Erano un po’ di anni che non se ne vedevano in giro.
L’ultima che ricordo cadde nel 1568 tra Elisabetta I, la più grande regina che l’Inghilterra ricordi figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, e Mary Stewart, al secolo Maria Stuart, per i volgari Maria Stuarda.
Entrambe regine, la prima di Inghilterra la seconda di Scozia, finì male per Mary che morì decapitata.
Forse è un po’ irriverente il paragone con quello che sta succedendo oggi che sia Giorgia Meloni che Daniela Garnero in Santanché regine non lo sono proprio.
Ma due prime donne sì, la seconda più per demeriti.
E già, dopo la defenestrazione di Delmastro e Bartolazzi per manifeste incapacità, oggi toccherà alla pitonessa ministeriale.
“Auspico che faccia la stessa cosa il Ministro Santanché”, ha detto Giorgia Meloni, un ordine che si nasconde dietro il garbo dell’auspicio.
La parvenu piemontese che inizia la sua scalata sociale sposando un chirurgo estetico e la prosegue di marito in marito, di compagno in compagno, pare che non ha intenzione di lasciare il dicastero al quale si è ancorata come una cozza.
La sfida è epocale ma il risultato è scontato, più il Ministro resiste meno se ne andrà con l’onore delle armi.
Alla prossima manco la ricandideranno.
Ma la domanda da porsi è perché adesso, solo adesso, visto che il trio delle meraviglie i rispettivi casini li aveva combinati da tempo.
Certo le elezioni non le hanno perse loro tre, o almeno non solo loro tre.
Quindi non si può parlare di provvedimento punitivo.
Forse si potrebbe ipotizzare che, dopo la sfida referendaria, Giorgia Meloni debba cominciare a pagare un prezzo alla Magistratura.
E già perché se qualcuno non l’avesse capito chi ha vinto le elezioni non è stata la sinistra, non è stato il Campo Largo e men che meno la coppia Conte + Schlein.
Si ora i due gonfiano il petto e vogliono far credere di essere i vincitori.
Tutte cazzate. La sinistra non ha vinto un bel niente.
Anche loro dovranno pagare un prezzo ai veri trionfatori dell’agone referendario.
La toga e lo scranno delle aule di giustizia non sarà più un palcoscenico dal quale spargere equa giurisdizione, piuttosto rigorosa dominazione sulla vita politica del paese.
La sfida moderna tra le due “regine” della destra è robetta rispetto a quel che ci aspetta.
L’Anm, rivolgendosi al governo, l’ha detto: “adesso dialoghiamo per fare le riforme insieme”.
Quel ”insieme” è pleonastico.
E se Conte – Schlein pensano di partecipare al banchetto non hanno capito un cazzo.
Vae victis.


2 commenti
Se noi diamo una lettura prevalentemente politica all’esito del Referendum, potremmo trarne l’idea che sia stata bocciata l’azione che sta conducendo l’attuale Governo, e se l’esito lo vediamo collegato al merito del quesito sul quale siamo stati chiamati a pronunciarci, potremmo supporre che gli elettori non si siano fidati sino in fondo della assicurazione sulla indipendenza della Magistratura, nonostante il testo della Legge fosse piuttosto chiaro in proposito (in entrambi i casi una “non promozione”, mi sembrerebbe di poterne dedurre).
Io credo che la Premier si sia comportata da leader politico, col portare avanti una riforma inclusa nel suo programma elettorale, e abbia di fatto pagato questa sua coerenza, il che le può risultare molto deludente e sconsolante, e uguale sentimento possono provare quanti apprezzano la coerenza, ma penso che debba prendere nondimeno atto della risposta delle urne e “salire al Colle”, per non trovarsi esposta ad un immeritato logoramento (così come, più in generale, il “logoramento” non si addice a mio vedere ad alcun leader politico).
Paolo Bolognesi 25.03.2026
Mi hai letto nel pensiero! Bravo Massimo