Segue da qui Eh… niente. Facebook risponde che quella pagina non vìola gli standard della Community. Nel frattempo è esploso il caso della pagina “Mia Moglie” e un po’ di soddisfazione di riflesso mi è arrivata. Ho contattato anche la giornalista del Corriere della Sera che ha scritto del caso raccontandole di questo.
Anche per la pagina “Mia Moglie” la segnalazione a Facebook non era servita ad alcunché. È intervenuta la Polizia Postale, però non ho ancora capito se la pagina è stata chiusa per intervento della Polizia Postale a seguito di una segnalazione o a seguito di una denuncia. Perché è una cosa su cui ragionavo proprio in questi giorni.
La violenza di genere dovrebbe essere perseguita d’ufficio perché ha evidenti ripercussioni sociali, non deve necessariamente esserci un danno individuale diretto a testimonianza del fatto, la natura stessa di determinati contenuti o azioni etc dovrebbe dimostrare di per sé la fattispecie criminosa.
Esiste il reato di apologia fascista nella eco del quale c’è un fanatismo tale che ti impedisce, ad esempio, di mettere in vendita una fibbia originale del periodo col volto del Duce. Uno dei maggiori pericoli sociali che abbiamo nel 2025 (che non è il 1922) è dato dall’implosione ed esplosione della dinamica patriarcale che colpisce indiscriminatamente a qualunque livello ed appartenenza sociale e occorre che UNA DONNA SOLA parli perché si intervenga? Bel fallimento, in piscio alle altisonanti parole di tutti quei trattati internazionali che esponevo nei miei primi articoli.
Qualcuno ricorda che la violenza di genere è stata riconosciuta come una violazione dei diritti umani? E deve esserci una denuncia per procedere?
Non ho chiamato la Polizia Postale, sono stata in stallo su questa cosa per settimane fino a quando è successo di “Mia Moglie”. Cosa lo faccio a fare? Costa una ferita al cuore ogni volta questo spontaneo istinto di rivolgersi alle Istituzioni. Questa fiducia sistematicamente mortificata e tradita. Perché devo io a nome mio fare una denuncia per la foto di un bambino col viso nelle natiche di una donna se la pedopornografia è reato grave? Parlo della foto del bambino che è il non plus ultra qualora non bastassero le centinaia di foto di donne. Nel giro di 20/30 scroll. Più in giù non sono andata. Ma tanto continuano.
Nel momento in cui dimostro che la mia segnalazione al Social è stata vana, non dovrebbe la Polizia Postale muoversi ex motu proprio nei confronti del Social? Ripeto il nome della pagina che segnalavo io, anzi, stavolta la linko così la rendo più facile se volete farvi del male: Sono un Porco Ma Romantico2. Con scritto nella biografia “Sono tornato. MERDE”. A cosa si riferisce, che ha un precedente di Porco1? E chi sono le merde, chi gli ha fatto chiudere il primo, le istituzioni, determinate persone?
Ci sono oltre 14 mila iscritti, mille in più da quando ne ho parlato la prima volta, edificante. Alcuni saranno anche gli stessi di quella pagina “Mia Moglie” visto che ora ha chiuso, ne sono certa. Ma poi che schifo vero. Di quegli uomini. E di quelle donne che non faranno alcunché. Gira l’intervista ad una donna che dice che non denuncerà “perché comunque è il padre dei miei figli e lo rispetto”. Una frase agghiacciante.
Capisco che denunciare è esporsi a quel tradimento di fiducia di cui scrivo in questa rubrica perché ne ho testimonianza diretta per prima. Ma dire che non lo denunci perché lo rispetti perché è il padre dei tuoi figli significa solo che non vuoi ammettere che sei stata una deficiente a fare dei figli con un coglione del genere. Non vuoi assumerti la responsabilità delle conseguenze, non ti assumi nemmeno la responsabilità della vita dei tuoi figli, oltre che della tua.
Perché che era coglione lo sapevi, ci sono le avvisaglie, a meno che non sia una cogliona anche tu che, nel gioco delle parti, fino a quando vi è andata bene è andata bene. Forse guardavate avanti nella stessa direzione per i vostri “obiettivi”, ma non vi siete curati di guardarvi bene l’un l’altro, di nutrire e conservare qualcosa che vi tenesse uniti nell’andare avanti. E questo qualcosa non sono i figli, miei cari, sappiatelo. Può essere solo l’onestà dei vostri sentimenti.
Le parole “lo rispetto” in realtà qui significano “lo temo”. Perché qui sta parlando una donna patriarcale. Queste sono parole di una donna che vive il patriarcato e lo porta avanti anche se lo subisce. Queste non sono parole di una donna libera. Sia chiaro, questo discorso è reciproco, è palindromo anche se non coincidono le lettere.
Ma soprattutto: quale insegnamento potrai mai dare ai figli se mostri che una tale violenza può rimanere impunita? Quando magari li punisci perché non finiscono i compiti di scuola. Cosa capiranno di quali sono i confini tra bene e male che nella società esistono, che SOLO filosoficamente nel nostro interiore possiamo discutere, non fuori?
Per questo la violenza di genere dovrebbe essere un reato d’ufficio, perché chi la fa non capisce che è una violenza e chi la subisce non si rende conto di perpetrarla. E ci rimette tutta la società. “Violazione dei diritti umani” sembra eccessivo solo a chi non ha capito la reale entità che si cela dietro a ciò che sta accadendo.
Ho apprezzato davvero tanto le parole di Anna Agosta, consigliere nazionale di D.I.RE rete dei centri antiviolenza a Morning News stamattina, che definisce la pagina Facebook “Mia Moglie” come la “la manifestazione della cultura dello stupro”. Non può essere detto in modo migliore, non può essere detto diversamente: è esattamente questo.
Unito ad una frustrazione e fragilità di fondo data dalla mancanza di spessore perché nella società patriarcale all’uomo non è chiesto di evolvere, basta che si alzi al mattino, vada nel mondo a prendere e portare a casa ciò che serve, pagare quello che deve, chissenefrega se picchia la moglie perché è primo ad essere schiavo nel mondo purché sia Re nella casa. Perché educarli alla consapevolezza delle emozioni che portano appunto allo spessore?
Certo io ho conosciuto e conosco donne e uomini liberi da certe dinamiche, ma questo approccio rimane ancora troppo relegato alla sfera personale. Non è una faccenda personale. È stata una rivoluzione arrivare alla violenza di genere partendo da una fattispecie definita come “violenza domestica”. Ci vuole un altro passo in avanti, il reato d’ufficio. Chiudere quella pagina Facebook è stato uno dei rarissimi, veri e concreti atti di prevenzione che io possa enumerare.
Ero tentata a chiudere con ancora qualche immagine della pagina Facebook di quei disgraziati, ma per fortuna mi è venuta un’altra idea. Che è un’idea che ho da tempo, di cui volevo scrivere.
La bellezza: il fine è annientare, estirpare, uccidere la bellezza. Quasi tutte le donne uccise sono davvero belle esteticamente, dico quasi solo perché non le ho viste tutte. Secondo me è un fattore davvero rilevante. Quella frustrazione maschile non è solo una questione sociale (che chissà quando eviscereremo, chissà quando potremo affermare che anche un uomo è uomo anche se non fa famiglia e figli) ma è anche esistenziale. È quello che ho definito “spessore”, è l’esercizio al bello, l’estasi del bello che è la vita tutto intorno a noi sempre e che rendiamo uno schifo apposta perché non riusciamo a sopportare il bello. Vale per donne e uomini, con tutte le sfumature annesse, nessuno escluso.
Perché non si riesce a sopportare la bellezza? Forse perché si è costruiti di compromessi, non di scelte. Poi certo c’è l’educazione, il contesto sociale, ci sono i traumi, le cose che si sono vissute volenti o nolenti… ma il punto alla fin fine secondo me è solo questo: non vivere a pieno, vivere di compromessi, scegliere di non scegliere consapevolmente il proprio percorso personale, un’estensione del concetto de “La Banalità del Male” della Arendt che arriva anche alla sfera della relazione di coppia, della concezione di cosa sia amore e figli.
Adriano aveva ragione con Adrian, ho cercato di recuperarlo per rivederlo, non era il momento quando fu trasmesso, non ero pronta. Ma aveva e ha ragione Adriano (come sempre) il problema è l’insostenibile bellezza della verità. Non si può reggere la magnificenza della bellezza se si vive in un degrado interiore, si finisce inevitabilmente per fare il brutto, che fa male. TVB Adrian.
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