Buon 25 aprile a tutte e a tutti. Ma socialisti, democratici, riformisti: hanno idea di dove sono diretti? Hanno una qualche nozione di «società buona» per cui valga la pena lottare? Temo di no, almeno nella nostra parte di mondo.
Del cancelliere Schröder ricordiamo tutti quanto strizzasse l’occhio a Tony Blair; e Gordon Brown lo ricordiamo? Anni fa diceva che non esiste un’economia capitalista o socialista, ma solo un’economia buona o cattiva… Da troppo tempo – almeno trenta o quarant’anni – la politica dei partiti socialdemocratici negli anni della supremazia neoliberista si è articolata su un solo principio: “qualunque cosa voi (del centro-destra) facciate, noi (del centro-sinistra) sappiamo farla meglio“.
A volte, e nemmeno tanto spesso, è capitato che una qualche iniziativa particolarmente indecente e arrogante di quelli che si trovavano ai posti di comando provocasse un sussulto della vecchia coscienza socialista. In questi casi si è chiesto (un po’ in sordina) di essere compassionevoli e lanciare “una cima di salvataggio appena più lunga” o di “colpire meno duramente” chi è “più vulnerabile”. E lo si è fatto quasi sempre prendendo in prestito la terminologia dell’altra parte, e sempre verificando prima il potenziale consenso elettorale.
C’è una ragione per questo stato delle cose: la socialdemocrazia ha perso il proprio specifico elettorato, le proprie roccaforti e trincee sociali, le riserve in cui vivevano le classi oggetto della sua azione política ed economica. Non c’è più quella “folla di vittime” che sperava e voleva ridefinirsi o elevarsi a soggetto collettivo coeso e portatore di propri interessi, e di una propria agenda politica.
In breve, ciò che resta (ripeto: almeno nella nostra parte di mondo) della classe operaia industriale sfruttata, che lotta per vendicare le ingiustizie subite, si è ridotto a una posizione marginale in tutte le società occidentali, come già accaduto 120 anni fa ai lavoratori agricoli.
Nelle attuali società occidentali la disuguaglianza più acuta e clamorosa non è più tra capitale e lavoro. I patrimoni giganteschi, talmente vasti da diventare offensivi, non nascono più dallo sfruttamento della forza-lavoro attraverso la fabbrica. Così la difesa dei poveri perde l’elaborata impalcatura teorica costruita da Marx con la sua analisi dell’industria capitalistica, quella che sosteneva la prassi della socialdemocrazia. La difesa dei poveri non coincide più con la difesa della classe lavoratrice.
Inoltre, ciò che resta della tipica struttura socialdemocratica è ormai polverizzato in una massa di individui autocentrici e preoccupati solo di sé stessi, che si contendono posti di lavoro e promozioni, pressoché ignari di qualsiasi destino comune e ancor meno inclini a serrare i ranghi o, peggio, a prendere iniziative solidali.
La solidarietà era insita nella società dei produttori di un tempo, mentre nella società dei consumatori di oggi è solo una fantasia nostalgica. Chi fa parte di questa nuova arrogante società si distingue solo per il fatto di sciamare verso gli stessi negozi nelle stesse date e nelle stesse ore, guidati dalla “mano invisibile del mercato” con la stessa efficienza di quando venivano ammassati in fabbrica, alle catene di montaggio, dai padroni e dai loro supervisori. Ridefiniti innanzitutto come consumatori e solo secondariamente come produttori, quello che un tempo era l’elettorato socialdemocratico si è dissolto nel mare dei consumatori solitari, ignari di qualsiasi “interesse comune” che non sia quello di meri contribuenti. Non sorprende che gli attuali eredi dei movimenti socialdemocratici tengano lo sguardo fisso sull’ area intermedia (fino a poco tempo fa li chiamavano «i ceti medi») e si stringano a difesa dei «contribuenti» che, non più divisi da altri interessi, appaiono l’unico pubblico dal quale è possibile ottenere un certo sostegno elettorale. Le due parti dell’attuale spettro politico cacciano sullo stesso terreno, cercando di vendere il loro prodotto politico agli stessi clienti. Non c’è più spazio per una propria utopia, tanto meno nel breve tempo che passa tra una elezione e l’altra.
“La sinistra“, annotava Saramago nel suo diario il 9 giugno 2009, “sembra non essersi accorta che stava avvicinandosi alla destra”. Al contrario, le somiglia molto: quella che era riuscita a essere, in passato, una delle più grandi speranze dell’umanità, capace di mobilitare le volontà col semplice appello a ciò che di meglio caratterizzava la specie umana, non esiste più. Poco alla volta, col passare del tempo, la Sinistra ha creato alcuni cambiamenti sociali allontanandosi giorno dopo giorno dalle promesse originarie, e assomigliando sempre di più agli avversari e ai nemici, come se fosse questo l’unico modo per farsi accettare. Ha finito per ricadere nelle simulazioni, dove concetti d’altri tempi sono oggi impiegati per giustificare atti che quegli stessi concetti avevano combattuto. “Non è possibile votare la sinistra se la sinistra non esiste più“. Diceva Saramago.
La destra, e soltanto la destra, ha instaurato con il consenso della sinistra una dittatura indiscussa sull’agenda politica del momento. È la destra a decidere che cosa vi rientra, cosa si può dire e cosa deve essere o restare impronunciabile. È stata la destra, con la connivenza della sinistra, a tracciare il confine tra il possibile e l’impossibile.
Il messaggio per i poveri e i bisognosi non potrebbe essere più chiaro: non c’è alternativa a una società che lascia ampio spazio alla povertà e a bisogni che non hanno alcuna speranza di essere soddisfatti. Non c’è più spazio ai sogni e ai sognatori. O no?
Buon 25 aprile a tutti.


1 commento
Il capitalismo finanziario avrebbe bisogno di un “altro Marx”, poiché va reinterpretato.
Quello che nacque dentro gli opifici e le fabbriche, non può nascere nell’attuale sistema produttivo.
Disintegrato il comunismo, stemperato il socialismo, l’imperante sistema fa rinascere gli imperi.
Questo spinge il “rifascio” nell’occidente.