Non so se dirgli “ricaccia la laurea” o invitarlo a recarsi da uno strizzacervelli…ma di quelli bravi.
E già perché altro che riforma costituzionale.
Qua c’è uno che nella sua testa una riforma l’ha già fatta.
Ma non solo costituzionale. Ha proprio rivoluzionato i canoni della cultura, della filosofia, della storia, degli studi giuridici.
Uno che ha buttato nel cestino fiumi e fiumi di sommo sapere scritti con l’inchiostro indelebile della conoscenza nelle pagine della storia a cominciare da Socrate.
Si tratta di Woodcock quello dai nomi aristocratici di Henry e John, il famoso PM che si rese celebre per una serie di indagini ad alto effetto mediatico come Savoiagate, Vallettopoli, P4, tutte finite a cazzo e ovviamente schieratissimo per il no. .
L’ultima del britannico Woodcock è la seguente: “Il processo non serve a fornire le prove della colpevolezza dell’imputato ma a trovare le prove della sua innocenza, perché è l’imputato che deve provare di essere innocente”.
Cioè: detto con parole da cortile l’imputato è colpevole fino a prova contraria.
Il contrario di quello che ho e abbiamo studiato.
Non basterebbe una vita per raccontare i fiumi di scienza e cultura giuridica che danno un fondamento al principio di non colpevolezza (o presunzione di innocenza) nei quali si sono bagnati tutti i più grandi pensatori della storia moderna che si sono cimentati nelle ragioni dell’etica, della morale e del diritto.
Potremmo spingerci addirittura a Platone e al racconto, narrato nella sua “Apologia a Socrate”, delle tre difese che il filosofo ateniese fece a sé stesso in altrettanti processi a lui mossi (abbastanza campati in aria) e chi si conclusero con la sua condanna a morte.
Era il 399 a.C. ma già da allora Socrate teorizzava che una persona è da considerarsi innocente sino alla condanna definitiva, che le prove devono essere addotte da chi accusa e non da chi si difende e che, in mancanza di prove, una persona non può essere condannata e deve essere considerata innocente.
Quanta fatica e quanto sudore sono costati a noi, studenti di giurisprudenza, fustigati dal severo professor Mercadante, quegli studi matti e disperatissimi nella filosofia del diritto, tutti protesi, a partire da Socrate, passando per Hobbes, Locke, Poitier, Rousseau, per finire al mio concittadino Capograssi, nel cercare di capire perché uno Stato, nell’adottare tali principi, sceglie, scientemente e consapevolmente, di preferire il rischio che un colpevole vada in giro piuttosto che un innocente sieda, anche per un solo giorno, in carcere.
Eppure tutto questo sapere è stato spazzato via, con un colpo di cancellino, da Woodcock un magistrato che se dovesse tirare le somme della sua vita professionale conterebbe più insuccessi che soddisfazioni.
Poche parole, pochi secondi, nel lampo di un respiro, Woodcock ha distrutto anni e anni di studi di migliaia di studenti in giurisprudenza.
Oppure ha distrutto totalmente la sua credibilità.
Che forse è più vero.


1 commento
Ciò che ha scritto in questo pezzo è di rara efficacia e di incontrovertibile contenuto: brillante nella forma, più che tagliente e, soprattutto, impeccabile nel richiamare un principio che non appartiene soltanto alla tecnica giuridica, ma alla stessa civiltà del diritto. Con ironia (mica tanto leggera- ma il soggetto e l’oggetto meritano il massimo disdoro), egli mostra come certe uscite non siano semplici provocazioni, bensì veri e propri inciampi culturali, prima ancora che giuridici. E fa bene a ricordare, quasi con crudeltà, che tra Socrate, Beccaria, la Costituzione e certa improvvisazione mediatico-giudiziaria corre la stessa distanza che passa tra il pensiero e il vaniloquio (o una “fuga delle idee”). Un articolo, dunque, sferzante, che restituisce alla polemica pubblica il tono che merita — lasciando ad altri, semmai, il triste privilegio di confondere il processo con il rovesciamento della civiltà giuridica.