siano distribuite in maniera eterogenea sull’intero territorio di Roma.

Anzi, con l’eccezione di una sola ragazza (oltre a Emanuela Orlandi), che scompare a circa 1km di distanza dalle mura leonine, tutte le minori scomparse nelle immediate vicinanze del Vaticano risultano essere state rintracciate nel giro di pochissimo tempo. Anche il dato relativo ai maschi non coincide con quanto spesso diffuso: ad oggi risultano sei i minori di sesso maschile non rintracciati, uno dei quali fu ritrovato morto all’epoca. Lo stesso vale per le ragazze: tra quelle ancora non rintracciate, una venne ritrovata priva di vita.
Scomparsi nel nulla
Interessante sarebbe ampliare l’indagine all’intero decennio. E’ necessario però tener presente che sia la giurisdizione sulla privacy, sia la non informatizzazione dell’epoca unita agli attuali ritardi nella digitalizzazione di molti archivi istituzionali, rendono particolarmente ostica la ricerca di questi dati.
Dati che ad ogni modo non potranno mai consegnarci un quadro dettagliato e sicuro perchè, se da un lato è molto alto il numero di minori rintracciati ma tutt’oggi formalmente “scomparsi” a causa della mancata segnalazione alle questure, del rientro del minore da parte di famiglie ed istituti, dall’altro abbiamo un altrettanto probabile numero di minori non rintracciati, la cui scomparsa non venne mai denunciata o registrata.
Rosa Silla
Rosa Silla non è mai stata trovata, e ancora oggi la sorella la sta cercando. Rosa, ma tutti la chiamavano Rosy, è nata ad Addis Abeba, in Etiopia nel 1964, da padre italiano e da madre etiope. Ha trascorso i primi anni della sua vita nel paese materno. Nel 1973, insieme a suo padre e a tre dei suoi nove fratelli e sorelle, migra in Italia a causa della guerra nel Corno d’Africa. Rosa e la sorella, Ermelinda, dopo poche settimane dall’arrivo in terra paterna, sono affidate alle cure di una comunità gestita da suore.
La ragazza vive nella comunità, continuando a frequentare e a ricevere visite dal padre e dai due fratelli: Carlo e Vittorio. La giovane italo-etiope rimase ospite delle religiose fino al 1978, anno in cui decise di raggiungere la sorella a Roma, nel frattempo divenuta maggiorenne. Nella capitale sarà accudita da una suora laica, Emanuela, che la accoglie nella sua casa.

È in questo periodo che Rosa si innamora e da inizio ad una relazione con un giovane soldato. Il ragazzo sarà poi trasferito a Firenze e, a quanto raccontato dalle persone che le erano accanto in quel periodo, la relazione si interrompe bruscamente per volontà del giovane soldato. È infatti al suo ritorno dall’ultima visita che Rosa fa al proprio fidanzato, che la giovane entrerà nel tunnel della depressione.
A dolore si somma dolore. Dopo essere stata lasciata dalla persona che amava, Rosy perde anche il padre, morto improvvisamente. Rosa non esce e non mangia più, del padre non le resta che qualche soldo d’eredità.
È il luglio del 1983, Rosa sta male e non si presenta alla prova orale dell’esame di maturità, è stanca. Prende i soldi che il padre le ha lasciato e, senza annunci e saluti, sparisce nel nulla.
Passano le settimane, nessuno ha notizie. Poi un giorno suona il telefono di Ermelinda, la sorella. E’ la polizia che la allerta: avevano trovato Rosy, ad Anzio, in stato confusionale e provata nel corpo. Rosa verrà ricoverata per anoressia nervosa. La ragazza riesce a rimettersi in sesto, vuole ripartire: si iscrive nuovamente all’ultimo anno, vuole prendere quel diploma che le aprirebbe nuove strade.
Novembre 1984, l’Italia e Roma sono ancora travolte dagli scioperi, c’è sciopero anche la mattina del 16 novembre. Rosa segue la prima ora, poi le lezioni sono sospese. Quel giorno avrebbe incontrato la sorella per fare compere ma non si presenta all’appuntamento.
Ermelinda si allarma, contatta i compagni di classe della sorella: l’hanno vista al bar vicino alla scuola, parlava con un uomo. La sorella maggiore raggiunge il locale, fa domande e il titolare del bar le dice che anche lui ricorda la ragazza, conversava con un cliente abituale di cui però non conosce il nome.
Il proprietario dice altro, un’informazione dal sapore sinistro: il cliente abituale, dal giorno della scomparsa della giovane, non è più tornato in quel bar. Vi ricorda qualcosa? Sarà una casualità ma le somiglianze con l’uomo che si intratteneva al bar con Sonia De Vito e Mirella Gregori, non si possono negare: nessuno ne conosce il nome, frequenta con assiduità un’attività, si intrattiene con giovani ragazze che spariscono nel nulla così, come nel nulla svanisce anche lui.
Sappiamo che furono raccolte deposizioni con descrizione fisica dell’uomo. Descrizione che, non è dato saperne il motivo, non verrà mai resa pubblica.
Gli anni passano, Rosa è caduta nell’oblio. È il 2003 e nel corso della trasmissione di servizio pubblico, Chi l’ha visto? sopraggiunge una telefonata che narra una storia di molti anni prima, del 17 novembre. In quel giorno l’autore della telefonata avrebbe visto una ragazza molto somigliante alla Silla, gettarsi nel fiume, a Ponte Sisto. L’uomo, che non svelerà il suo nome, al telefono racconta che avrebbe provato a salvarla ma la piena e la forza del Tevere, lo fecero desistere.
Perché il telefonista vuole restare anonimo? Perché non ha parlato prima, ma solo dopo che in un aggiornamento Chi l’ha Visto? informa dell’esistenza “dell’uomo del bar“? Perché suggerisce che uno dei due cadaveri che vennero rinvenuti poco tempo dopo, sarebbe di Rosa Silla e, nel caso non fosse con quella potenza del fiume sarebbe anche potuto sfociare in mare? Si è provato a comparare la voce dell’anonimo informatore con voci note del caso Orlandi-Gregori?
Le analisi eseguite sulle salme rinvenute nel Tevere daranno esito negativo. Nel gennaio del 2022 il Tribunale di Roma, su richiesta del fratello Paolo, procede con la dichiarazione di morte presunta.
Rosanna Minorenti
Rosanna è una giovane ragazza di 27 anni. È da poco tornata a vivere insieme alla madre, in seguito alla separazione dal marito, Bruno Bernardoni, conosciuto nel 1985. La mamma Grazia non ha mai visto di buon occhio quella relazione, sa che i fratelli di Bruno erano stati arrestati per sequestro di persona, e teme che anche il futuro genero possa essere un delinquente. Ciò nonostante non può opporsi al matrimonio.
I problemi emergono fin dal viaggio di nozze, che Bruno vuole fare a casa della propria cugina, nonostante Grazia avesse donato come regalo agli sposi due milioni e mezzo di vecchie lire, più che sufficienti per una bella luna di miele.
Arrivati a destinazione Bruno mostra la sua vera natura e comincia a picchiare la neo sposa, la colpisce al ventre e le rompe diverse costole. Rosanna dovrà recarsi all’ospedale e, nonostante quanto accaduto, decide di non sporgere denuncia.
I tentativi di far funzionare l’unione sono vani e le violenze troppe; Rosanna decide di sporgere denuncia e di chiedere la separazione che sarà accordata con l’imposizione a Bruno, con sentenza del Tribunale, di corrispondere alla ex moglie 300.000 lire mensili per gli alimenti.
La mattina del 1° ottobre del 1990 Rosanna e la madre vogliono fare un po’ di compere. La ragazza decide di passare prima dall’ex marito a prendere la quota mensile. Intorno alle 13.00 i colleghi di Bruno notano Rosanna che attende davanti al cancello del deposito Atac di Porta Maggiore. Uno di loro vede che si allontanano insieme.
La signora Grazia sta aspettando che Rosanna rientri, non succede, non la vedrà più. Grazia tappezza la città di volantini recanti il volto della figlia, e cercherà anche un riscontro dall’ex genero e dai consuocer,i ma non avrà mai modo di confrontarsi: quando la vedono arrivare scappano e si nascondono.
L’atteggiamento della famiglia Bernardoni dimostra, secondo la madre della giovane scomparsa, che sanno e e, e nascondono qualcosa. Comprende che le probabilità di abbracciare Rosanna sono sempre più remote.
Il 28 settembre del 2008, 18 anni più tardi, Grazia riceve una telefonata anonima: dall’altra parte del ricevitore una voce le riferisce qualcosa inerente al lago di Castel Gandolfo. Il dubbio che la figlia si trovi sul fondo del lago non ha ancora avuto risposta.
Andrea Catre
Riporto qui sotto, fedelmente, la scheda di questa ragazza, presente sul sito di Chi l’ha visto?: unica fonte di informazioni che parli di questa giovane rumena scomparsa a Roma. Rispetto alle altre ragazze, la data è molto più recente. Tuttavia ritengo utile ricordare anche l’esistenza di questa ragazza, risucchiata in un buco nero della capitale. Se poi a Roma si aggirasse davvero un omicida seriale, impunito e ancora vivo, non potremmo escludere che abbia perso il pelo ma non il vizio, soprattutto se si trova a portata di mano una giovane, sola, che ha in sé tutte le caratteristiche fisiche a lui gradite e che, essendo straniera, anzi rumena, non provocherà grosse reazioni nell’opinione pubblica.
Andrea Alexandra Catre, 20 anni, è arrivata in Italia dalla Romania a fine 2004 in cerca di fortuna e attratta dalla speranza di costruirsi una vita migliore. I primi mesi li ha trascorsi a casa degli zii, a Valdagno (Vicenza). Lì ha imparato l’italiano e poi, non riuscendo a trovare lavoro da quelle parti, si è trasferita a Roma. Nella capitale ha prima lavorato come badante di un’anziana signora. In seguito ha lavorato come baby sitter presso una famiglia che abitava a Monteverde. Tutte queste notizie Alexandra le ha raccontate ai suoi parenti per telefono, l’unico contatto che aveva con gli zii in Italia e con i genitori in Romania. Alla fine del 2007 però ha smesso di dare sue notizie. I suoi 3 numeri telefonici risultano tutti disabilitati e l’ultima utenza in suo possesso, da cui è partito un sms per i genitori a giugno 2008 in cui scriveva che sarebbe tornata a casa in ottobre, risulta staccato.
L’assassino seriale
Tra il 1982 e il 1983, Roma fu teatro di una serie inquietante di omicidi e sparizioni che coinvolsero numerose giovani donne, un fenomeno che, per la sua estensione e per le modalità con cui si verificò, solleva ancora oggi interrogativi irrisolti. Il volume Dodici donne e un solo assassino di Otello Lupacchini e Max Parisi ha cercato di analizzare questa sequenza di crimini, ipotizzando la presenza di un unico autore dietro alcuni di essi.
Sebbene la ricostruzione proposta dagli autori tenda a unificare le vicende sotto una stessa matrice, un esame più approfondito suggerisce che, per alcune delle vittime, possano esistere piste investigative alternative e più coerenti con le circostanze specifiche. Il merito dell’opera risiede nel recupero e nella divulgazione di storie spesso dimenticate, restituendo dignità a donne la cui tragica fine è stata relegata ai margini della cronaca.
Molte delle vittime citate nel libro, tra cui Emanuela Orlandi, Mirella Gregori, Ketty Skerl, Simonetta Cesaroni e Fernanda Durante, hanno ricevuto una certa attenzione mediatica, mentre altre, come Thea Stoppa, Lucia Rosa, Giuliana Meschi, Marcella Giannitti, Cinzia Travaglia, Bruna Vettese, Rosa Martucci, Augusta Confaloni, Margarete Wilfling e Giuditta Pennino, sono state rapidamente dimenticate. Alcune di queste donne erano coinvolte in contesti di marginalità sociale, come la tossicodipendenza o la prostituzione, elementi che hanno contribuito a una minore considerazione dei loro casi da parte dell’opinione pubblica e delle istituzioni.
Tra i casi più emblematici, quello di Bruna Vettese, madre di famiglia costretta a prostituirsi per necessità, il cui corpo fu ritrovato nei pressi della Torraccia sull’Appia Antica nel febbraio 1983. Il cadavere, seminudo, presentava segni di violenza, e alcuni indumenti risultavano mancanti, suggerendo un possibile spostamento post-mortem. Analogamente, Rosa Martucci fu vittima di un omicidio brutale, caratterizzato da modalità che si ripeteranno in altri casi successivi, alimentando l’ipotesi di un unico autore. Augusta Confaloni fu uccisa con modalità simili a quelle di Rosa Martucci, rafforzando l’idea di un modus operandi ricorrente. Lucia Rosa, Giuliana Meschi, Marcella Giannitti, Cinzia Travaglia e Giuditta Pennino furono tutte vittime di omicidi brutali, spesso caratterizzati da modalità simili, come il trasferimento del corpo post-mortem e l’assenza dell’arma del delitto. Regine Gstottenmaier rientra tra le giovani donne scomparse o uccise in quel periodo, sebbene il suo caso sia meno documentato. Paola Diener, trovata morta nella vasca da bagno della sua abitazione il 5 ottobre 1983, fu inizialmente considerata vittima di un incidente domestico, ma la presenza di microspie nella sua casa e una vistosa bruciatura sul palmo della mano hanno sollevato dubbi sulla reale natura della sua morte.
Un altro nome che emerge nelle indagini di quegli anni è quello di Maurizio Giugliano, soprannominato il lupo dell’Agro romano, sospettato di almeno sei omicidi tra il luglio 1983 e il gennaio 1984. Le sue vittime erano prevalentemente donne, spesso prostitute o emarginate, uccise con modalità simili tra Roma e l’Agro pontino. Tra i casi a lui attribuiti, quello di Thea Stoppa, strangolata con la propria camicetta, colpita al volto con pietre e finita con un colpo di pistola. Giugliano, arrestato nel febbraio 1984, fu condannato a diciassette anni e otto mesi di carcere, e durante la detenzione uccise anche un compagno di cella, confermando la sua pericolosità. Sebbene fosse sospettato di altri omicidi, non tutte le accuse trovarono riscontri definitivi.
Oltre ai casi già citati, altre giovani donne scomparvero o furono uccise in quel periodo, tra cui Regine Gstottenmaier e Paola Diener. L’insieme di questi delitti e sparizioni lascia aperti numerosi interrogativi. La concentrazione di casi in un breve arco temporale e in una stessa area geografica suggerisce la possibilità di un collegamento tra alcuni di essi. Tuttavia, la mancanza di prove definitive e la dispersione delle indagini hanno impedito di giungere a conclusioni certe.
Tempi folli
Nel periodo tra gli anni ’70 e ’90, Roma e le zone limitrofe sono state teatro di eventi di grande complessità, con un intreccio di criminalità organizzata, operazioni di intelligence e conflitti istituzionali. Bande armate, gruppi mafiosi e reti di traffico illecito hanno operato sul territorio, contribuendo a un clima di tensione sociale e insicurezza urbana.
Uno dei casi più rilevanti emersi nel panorama della sicurezza nazionale è quello di Davide Cervia, ex esperto di guerra elettronica della Marina Militare. Nato a Sanremo il 21 novembre 1959, Cervia si arruolò nella Marina Militare nel 1978, specializzandosi in guerra elettronica con la qualifica ELT/ETE/GE. Questa competenza lo rese un esperto nell’utilizzo del sistema missilistico Teseo Otomat, una tecnologia avanzata di difesa e attacco sviluppata in collaborazione tra Oto Melara e Matra. La sua specializzazione gli impose il nulla osta di sicurezza (NOS) della NATO, vincolandolo alla massima riservatezza. Dopo il congedo nel 1984, Cervia si dedicò alla vita familiare e trovò impiego nel settore privato come perito elettronico presso l’azienda Enertecnel Sud.
Il 12 settembre 1990, Cervia è scomparso in circostanze mai chiarite mentre si trovava a Velletri, precisamente in Contrada Colle dei Marmi. I suoi colleghi lo hanno visto lasciare il luogo di lavoro alla guida della sua Volkswagen Golf bianca con l’intenzione di tornare a casa, ma non è mai arrivato. Le indagini iniziali hanno ipotizzato un allontanamento volontario, ipotesi respinta dalla famiglia, che ha sempre sostenuto la possibilità di un rapimento. Testimonianze successive hanno indicato l’azione di un commando, che avrebbe sequestrato Cervia, narcotizzandolo e trasferendolo su un’auto di colore verde bottiglia, mentre la sua vettura veniva prelevata da uno dei presunti rapitori.
Nei mesi successivi, emersero elementi inquietanti. Quattro mesi dopo la scomparsa, il nome di Cervia comparve nella lista passeggeri di un volo Parigi-Il Cairo della Air France, con un biglietto acquistato dal Ministero degli Esteri francese. Nel marzo 1991, grazie a una lettera anonima inviata al programma Chi l’ha visto?, la sua auto fu ritrovata vicino alla stazione Termini di Roma, ancora intatta e con i fiori che aveva comprato per la moglie. Poco dopo, la famiglia ricevette un’offerta di un miliardo di lire per abbandonare la ricerca della verità.
Negli anni successivi, la famiglia Cervia ricevette lettere anonime con informazioni contrastanti: alcune sostenevano che fosse morto in un bombardamento a Baghdad, altre lo davano prigioniero in Libia o Arabia Saudita. Alcune missive contenevano minacce dirette alla famiglia, intimandole di mantenere il silenzio. Nel 1997, la moglie ricevette una telefonata in cui sentì la voce di Cervia parlare di lavoro, ma si rese conto che si trattava di una registrazione.
L’intera vicenda è stata segnata da elementi di depistaggio, reticenze istituzionali e minacce verso i familiari del militare. Il caso si inserisce in un quadro più ampio di criticità nella gestione della sicurezza nazionale e dei rapporti tra lo Stato e gli apparati di difesa avanzata. Il livello di segretezza che circonda la vicenda e la difficoltà di reperire documentazione ufficiale nei circuiti di informazione mainstream evidenziano una limitata trasparenza nella trattazione pubblica di eventi di questa natura.
Il caso Cervia è stato archiviato nel 2000 come sequestro di persona a opera di ignoti, senza ulteriori sviluppi ufficiali. Tuttavia, numerosi elementi suggeriscono il coinvolgimento di apparati statali e servizi segreti stranieri, con possibili connessioni alla Guerra del Golfo, scoppiata il 2 agosto 1990. La sua competenza in guerra elettronica e il numero limitato di esperti in quel settore lo rendevano una risorsa strategica per diversi Paesi. La sua vicenda è stata oggetto di documentari e inchieste giornalistiche, tra cui il film “Fuoco amico – La storia di Davide Cervia”, che ha cercato di ricostruire le indagini e i retroscena della sua scomparsa. Il caso continua a rappresentare un simbolo di opacità istituzionale, sollevando interrogativi sulla gestione della sicurezza nazionale e sulle relazioni tra lo Stato italiano e le operazioni di intelligence internazionale.
Per approfondimenti, si rimanda allo studio più recente sulle giovani scomparse da Roma nel 1983, qui: https://lagiustizia.net/roma-1983-le-ragazze-scomparse/
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1 commento
Grazie per questo articolo semplicemente unico, sto recuperando tutti gli articoli scritti da lei e sto decisamente apprendendo molte più informazioni di quanto fossi riuscito a fare tramite altri portali, mi chiedo se fosse possibile contattarla direttamente per reperire informazioni più precise circa i diversi casi di cui ha scritto… in qualsiasi caso grazie mille!