di Alessandro Palumbo
C’è una frase di Michel Rocard che ben si adatta ai referendum dell’8 e 9 giugno “il referendum pone una questione e poi si va a votare in funzione di ragioni che non hanno più niente a che vedere con la questione”.
Quello che esattamente è successo l’8 e il 9 giugno, a nessuno infatti è sfuggito che i veri obiettivi erano ben lontani dal tema del lavoro.
Che ci sia un problema lavoro in Italia è un fatto incontestabile, ma i quesiti proposti erano un falso scopo, il vero scopo era nelle ambizioni dei protagonisti, Landini che cercava una leadership della sinistra con l’ambizione mai nascosta di essere lui il leader unificante della coalizione, Conte che ancora sogna di tornare Presidente del Consiglio e Schlein che voleva cementare il fronte anti Meloni consolidando un campo largo su una identità forte, il famoso avviso di sfratto, frutto del genio politico di Boccia.
Il risultato referendario ci consegna diverse considerazioni da fare.
I veri temi del lavoro non erano minimamente presi in considerazione:
- l’ingresso della intelligenza artificiale nel sistema produttivo con il conseguente impatto non solo sulla occupazione, ma anche sulle metodologie e tempistiche del lavoro nonché sulle professionalità richieste, l’Italia è l’unico paese che ignora il problema, eppure se non gestito l’impatto rischia di essere devastante.
Si tratta infatti di una vera rivoluzione, rischiamo di restar fuori dai mercati globali, di vedere le migliori intelligenze emigrare, perdendo competitività e attrattività.
- Il basso livello dei salari che crea una fascia di criticità che colpisce numerose famiglie soprattutto nelle regioni del nord, unico paese della UE in cui la capacità di spesa negli ultimi anni è diminuita .
Ci sono intere fasce di lavoratori, dagli insegnanti ai dipendenti pubblici, ai giovani professionisti a partita IVA che non riescono a permettersi una casa , una vita dignitosa, anche in presenza di un lavoro stabile. Ci sarebbe da chiedersi dove erano in questi anni e quale politica salariale e di welfare hanno portato avanti i sindacati.
- C’è poi un terzo tema che colpisce i lavoratori italiani: una percentuale alta considera il proprio lavoro “tossico”, la burocrazia, L’amichettismo, le raccomandazioni, la mancanza di meritocrazia rendono per buona parte dei lavoratori l’ambiente lavorativo malsano. Un tema trascurato, ma che incide sul benessere delle persone e sulla produttività.
Temi rimasti fuori dal referendum mai veramente affrontati dalla classe politica e sindacale, se non come slogan.
Ma vi è anche la necessità di riflettere sullo strumento del referendum, negli ultimi 30 anni solo un quesito referendario ha superato il quorum, la risposta più semplice sembra essere quella di eliminare il quorum o di abbassarlo. È evidente però che il quorum ha un significato preciso: abolire una legge voluta dal Parlamento che esprime la maggioranza è un fatto che non può essere attuato da una minoranza di persone, questo il ragionamento dei costituenti, Ragionamento che ha una sua validità.
La riflessione quindi più che sul referendum verte sul tipo di democrazia che serve nel secolo che stiamo vivendo. Ha ancora senso una democrazia parlamentare con i suoi riti e i suoi tempi o andiamo verso una democrazia diretta veloce che lascia ai cittadini in varie forma dirette la possibilità di indirizzare e scegliere la politica?
La devastazione culturale attuata attraverso i social, la manipolazione delle menti, le fake news dovrebbero renderci molto cauti nell’abbracciare una forma semplice di democrazia referendaria.
Forse sarebbe meglio che i referendum vertessero su temi trasversali di portata generale e non su questioni tecniche quasi incomprensibili ai più.
Corretto da questo punto di vista il referendum sul diritto di cittadinanza, che gestito così maldestramente dai promotori referendari ha avuto il risultato di allontanare di anni una seria discussione sull’argomento.
Purtroppo la sinistra che ha fortemente voluto questi referendum li ha utilizzati per contarsi e contare, una sorta di super sondaggio, il risultato ci dice che esiste una base numerosa ma non maggioritaria di zoccolo duro che risponde ancora a stimoli e sentimenti ideologici, i quesiti molto tecnici non sono stati studiati nelle loro implicazioni e conseguenze, si è costruito una narrazione antica : lavoro contro sfruttamento, una situazione dove era facile far scattare il richiamo degli affetti, è evidente però che questo può servire per rinsaldare la base no di certo per governare e non solo per motivi numerici, ma soprattutto politici, le narrazioni ideologiche poco servono in una realtà complessa e interconnessa come la nostra.
Poco ha però da festeggiare anche la maggioranza che in maniera spericolata ha cavalcato l’astensionismo nei confronti di leggi che pur non aveva votato , dimostrando una volta di più che dei quesiti referendari non interessava nessuno. È evidente che il 70% che non ha votato nasconde una profonda insoddisfazione che colpisce anche la maggioranza di governo.
Un risultato questo referendum però lo ha purtroppo ottenuto; ha dimostrato la inconsistenza culturale e politica del riformismo italiano.
Nessuno dei partitini o movimenti che si richiamano al riformismo ha avuto il coraggio e la intelligenza di contestare il merito referendario e di porre i veri problemi del lavoro, c’è chi si è accodato per opportunismo e chi è stato silenzioso.
Ma vi è un difetto di fondo, quei partiti che avrebbero dovuto rappresentare il riformismo continuano pervicacemente a dichiararsi di centro, con una posizione geometrica che nulla ha di politico, rifiutandosi di rappresentare anche terminologicamente una sinistra liberale che è sempre esistita in alternativa alla sinistra massimalista e movimentista. C’è chi ha messo Berlinguer sulla tessera e chi De Gasperi (sic.) a quando Rosselli? Non parlo per carità di Patria di quello che rimane del PSI.
Il risveglio politico e culturale dei riformisti è quello che manca alla politica italiana.

