Il caldo estremo ha messo in crisi la produzione energetica nucleare in Europa. L’ultima a subirne gli effetti è stata la Romania, che il 13 agosto ha bloccato la sua unica centrale nucleare. Colpa del livello troppo basso del Danubio, seccato dal caldo. La compagnia elettrica nazionale rumena, Nuclearelectrica, ha comunicato di aver arrestato anche l’Unità 2 della centrale nucleare di Cernavoda a causa del «calo del livello dell’acqua del Danubio», che contribuisce al suo raffreddamento.
L’Unità 1 era già stata spenta a fine luglio, sempre per lo stesso motivo.
La centrale fornisce un quinto della produzione totale di energia elettrica del Paese, perciò il governo ha pure rinnovato l’appello a un «consumo responsabile» di elettricità.
Romania e Ungheria studiano nuovi metodi per alzare artificialmente il livello dell’acqua del Danubio. Prima di arrivare al totale spegnimento di Cernavoda, i rumeni avevano già dragato il fiume cercando di convogliare più acqua verso la centrale nucleare. Si era perfino fatta esplodere una formazione rocciosa a tal fine, ma è stato tutto inutile.
Da parte sua l’Ungheria finora è riuscita a evitare di spegnere completamente la centrale nucleare di Paks, pure raffreddata con acqua del Danubio. Ma si prevede che il livello del fiume scenderà ancora. Perciò saranno posizionate due chiatte lunghe 80 metri, che potranno essere affondate per aumentare il livello dell’acqua.
La centrale di Paks ha quattro reattori nucleari che coprono 1/3 del fabbisogno elettrico ungherese, ma è già parzialmente ferma da fine luglio.
Dunque, a mali estremi, il governo di Peter Magyar ha ordinato la costruzione di una diga sommersa vicino alla centrale.
Intanto in Francia sono saliti da tre a otto reattori nucleari spenti, sui 57 totali. E il prezzo dell’energia elettrica è già salito. Gravelines, situata sulla costa del Canale della Manica, è la centrale più grande dell’Europa occidentale, con sei reattori,
ma ha dovuto spegnerne tre, tutti a causa di un’anomala invasione di meduse nel mare. Il fenomeno è direttamente legato all’aumento delle temperature oceaniche. Le meduse otturavano i canali di pompaggio che alimentano l’acqua utilizzata per raffreddare la centrale.
Ma Gravelines non è l’unica a subire i danni di questa prolungata calura.
Il 12 agosto sono stati spenti altri cinque reattori situati in prossimità di altri fiumi usati per il raffreddamento: in alcuni casi il flusso era insufficiente per la siccità, in altri le temperature dell’acqua erano troppo elevate e quindi inutili allo scopo.
Questo è successo per una centrale sul Mosella, per due bacini idrici sul Garonna e per un altro sul Rodano.
Problemi anche sul Reno, che attraversa Svizzera, Germania occidentale e Paesi Bassi: è ai livelli più bassi dal 1880, cioè da quando si è cominciato a misurarli.
Le navi cargo riescono ancora a navigarvi, ma devono trasportare meno merce per limitare il pescaggio. Questo però fa aumentare traffico e costi. Il rischio è quello di una seria crisi economica, come accadde già durante la secca del 2018.

In Italia centrali nucleari non ne abbiamo più, ma l’Autorità di bacino distrettuale del Fiume Po ha confermato lo stato di severità idrica “alto” su tutto il distretto padano.
Oltre 100 comuni tra Piemonte e Lombardia affrontano gravi disagi e razionamenti, con l’uso di autobotti per l’acqua potabile. Il Piemonte ha dichiarato lo stato di calamità naturale a causa della siccità fluviale.
In Lombardia le risorse sono esaurite nel Ticino, e la carenza complessiva delle risorse idriche regionali è al 60%.
In Valle d’Aosta la disponibilità idrica è ridotta del 20%. Anche i volumi d’acqua del Lago Maggiore e degli altri bacini regolati sono vicini all’esaurimento a causa del caldo persistente.
L’ultimo bollettino ISPRA, da cui è tratta la mappa allegata, rinnova “alla luce del quadro delineato” l’invito ai Sindaci dei Comuni interessati da problemi di approvvigionamento idrico, “ad adottare ordinanze sindacali che disciplinino e limitino i prelievi idrici per usi non essenziali”.
In particolare, ISPRA raccomanda di “vietare o limitare”:
– il lavaggio di autoveicoli, motocicli e altri mezzi di trasporto privati con acqua corrente proveniente dalla rete idrica pubblica;
– il riempimento, rabbocco e mantenimento del livello delle piscine a uso privato;
– l’irrigazione di giardini privati, prati ornamentali e aree verdi con acqua; proveniente dalla rete idrica pubblica nelle ore diurne;
– l’utilizzo di acqua potabile per il lavaggio di cortili, piazzali, terrazzi e spazi pubblici;
– l’utilizzo di acqua per fontane ornamentali e zampilli privi di sistemi di ricircolo.
– il riempimento di vasche, laghetti artificiali e altri bacini ornamentali privati.
E l’estate non sta finendo…


1 commento
Le raccomandazioni di ISPRA mi sembrano ragionevoli e sagge, e c’è da augurarsi che molti di noi le abbiano già messe in atto spontaneamente, senza cioè attendere “disposizioni dall’alto” (visto il protrarsi della situazione climatica, segnatamente in ordine alle risorse idriche), e nel leggerle mi tornano alla mente i primi anni scolastici, allorché imparavi ed elencavi i tanti affluenti del Po, il che mi dava l’idea di una grande ed inesauribile disponibilità d’acqua nel Belpaese, tale da non poter mai venir meno.
Ricordo a sua volta zone del nostro Appennino in cui l’acqua non era molto abbondante, quando non scarsa in taluni momenti dell’anno, tanto da indurre a farne un utilizzo oculato e parsimonioso, e per gli impieghi non potabili si ricorreva non di rado alla raccolta dell’acqua piovana, in “fosse” ricavate nel terreno, tipo i “maceri” per la canapa, ad uso plurimo, secondo le rispettive dimensioni, ivi compreso l’abbeveramento o abbeveraggio del bestiame, in una società che ai tempi era fortemente connotata dalle attività agricole.
Da allora le abitudini e la fisionomia sociale dello Stivale sono parecchio cambiate, e non c’è bisogno di procurarsi l’acqua estraendola dai pozzi, o recandosi all’una o altra sorgente, come poteva succedere una volta nelle nostre borgate e campagne, visto che l’abbiamo in casa a portata di rubinetto, e una tale “comodità” può averci portato a “non risparmiarla”, ma i nuovi scenari, sul piano idrico, dovrebbero spingerci a ritrovare un po’ l’oculatezza di cui dicevo, anche perché costa talora veramente poco il metterla in pratica.
Paolo Bolognesi 18.08.2026