“Non ha inchieste giudiziarie a suo carico e quindi non si muove per interessi personali ma per visioni politiche e questo la rende molto più forte. Ma tutto ciò la rende anche molto più pericolosa.”
Non sono un “meloniano”, e giammai lo sto diventando, ma siccome vengo dalla scuola della prima repubblica ho imparato che le istituzioni sono sacre chiunque sia l’esponente politico che le rappresenta.
Possono essere discusse, criticate, ma non attaccate.
In questo quadro le parole di Marco Patarnello, sostituto procuratore presso la Corte di Cassazione, nella mail inviata a una pletora di magistrati aderenti a Magistratura democratica, sono semplicemente agghiaccianti.
In primo luogo perché è la conferma che una parte della magistratura è molto attenta alla azione politica degli altri organi costituzionali dello stato e non dovrebbe attesa la natura super partes della funzione del giudice.
Lo sono perché dimostrano che c’è un consilium fraudis, una sorta di trama sommersa nella quale una parte dei giudici non solo si preoccupa di valutare altre figure costituzionali, ma addirittura si pone sulla difensiva facendo dedurre che, come a ogni azione difensiva, corrisponda una offensiva.
Lo sono perché dimostrano che quello che ha raccontato Palamara con il cavolo che è stato estirpato dal III potere costituzionale.
Lo sono infine perché dimostrano che alcuni magistrati hanno interessi di parte o corporativi da perseguire e quindi sono pronti ad una azione eversiva per ostacolare o peggio ancora vanificare l’attuazione di precise linee di governo da parte di chi siede a Palazzo Chigi in forza di una precisa e chiara scelta popolare.
“Ma come non sei contento?” potrebbe dirmi qualcuno che come me si pone all’opposizione di questo governo e di questa maggioranza.
No, non sono contento per niente, per una serie di motivi.
In primo luogo perché la cultura politica che mi hanno insegnato, durante i felici anni della prima repubblica, recita che gli organi costituzionali devono fare il loro lavoro senza invadere le attribuzioni degli altri, e questi continui straripamenti di una parte della magistratura nel mondo politico volti a disegnarne la storia, a ribaltare i governi o a vanificare i risultati elettorali, sono una stortura che va estirpata.
In secondo luogo perché ho imparato, sempre dalla stessa scuola, che l’avversario politico si combatte politicamente e non nelle aule di giustizia.
In terzo luogo perché quello che potrebbero fare a Giorgia Meloni potrebbero farlo a chiunque, anche di altre parrocchie.
Del resto la storia di tangentopoli ce lo insegna amaramente.
Dai tempi di Di Pietro, e fino ai 5Stelle, è stato introdotto nel mondo della politica il tema della legalità.
E sin qui nulla quaestio, ci mancherebbe.
Ma costoro entrarono in politica senza cultura, senza una storia, senza una tradizione ideologica che facesse loro da supporto, senza sapere cosa fare e come fare, e allora il tema de “l’honestà” divenne la ossessione della loro azione propagandistica trasmettendola a tutto il paese.
Quello che succede oggi è solo un’onda di quella marea.
E sulla scorta di quell’onda che alcune parti della magistratura, oggi, si sono sentite incoraggiate a proseguire i percorsi intrapresi da tangentopoli, sicché, alla fine, i problemi del paese, i bisogni della gente, lo sviluppo, la linee di progresso, l’economia e i servizi pubblici sono passati tutti in secondo, terzo e quarto piano, perché ogni volta il problema era prevenire il malaffare.
E spesso si è trasformato tutto in una colossale caccia alle streghe.
Ma anche alcuni politici che, incapaci di fare il loro mestiere, hanno pensato di eliminare l’avversario per la scorciatoia della via giudiziaria e sono stati complici di questa degenerazione aberrante.
Tutto questo è sbagliato.
E non mi interessa se oggi si chiama Meloni.
La sfida è politica e va duellata sul terreno della politica.
Non si tratta di una banale ricerca della impunità.
Si tratta di rimettere a posto i tasselli, ridare ordine agli organi costituzionali.
Perché lo stato ritrovi un senso. Possibilmente quello politico.

