di Vicky Amendolia
In un tempo in cui troppo spesso anche la cultura viene ridotta a cornice, a rito innocuo, a esercizio di presenza più che di pensiero, la presentazione di Virgilia a Catania (organizzata dalla Città metropoli nata), il libro di Massimo Carugno, ha rappresentato una salutare eccezione. Non una serata costruita per compiacere, non un appuntamento da archiviare tra le consuete liturgie editoriali, ma un momento vero di confronto, di approfondimento, di intelligenza critica.
Ad aprire l’incontro è stata l’architetto Silvana Bonaccorso, che ha presentato l’autore con eleganza, sensibilità e misura, dando subito alla serata un tono alto, sorvegliato, tutt’altro che convenzionale. Non un’introduzione di circostanza, ma un’apertura capace di predisporre il pubblico alla qualità dell’ascolto e alla densità del tema.
Nel dialogo che ho avuto con Massimo Carugno e con il pubblico è emerso con chiarezza il valore di un lavoro che non si limita a ricostruire una figura storica, ma la restituisce alla sua forza problematica, alla sua scomodità feconda, alla sua capacità di parlare ancora all’oggi.
Virgilia D’Andrea non è apparsa come un nome da onorare distrattamente nella ritualità della memoria, ma come una coscienza inquieta, una donna che continua a interrogare il presente con una intensità che molti contemporanei, pur assai più celebrati, non possiedono.
Ed è proprio qui il merito maggiore del libro di Carugno: avere sottratto Virgilia alla doppia deformazione della retorica e della semplificazione. Né santino ideologico, né figura imbalsamata nella teca della commemorazione. Ma donna viva, politicamente appassionata, intellettualmente libera, protagonista di una stagione attraversata da conflitti, tensioni, speranze radicali. Una donna collocata dentro il crocevia dei movimenti socialisti e anarchici del suo tempo, ma capace di oltrepassare il proprio tempo e di lasciare questioni ancora aperte.
Massimo Carugno affronta questa materia con rigore, con lucidità e, soprattutto, con rispetto per la complessità. E oggi non è poco. Viviamo infatti in una stagione in cui tutto viene appiattito, semplificato, consumato in fretta, e nella quale anche il pensiero rischia di essere sacrificato alla fretta della battuta, alla pigrizia dello slogan, alla presunzione di giudizi sommari. In questo contesto, un libro che ricostruisce senza banalizzare e un incontro che approfondisce senza annoiare rappresentano già, di per sé, un fatto controcorrente.
Il confronto si è così naturalmente allargato oltre la biografia individuale, investendo nodi più ampi: il rapporto tra memoria storica e coscienza civile, l’eredità delle grandi culture politiche del Novecento, il significato dell’impegno, le diverse declinazioni del pensiero anarchico, la differenza profonda tra la libertà come responsabilità e la ribellione ridotta a pura postura. Virgilia D’Andrea, in questa chiave, si è rivelata non una figura del passato, ma una domanda rivolta al presente. E forse proprio per questo continua a essere così interessante.
A dare ulteriore spessore al dibattito sono stati gli interventi della professoressa Maria Pia Fiumara, del professor Orazio Licciardello, studioso di psicologia sociale, e di Davide Crimi, ricercatore nel campo delle scienze sociali. I loro contributi, acuti e mai ornamentali, hanno arricchito il confronto, confermando che quando il livello degli interlocutori è alto la cultura torna ad assomigliare a ciò che dovrebbe sempre essere: non un passatempo colto, ma una forma esigente della libertà.
Anche il pubblico ha avuto un ruolo decisivo nel definire la qualità della serata. Attento, competente, partecipe, ha dimostrato che esiste ancora una domanda di approfondimento serio, non addomesticato, non ridotto a intrattenimento travestito da dibattito. Ed è un dato che merita di essere sottolineato, perché viviamo in un’epoca in cui la superficialità viene spesso scambiata per modernità e il rumore per vitalità.
La presentazione di Virgilia ha ricordato, invece, una verità elementare che troppo spesso viene rimossa: la cultura ha senso solo quando rinuncia a essere ornamento e torna a essere sostanza. Quando non blandisce, ma inquieta. Quando non arreda, ma incide. Quando non si limita a raccontare il mondo, ma prova ancora a leggerlo criticamente.
Per questo la serata dedicata al libro di Massimo Carugno non è stata soltanto una presentazione ben riuscita. È stata qualcosa di più raro e, per ciò stesso, più prezioso: la prova che esiste ancora uno spazio in cui la parola non è merce, la memoria non è retorica e il pensiero non si inginocchia davanti alla povertà del presente.


