La natura delle relazioni internazionali obbliga l’azione morale a considerare la diversità dei valori che esistono al mondo, e quindi ad accettarne i compromessi. Se così non fosse, ogni ragionamento sarebbe sterile, e ogni azione inefficace.
Quindi, bisognerebbe barcamenarsi tra regole utilitaristiche e imperativi categorici, senza dimenticare che la moralità non è soltanto un affare degli scopi o delle intenzioni. Per questo, la valutazione delle probabili conseguenze dovrebbe indurre a compiere azioni considerando già che l’esito può essere ambiguo, e soprattutto che il principio da applicare è indefinito.
Del resto, una moralità basata esclusivamente sul calcolo dei risultati scontati è oggi inaccettabile, perché nessun uomo di Stato può essere certo di tutte le conseguenze, ne sarà mai certo di poter evitare tutti i suoi effetti perversi.
In questo modo, né la convenzione né il calcolo potranno mai avere conseguenze soddisfacenti.
È necessario andare oltre ciò che esiste nel momento attuale dell’azione: la moralità tradizionale della politica estera, la cosiddetta moralità machiavellica, è e resta inaccettabile per ragioni sia etiche che intellettuali.
Oggi l’ordine internazionale è spesso indifferente ai diritti dell’uomo, e spesso si mostra negligente o addirittura deficiente, perché è incapace di limitare la violenza diffusa.
L’ordine mondiale è profondamente diverso dall’ordine interno dei singoli Stati, che insiste su un consenso di valori nazionali o sulla autorità delle istituzioni centrali.
Se consideriamo l’ordine mondiale come la somma delle azioni di una politica estera morale, e come la condizione che la rende possibile, non c’è nulla di più importante (e più difficile) della coerenza.
Perché l’etica delle relazioni internazionali non può essere una semplice somma di decisioni differenti di cui ciascuno è responsabile dei propri meriti.
Ogni scelta comporta dei costi, e se gli uomini di Stato non hanno alcuna strategia comune, tutte le loro decisioni individuali rischiano di non portare da nessuna parte, oppure di portare al disastro.
L’etica della politica è un’etica di conseguenze: in assenza di una mappa e di una bussola, l’incoerenza avrà effetti distruttivi.
La coerenza esige anche un equilibrio costante tra tutti i beni in conflitto.
È impossibile prescrivere delle priorità in astratto, perché tutto dipende dalla gerarchia dei pericoli e delle possibilità cose, che variano da un contesto all’altro, e da un momento all’altro.
Tutte le cose buone non vengono mai insieme, ma a concentrarsi su una sola a scapito delle altre non può mai essere una soluzione vincente.
Il problema della coerenza è particolarmente arduo per l’approccio liberale e riformista, che è l’approccio tipico di un sistema internazionale moderato, risultato di un sistema di equilibrio e, al contempo, condizione propedeutica di un tipo di ordine mondiale morale molto più ambizioso.
Sarebbe auspicabile la realizzazione in ambito globale, e attraverso le decisioni degli attori della scena mondiale, dei principali diritti e aspirazioni degli uomini.
Ma il problema dell’ordine mondiale è sapere a priori come raggiungere un obiettivo così ambizioso!
Oggi il mondo è talmente frammentato e pericoloso che l’ordine mondiale appare al contempo indispensabile ma irraggiungibile.
Abbiamo bisogno di un senso della direzione, un afflato di lungo termine, e non solamente dell’arte di sbigliarsela giorno per giorno.
De Gaulle definiva il vero uomo di Stato come colui che è capace di gestire l’imprevedibile. Questa speranza è oggi totalmente irrealista. Soprattutto lo è negli Stati liberali o capitalisti, ma non solo in questi.
Molti degli strumenti tradizionali di potere di cui questi disponevano in passato oggi non funzionano più. Pensiamo agli strumenti militari che sono oggi troppo pericolosi per essere utilizzati senza rischio.
Bisogna quindi agire simultaneamente su tre diversi piani se si vuole creare una ottimale condizione di ordine mondiale.
Bisogna agire innanzitutto nel contesto della forza in quanto tale: quindi il crimine non deve mai essere ricompensato, perché non ci sarà mai alcun ordine possibile se gli Stati possono commettere impunemente qualunque aggressione.
Il secondo ambito di difficoltà è quello del consenso: qui l’ostacolo chiave è un problema quasi insormontabile dell’ideologia. Ma la fine delle ideologie non avverrà domani. Perciò è fondamentale la volontà di accettare di discutere, di dialogare e di comunicare con chi è diverso da noi.
Il terzo ambito riguarda le cause specifiche dei problemi che esistono al mondo: in tale contesto bisogna risolvere i conflitti e bisogna intavolare negoziati seri, senza moltiplicare le scappatoie, gli alibi e i ritardi di procedura.
Si potrebbe anche tentare di trasformare la competizione internazionale ricorrendo sempre più a forme collettive d’azione. Contare solo su se stessi non basta più. Gli uomini di Stato devono impedire alle proprie considerazioni sull’ordine morale di trasformarsi in ideologia, ricordando che la società delle grandi potenze non esiste più, perché le grandi potenze non sono più d’accordo su niente e soprattutto perché la vecchia gerarchia e la vecchia distinzione tra grandi potenze e “le altre” è stata indebolita dalle armi nucleari e dall’interdipendenza economica.

Oggi non esiste più un condominio delle grandi potenze: non è più possibile pensare a una cosa del genere. Servono dirigenti diversi, e meccanismi direttivi differenti, che siano capaci di risolvere i problemi funzionali nonostante tutte le difficoltà che arriveranno.
Serve semplificazione, razionalizzazione, accrescimento delle risorse e dei poteri di cui le attuali istituzioni dispongono.
Bisogna rinforzare gli elementi oggi troppo fragili che fondano l’istituzione dell Nazioni Unite. Sul lungo periodo, una riforma delle procedure del diritto internazionale potrebbe condurre a una serie di accordi molto più equilibrati. Ma nessuno equilibrio sarà mai concepibile senza una vera gestione collettiva e senza istituzioni forti.
Oggi, in qualunque contesto, la scelta per la risoluzione delle crisi sarà tra una certa debolezza o l’esplosione della crisi.
Questo riguarda, ovviamente, anche il ricorso alla forza. Esiste tuttora una certa cultura dell’uso della forza nelle relazioni tra gli Stati. La vendita delle armi tradizionali o l’esportazione dei materiali e delle tecnologie nucleari comporta di persona sé un gran numero di conflitti non risolti, e moltiplica i fattori sempre più suscettibili di provocare un ricorso alla forza.
Ma la vendita di armi e la proliferazione nucleare avranno sempre più successo finché durerà l’insicurezza tra gli Stati.
Insicurezza che porterà non solamente alla violenza intestatale e tradizionale, ma anche al terrorismo. Tutto è collegato.
Gli uomini di Stato dovranno avere come obiettivo principale la riduzione dei rischi di guerra. Senza dimenticare che l’esistenza di rapporti globalizzati e l’assenza di frontiere non bastano ad assicurare la pace. Anzi, una delle più gravi difficoltà al mantenimento della pace è proprio la società transnazionale, globalizzata, che ha dimensioni che non coincidono pienamente con quelle del sistema internazionale.
L’eccesso di globalizzazione può provocare rigurgiti di nazionalismo, come sta avvenendo un po’ ovunque.

Ricordiamo ciò che sosteneva Camus circa il ruolo degli intellettuali, che non devono sdraiarsi sulla poltrona della storia ma restare sempre attenti a non giustificare gli assassini di oggi solo perché potranno portare benessere domani. Il dovere dell’intellettuale è distruggere i pregiudizi, l’arroganza nazionale e i concetti conservatori, protestando senza sosta contro l’ingiustizia e la violenza: dovrebbero essere la coscienza della società nazionale.
Allora bisognerebbe affidare a tre grandi gruppi la responsabilità di preparare il comune sentire dell’opinione pubblica: gli intellettuali, i media, e chi si dedica all’insegnamento. Fino a quando esisteranno dei margini di libertà sociale e civile, gli intellettuali hanno e avranno hanno precisi doveri morali, quelli indicati da Camus.
Molto importante è anche il ruolo dei media: dovrebbero gestire con equilibrio il compito di spiegare al mondo cosa c’è dietro le crisi eclatanti, evitando le semplificazioni e mettendo l’accento su ciò che c’è davvero sotto, senza propaganda.
Altro ruolo fondamentale è quello di chi dedica la propria vita all’insegnamento perché ha il compito di educare il cittadino medio, cui risulta molto difficile trovare un equilibrio conveniente tra globalizzazione e nazionalismo. Di certo il cittadino medio può almeno votare, ma può anche fare pressione sui propri rappresentanti avendo un qualche influsso su di essi (almeno in certi contesti).

Oltre a questi attori fondamentali restano centrali gli uomini di Stato.
Esistono almeno tre tipi di uomo di Stato “tradizionali”. C’è il crociato, che è diventato oggi troppo pericoloso; c’è il “capo eroico” tipo Churchill o De Gaulle; infine c’è il capo conservatore, come quello voluto da Kissinger, che per lo meno aveva un obiettivo morale, cioè l’ordine interstatale da raggiungere attraverso l’equilibrio delle forze e la moderazione dei conflitti. Questo modo di governare gli Stati ha una concettura tecnica, simile all’arte dell’ingegneri: ma l’equilibrio non è un’ispirazione o una visione.
C’è quindi bisogno di trascendere i modi di governare tipici del passato: abbiamo bisogno di uomini di Stato che gestiscano l’interesse nazionale e al contempo portino il prestigio e il potere della propria nazione nel mondo, perché è per questo che sono stati scelti. Ma devono anche essere capaci di pensare a lungo termine.
È necessario che abbiano un’attitudine a elevarsi al di sopra di ciò che è puramente nazionale: l’arte delle relazioni internazionali deve trasformare il circolo vizioso dei rappoeti tra Stati sovrani in una spirale kantiana ascendente e globale.
Tutto ciò non sarà né facile né rapido, ma non è necessario sperare per intraprendere, né è necessario riuscire per perseverare.


1 commento
Un articolo di grande spessore, che ha il merito di riportare il dibattito sulla politica estera al suo livello più alto: quello etico. La lucidità con cui viene delineato il rapporto tra moralità e realpolitik, tra coerenza e compromesso, illumina il cuore del problema delle relazioni internazionali: senza un orizzonte etico, ogni calcolo diventa sterile; senza coerenza, ogni equilibrio è precario.
Molto efficace il richiamo a Camus, perché sottolinea il ruolo imprescindibile di intellettuali, media e insegnanti nella formazione di una coscienza collettiva vigile, critica e responsabile. Ugualmente incisiva l’idea che non basti “sapersela cavare giorno per giorno”, ma che servano visione, direzione e coraggio di pensiero.
In un contesto globale frammentato e spesso dominato dal cinismo delle potenze, questa riflessione rappresenta un invito chiaro e netto: non abbandonare l’etica della responsabilità, non ridurre la politica internazionale a un’arena di mera sopravvivenza. È da voci come questa che può nascere un dibattito nuovo e necessario, capace di restituire dignità alla politica estera e speranza all’idea di un ordine mondiale più giusto.