Nonostante i serrati impegni che la fine di un anno scolastico comporta, abbiamo avuto ancora il piacere di dialogare col professor Daniel Di Salvo, personaggio di spicco al Liceo Massimo D’Azeglio di Torino. Stavolta il docente, limpido e tagliente come sempre, ha spaziato nei secoli tracciando un fil rouge che, senza fare sconti a nessuno, evidenzia i limiti di una società (e dei suoi personaggi) da riformare radicalmente. Eccone i punti salienti.
D: Di recente Massimo Gramellini ha scritto: “La vita è questione di abitudine e un giorno Vannacci si accorgerà che il mondo al contrario è semplicemente il mondo, ed è lui che lo sta guardando al contrario“. Che ne dice, professore?
R: Non pratico Gramellini: fino a dieci parole sue, uno ha il sospetto che sia un ignorante. Dall’undicesima cade ogni dubbio. Ha, però, il pregio di scrivere cose brevi. Del Vannacci che dire? So veramente poco di lui. Spero che come ufficiale sia stato meno disastroso, per gli uomini che ha comandato, di quanto non sia come uomo, come autore di libri, come aspirante politico. Mi fa venire in mente quanto Awda, il capo beduino, dice a un ufficiale britannico nel film Lawrence of Arabia:
«Ringrazia il tuo dio, inglese, che quando ti ha fatto sciocco ti ha anche dato la faccia da sciocco.»
D: Sempre riferendosi al Vannacci, tempo fa il PD reagì a una grave boutade del generale creando un post che voleva essere di forte impatto, quasi una genialata: “IGNORALO”. Secondo lei sono riusciti solo a regalargli ancora maggiore eco?
R: Non so cosa sia una ‘genialata’: è un termine che né uso né conosco; anche del PD non so bene dove sia, per quanto io cerchi da tempo un partito laico credibile e di sinistra. So però che in greco classico oudèn léghein, letteralmente ‘dire nulla’, non vuol dire ciò che sembra: dato che parola e pensiero sono uno, così come la relazione che li lega e li lega al reale, significa ‘non dire e non pensare nulla, pur parlando’, cioè dire fesserie. E ho paura che parlare di Vannacci, comunque lo si giri, sia questo: dire, di un essere da nulla, cose da nulla, e finire per essere un poco come lui. Vedendo le sue immagini mi viene in mente Mussolini; osservando il Reichsminister von Ribbentrop disse:
«Basta guardargli il cranio per capire che ha un cervello molto piccolo.»
D: Le affermazioni del Vannacci secondo lei sono gradite a quale tipologia di italiani? E questi, possono dirsi davvero italiani?
R: Tutti corteggiano l’elettorato, in genere dicendo e promettendo, come nelle pubblicità, ciò che uno ama sentire dire. Salvini e Vannacci hanno scelto un pubblico ‘scorretto’, che in sostanza non esita a definirsi retrivo e omofobo in maniera piuttosto bieca. Questi due signori sono stomachevoli, ma forse non sono peggiori di un Tajani, che gioca a essere rispettabile ma non senza aver detto che Mussolini fece tante cose buone, o di Giorgia, donna di intelligenza e cultura limitate, rottame di un’estrema destra missina che ora cincischia con parole reboanti a lei, nella sostanza, ignote: democrazia, libertà, uguaglianza. Non antifascimo: questa la ignora per davvero.
D: Questa società è ancora in grado davvero di reagire a simili castronerie? O abbiamo solo ciò che meritiamo?
R: Lo sapremo presto, subito dopo le elezioni. A me la società nostra pare apatica, modaiola, frivola e disumana: la sua reazione al Vannacci sarà, al limite, intrisa mezzo di buonismo e mezzo di perbenismo. Ce lo siamo meritato? A me pare di non aver meritato per nulla un Vannacci o un Salvini: forse però ho commesso orribili delitti in altre vite.
D: Ci sono speranze di rivincita per quei pochi “illuminati” che ancora vigilano sulla democrazia? Oppure abbiamo già toccato il fondo?
R: «Giusti son due, e non vi sono intesi» dice Dante. A me piace pensare che gli studenti che ho di fronte possano raccogliere armi e sfide con consapevolezza, con decisione, soprattutto con coraggio. Ma sono pochi. Abbiamo voluto una società parossisticamente edonista e altrettanto individualista, buonista eppure feroce, pensando che questo significasse essere felici: abbiamo venduto l’anima, ma non abbiamo trovato la felicità…
«They could choose between dishonour and war. They chose dishonour. And they are going to have war.» (Potevano scegliere tra il disonore a la guerra. Hanno scelto il disonore, e avranno presto la guerra)
D: Perchè questa diffusa sfiducia nelle istituzioni?
R: In parte è una tradizione italica: l’istituzione – e questo è talvolta falso, spesso vero – opprime. Anche individualismo esasperato; ma siamo in buona compagnia, perché i ‘sovranismi’ europei vanno in questo senso, così come le isterie campaniliste di una parte relativamente ristretta, ma chiassosa, dell’elettorato trumpiano.
D: I giovani, e segnatamente gli universitari, che si ribellano (o sembrano ribellarsi) riusciranno a cambiare le sorti di questa società evidentemente malata?
R: No. Ma devono tentare. Dobbiamo tentare: io non sono giovane, non sono universitario, ma mi ficco nel novero comunque. «There is nothing remotely heroic in going down fighting – Non c’è nulla di eroico nel continuare a combattere» disse Lord Halifax a un Churchill battagliero e pronto a raccogliere la sfida hitleriana; aveva prosaicamente ragione, ma la Storia gli dette torto.
“Personally, I think going down fighting is heroic. And I like heroes.” (Personalmente, penso che continuare a combattere sia eroico. E a me piacciono gli eroi) – Prof. Di Salvo.


3 commenti
Trovo abbastanza ingenerose le parole riservate ad “un Tajani, che gioca ad essere rispettabile ma ….. “, posto che lo vediamo mantenere da trent’anni una costante pacatezza e misura nell’esporre le proprie opinioni, tanto da far supporre, da tale giudizio, che la rispettabilità “autentica” venga assegnata solo in base a quanto e come si aderisce al pensiero politicamente corretto.
Il qualificare poi “stomachevoli” due esponenti politici, in una con la definizione “rottame di un’estrema destra missina”, mi fa tornare alla mente l’astio, se non il livore, che veniva riversato sul Cavaliere, in modo da trasformarlo in un “nemico”, anziché un avversario, e mi chiedo come verranno etichettati i rispettivi elettori se casomai succedesse che le ormai vicine urne avessero a “premiarli”.
Né io sarei così severo riguardo al campanilismo, che col patriottismo si configura quale fattore di identità ed appartenenza, e il secondo dei due termini non andrebbe equiparato al nazionalismo, o sciovinismo, come qualcuno è non di rado portato a fare, e circa gli eroi c’è pure chi ritiene beato il popolo che non ne ha bisogno (come da concetto attribuito al celebre drammaturgo tedesco).
Paolo Bolognesi 06.06.2024
Chi considera il sovranismo come un grande male, o il “male assoluto”, dovrebbe non tralasciare, a mio sommesso vedere, il fatto che l’Ottocento, ossia il secolo del Romanticismo, è stato speso per affrancare le identità nazionali dagli “imperialismi”, e far così nascere gli Stati europei, indipendenti e dunque sovrani, da quanto posso capirne, e non è da riformisti, sempre a mio modesto avviso, il pensare che le cose possano cambiare da un giorno all’altro, dimenticando quel non secondario precedente storico, ancorché travagliato e in qualche caso fors’anche un po’ contraddittorio, e riguardo alla ribellione degli universitari, io ricordo quella di quasi sessant’anni fa, e non mi pare abbia dato grandi frutti.
Paolo Bolognesi 08.06.2024
Fece tante cose buone e la migliore fu la Repubblica di Salò.