Il 10 novembre del 1848 Victor Hugo, sulla cui fama sarebbe pedissequo dilungarsi, espose in parlamento davanti agli onorevoli suoi colleghi quello che è passato alla storia come il “discorso sul pericolo dell’ignoranza“. Nonostante siano passati più di 160 anni continua ad essere un testo attuale, e mostra come ormai da qualche anno, anzi da troppi anni, la discussione politica italiana intorno agli investimenti per la cultura è ferma ad un altro tempo.
Originale, se non proprio stravagante, la sua definizione di ignoranza delle folle: la mancanza di investimenti in
cultura di una nazione è di per sè «una forma di ignoranza». Resta nei secoli la testimonianza di un discorso limpido, che evidenzia come oggi – nonostante il mondo sia cambiato, se non proprio rovesciato – la situazione intorno ai finanziamenti e alla valorizzazione del patrimonio di una nazione è rimasta immobile. E ci riferiamo all’Italia.
Hugo fu nominato Pari di Francia dal re Luigi Filippo d’Orléans. Nel 1848 entra a far parte, come deputato, dell’Assemblea Costituente. Seppure eletto fra le file dei conservatori, Hugo fino alla fine del mandato avrà una posizione di autonomia politica e di equidistanza. Il punto massimo di rottura con i conservatori arriva con il discorso del 1850, con cui lo scrittore adotta una irremovibile opposizione alla legge Falloux, che voleva un limite al monopolio dell’insegnamento di Stato per facilitare la strada all’istituzione di scuole e università fondate e condotte da ordini religiosi. E anche qui: come se il passato non fosse mai
passato, scuola e università pubbliche sono e restano in una morsa finale, in Italia.
Riportiamo di seguito un estratto molto significativo di quello che risulta oggi catalogato, negli archivi dell’Assemblée Nationale, come il Discorso sul sostegno alle Lettere e alle Arti del Signor Victor Hugo.
“(…) Io dico, signori, che le riduzioni proposte sul bilancio speciale delle scienze, delle lettere e delle arti sono negative per due motivi. Sono insignificanti dal punto di vista finanziario e dannose da tutti gli altri punti di vista. Insignificanti dal punto di vista finanziario: è di una tale evidenza che provo imbarazzo nel sottoporre all’assemblea il risultato di un calcolo proporzionale che ho fatto. Non vorrei suscitare le risa dell’assemblea in una questione seria, tuttavia mi è impossibile evitare di proporre un paragone decisamente triviale, decisamente volgare, ma che ha il merito di illuminare il problema e renderlo per così dire visibile e palpabile.
Che pensereste, signori, di un privato che, avendo 1500 franchi di rendita, dedicasse ogni anno alla propria cultura intellettuale, per le scienze, le lettere e le arti, una somma assolutamente modesta, 5 franchi, e che, in un giorno di rinnovamento, decidesse di economizzare sulla propria cultura 5 centesimi?
Ecco, signori, la misura esatta del risparmio proposto. Ebbene! Quello che voi non consigliereste a un privato, all’ultimo degli abitanti di un paese civile, osano consigliarlo alla Francia.
Vi ho appena mostrato quanto sarebbe minimo il risparmio; voglio mostravi adesso quanto grande sarebbe il danno. Per informarvi su questo punto, non trovo nulla di più eloquente che il semplice elenco delle istituzioni, delle fondazioni, degli interessi che le riduzioni proposte colpiscono subito e minano per l’avvenire.
(Segue elenco scandito di ben 19 istituzioni pubbliche colpite dai tagli delle sovvenzioni, tra le quali il Collége de France, gli Archivi Nazionali, la Scuola d’arte di Parigi, il conservatorio, i musei di pittura e di scultura e le facoltà di scienze e di lettere).

E Hugo continua: “Inoltre, le riduzioni colpiscono da subito e minacciano per l’anno prossimo anche i teatri. Voglio dirvi solo una cosa en passant. Si propone anche la soppressione di un sovrintendente ogni due; preferirei la soppressione di un censore o anche due.
Infine, il rapporto riserva le parole più dure e le minacce più serie per le indennità e i sostegni alla lettere. Sapete signori che cosa sono le indennità e i sostegni alle lettere? È l’esistenza stessa per qualche famiglia povera tra le più povere, meritevole tra le meritevoli. Se voi adottaste le riduzioni proposte, sapete cosa si potrebbe dire? Che un artista, un poeta, uno scrittore celebre lavora tutta la vita, lavora senza pensare ad arricchirsi, muore e lascia al suo paese molta gloria con la sola condizione di dare alla sua vedova e ai suoi bambini un po’ di
pane. Il paese conserva la gloria e rifiuta il pane!
Dunque lo vedete: questo sistema colpisce tutto, non rispetta nulla, né le istituzioni antiche, né le istituzioni moderne. Questo sistema di economie fa vacillare in un sol colpo tutto questo insieme di istituzioni civilizzatrici che è, per così dire, la base dello sviluppo del pensiero della nazione.
E quale momento viene scelto? È qui sta l’errore politico più grave: il momento in cui sono più necessarie che mai, il momento in cui, anziché limitarle, bisognerebbe ampliarle e farle crescere.
E faccio appello alla vostra coscienza, e ai sentimenti di tutti voi: qual è il grande pericolo della situazione attuale? L’ignoranza. L’ignoranza più ancora che la miseria.
L’ignoranza che straripa, che ci assedia, che ci investe da tutti i lati.
Ed è col favore dell’ignoranza che certe dottrine distruttive passano dalla mente spietata dei teorici al cervello confuso delle folle. Il giorno in cui scomparirà l’ignoranza, si dissolveranno anche i sofismi. È in un momento simile, davanti a un tale pericolo, che si pensa di attaccare, di mutilare, di spogliare tutte queste istituzioni che hanno come scopo preciso di perseguire, di combattere, di distruggere l’ignoranza!”
Davanti a simili riflessioni, che sono in realtà parole trascritte e protocollate in una delle massime istituzione della Cultura occidentale europea, nessuno dovrebbe voltare lo sguardo altrove. Le assonanze con quanto viviamo sono enormi, e non possiamo continuare a fingere di non vedere l’elefante nella stanza.

