«Popolo di Roma, popolo generoso e grande di tutta Italia che portasti al mio dolore conforto e amore, io, in questo giorno santo, a te rivolgo una preghiera. Te chiamo alla concordia che affratella e consola, che dà luce al dolore e pace alla nostra Patria. Unisciti a me, con l’anima, intorno alla salma di Giacomo Matteotti, in un sentimento di bontà, di religione, di amore e prega con me. Popolo italiano, sia la mia parola in quest’ora, la forza suprema che ti avvicina a Dio e che all’animo tuo chiede sorgente di bene»
(“La vedova di Giacomo Matteotti al popolo italiano”)
Meravigliose le parole della romana Velia Titta. Figlia del pisano Oreste Titta, ultima dei suoi sei figli. Quando nacque nel 1890, suo padre lavorava il ferro battuto; dieci anni dopo, seguendo il suo istinto anarchico, Oreste lasciò la famiglia per andare a convivere con un’altra donna. Velia restò orfana poco dopo, alla morte della religiosissima madre. Fu allora il fratello Ruffo, di tredici anni maggiore e già famoso baritono, a farle da padre. Così riusci a studiare in scuole e collegi religiosi, diplomandosi alla Scuola Normale femminile di Pisa.
Conobbe Giacomo Matteotti nel 1912 durante una vacanza a Boscolungo, sull’Abetone. Aveva 22 anni. L’8 gennaio 1916 Velia e Giacomo si sposarono in Campidoglio, col rito civile. Fu un’unione felicissima, anche se Velia fu spesso in ambasce per l’impegno politico del marito. Temeva che gli potessero fare male, sempre. E lo dimostra in molte delle sue lettere, come quella del 7 giugno 1916 in cui gli scriveva: “non voler essere audace; hai dei nemici“. Dal loro matrimonio nacquero tre figli, Giancarlo, Gianmatteo e Isabella.
La storia della loro famiglia emerge dalle oltre 650 lettere che coprono quattro anni di fidanzamento (1912-1916) e otto di matrimonio.
Quando il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti fu prima sequestrato e poi ucciso dalla banda fascista di Amerigo Dumini, l’anelito per scoprire la verità spinse Velia a recarsi di perona da Benito Mussolini. Era il pomeriggio del 14 giugno 1924. Ci fu un brevissimo colloquio, di cui Velia riportò i dettagli in una lettera a Gaetano Salvemini. Da queste memorie sappiamo che i due si scambiarono poche parole, in piedi, «senza alcun protocollo, senza silenzi, senza teatralità, ma in tutta la completa atmosfera di colpa di fronte al delitto. Mussolini non era commosso, né altro. Era spettro di terrore; io non implorai; domandai con poche parole fredde e sicure, alle quali egli oppose risposte che fedelmente non ricordo, ma fredde anch’esse. Le sicure che rammento sono queste: “un filo di speranza c’è. Io farò il mio dovere di cittadino» .
Sappiamo che il corpo di Matteotti fu ritrovato due mesi dopo, il 16 agosto, nei pressi di Riano. Quando si diffuse la notizia Velia era a Roccaraso, dove aveva trascorso l’ultima vacanza con Giacomo e i figli. Quel giorno si svolse il riconoscimento della salma di Giacomo, al cimitero di Riano, in presenza dei cognati di Velia e dei deputati Filippo Turati ed Enrico Gonzales. Allora Turati scrisse ad Anna Kuliscioff: «Tutto è distrutto. Non c’è più neppure lo scheletro, ma soltanto tibie, femori, costole, ossa disperse e il teschio».
Nonostante il parere contrario dei dirigenti socialisti, Velia volle rispettare le ultime volontà di Giacomo e riuscì a fare deporre la sua salma a Fratta Polesine, suo paese di origine, vicino ai suoi fratelli. Velia temeva anche per eventuali incidenti e ulteriori lutti che un funerale svolto a Roma avrebbe potuto produrre. Velia organizzò quindi l’immediato trasporto del corpo a Fratta Polesine dalla stazione di Monterotondo, ma si assicurò che nessun fascista presenziasse alla partenza del feretro dalla stazione e che nessuna autorità accompagnasse la salma fino al luogo della sepoltura.
«Chiedo che nessuna rappresentanza della milizia fascista sia di scorta al treno, nessun milite fascista di qualunque grado o carica, compaia, nemmeno sotto forma di funzionario in servizio. Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio e a Fratta Polesine fino a tanto che la salma sarà sepolta. Voglio viaggiare come semplice cittadina italiana che compie i suoi doveri, per potere esigere i suoi diritti, quindi nessuna vettura salone, nessuno scompartimento riservato, nessuna agevolazione o privilegio, ma nessuna disposizione per modificare il percorso del treno, quale risulta dall’orario di dominio pubblico. Se ragioni di ordine pubblico impongono un servizio d’ordine, detto servizio sia affidato solamente ai soldati Italiani».
Perfino l’allora presidente della Camera dei deputati Alfredo Rocco e l’allora vice presidente del Senato Vittorio Italico Zupelli dovettero limitarsi a salutare la salma del parlamentare sul binario della stazione di Monterotondo. Fino allo svolgimento del processo dinanzi all’Alta Corte di Giustizia, Velia si costituì parte civile a nome dei tre figli rimasti orfani. Ma poi, pur facendo le più ampie riserve per l’esercizio delle azioni civili che le aspettavano nei confronti di tutti gli imputati, non volle avallare il depistaggio con cui le indagini sul delitto finirono a Chieti con un rinvio a giudizio compiacente e circoscritto agli autori materiali dell’omicidio del marito. Perciò revocò la costituzione di parte civile a Giuseppe Emanuele Modigliani.
Scrisse al Presidente della Corte di Assise di Chieti: «Chiedo perciò mi sia concesso di estraniarmi dall’andamento di un processo che ha cessato di riguardarmi. […] Mi parrebbe, accedendo all’invito, di offendere la memoria stessa di Giacomo Matteotti, per il quale la vita era cosa terribilmente seria. Quella memoria nella quale e per la quale, e solo per educare i figli all’esempio ed alla fermezza paterna, vivo ancora appartata e straziata».
Il 29 marzo 1926 incaricò Pasquale Galliano Magno di seguire le pratiche per la restituzione delle cose sequestrate durante l’istruttoria: con l’istanza, scritta di suo pugno in medesima data, Velia lamentò che non le era stato ancora restituito “ciò che apparteneva al suo defunto marito” e che “si trattava di altissimo valore morale specialmente per la vedova e gli orfani del defunto”. E ancora: ”Salvo errore le cose da restituire sono le seguenti: -lettera ferroviaria -una ciocca di capelli -falangetta -giacca e pantaloni (compresa la manica staccata)”.
Passò gli anni della vedovanza tra Fratta Polesine e Roma, con i figli e la suocera Isabella Garzarolo. Dopo il processo di Chieti, le autorità fasciste misero in atto un serrato e costante controllo sulla famiglia Matteotti. La situazione suscitò la dura protesta della vedova, che chiedeva libertà e rispetto.
Purtroppo, appena rimasta sola Velia subì le malversazioni dell’amministratore delle tenute di famiglia. La contingenza la indusse quindi a vendere le proprietà e acquistare una grossa proprietà agricola. Per farlo si indebitò a tal punto da non poter riuscire a onorare il pagamento. Dovette ricorrere a un grosso prestito a tasso agevolato. Sembra che per la concessione del credito sia intervenuto lo stesso Mussolini, che non perse poi occasione per rendere pubblica la vicenda.
“Ma dove l’abiezione morale toccò il suo culmine fu nell’assidua, implacabile opera di sollecitazione alla “compromissione” nei confronti della vedova, Velia Titta, che fu attirata con blandizie e minacce ad accettare incauti contatti e attenzioni che miravano a rilegittimare l’immagine dell’assassino, che si proponeva quasi pietosamente benevolo nei riguardi della sua stessa vittima. Così, mentre si è indotti a giudicare prioritariamente l’adeguatezza della reazione della vittima al sopruso che subisce, passa in ombra la responsabilità morale di chi pone la vittima stessa in quella penosa condizione“, scrive Marco Brunazzi a tal proposito, nella sua recensione al libro di Giuseppe Tamburrano, “Giacomo Matteotti. Storia di un doppio assassinio”.
I rapporti di polizia del 1936 dimostrano che la vedova vendette tutte le sue proprietà, e fu così in grado di estinguere il mutuo contratto con una banca torinese. Velia morì a Roma il 5 giugno 1938, a soli 48 anni, per i postumi di un’operazione chirurgica. I suoi funerali si svolsero in forma strettamente privata a Fratta Polesine, sotto l’attenta supervisione delle autorità fasciste. Dopo la sua morte i suoi tre figli furono affidati a Casimiro Wronowski, marito della sorella Nella, madre della partigiana e giornalista Francesca Laura Fabbri Wronowski.
Velia fu anche donna di lettere: nel 1908 aveva già pubblicato due piccole antologie poetiche: È l’alba e Primi versi. Nel 1920 uscì, edito da Fratelli Treves di Milano, il romanzo L’idolatra, pubblicato con lo pseudonimo di Andrea Rota, che ottenne un discreto consenso di pubblico. Lavorò anche ad un altro romanzo, ma non riusci’ a ultimarlo.
In una lettera di Giacomo alla moglie, scritta a Courmayeur nel 1913, leggiamo: «Eppure la tua immagine è sempre alta come un chiaro lume dinanzi a me». E ancora: «Nemmeno ballo… Come sono stupide le ragazze, per ottenere uno straccio di marito… Ho bisogno della tua mano che mi trattenga o mi muova. Tu mi pensi qualche volta cattivo; ma non mai quanto lo sono realmente».
La grande storia d’amore tra Giacomo Matteotti e Velia Titta si rivela attraverso le centinaia di lettere che si scambiarono dal 1912 al 1924. Il loro fu un rapporto di straordinaria importanza per Matteotti, nonostante Velia non avesse (allinizio) le sue passioni politiche e nonostante fosse vissuta sempre lontana dagli ambienti del socialismo militante. Dal loro l’epistolario emerge la vita tormentata di una classica famiglia borghese ma anche aspetti intimi dell’animo di Giacomo Matteotti. i rintracciano in quelle loro lettere le ragioni del suo pensiero e della sua azione politica. È in quelle lettere che si scorgono gli spiragli che Giacomo apre sulla vita parlamentare, sui suoi giudizi sugli uomini e sugli avvenimenti, sui suoi stessi silenzi, e che ci svelano una personalità sfumata e tormentata. Velia ne sarebbe uscita vedova, con tre figli, assediata dal regime, destinata a sfiorire dopo la morte del suo amato uomo, divenuto il proprio “idolo”.
Velia Titta, una donna di cultura, parte sulla storia e sulla società. Una vita intensa di madre e di moglie, segnata da eventi drammatici e sfide enormi, che la rendono un simbolo di resilienza e determinazione. Velia fu per Matteotti un’ancora, con la quale condividere i dubbi, i timori, le complessità della politica e delle tragedie che il Paese stava vivendo. Un punto di riferimento per ritrovare un equilibrio e fare chiarezza nei suoi stessi pensieri.
Grazie, Velia.

