Julian Assange respira. L’Alta Corte di Londra ha infatti accolto l’istanza della difesa del giornalista australiano (che era stata respinta in primo grado) volta a proporre un ulteriore, estremo, appello di fronte alla giustizia britannica contro la concessione dell’estradizione richiesta dagli Usa.
Il governo americano gli dà la caccia da quasi 15 anni per aver diffuso documenti riservati del Pentagono e del Dipartimento di Stato.
Le motivazioni sono quelle dell’aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e quella di numerosissimi agenti dell’intelligence “stelle e strisce”.
Ma ovunque, al mondo, ci sono fughe, o trafugamenti da parte della stampa, di notizie riservatissime che potrebbero minare le sicurezze nazionali.
É l’eterna dicotomia tra diritto di cronaca ed esigenza di segretezza dei governi che da sempre sono state in conflitto.
Certo la diffusione massiccia di informazioni riservatissime operata da Wikileaks fu unica nella storia ma Assange non ha ucciso nessuno, non è entrato con un aereo in un grattacielo, non ha fatto stragi e non risulta che qualche 007 sia morto a causa delle sue rivelazioni. La sensazione è che dalle parti di Washington gliela vorrebbero far pagare più per i gravi imbarazzi creati e per aver scoperto le magagne commesse nelle operazioni militari che per altro.
Certo è che questo dubbio è venuto anche ai magistrati londinesi che hanno giudicato non infondate le argomentazioni della difesa sui timori per la vita di Assange.
Di qui la decisione di rimettere gli atti alla Corte di Appello a meno che, nelle prossime tre settimane, le autorità americane (e britanniche) non siano in grado di fornire “rassicurazioni” decisive e convincenti, come si legge nel dispositivo, riguardanti il trattamento che sarà riservato ad Assange da parte dei giudici statunitensi.
In particolare la possibilità di potersi appellare al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti sulla tutela della libertà di espressione e la garanzia di non venire condannato a morte.
I giudici di secondo grado, Victoria Sharp e Adam Johnson, hanno fissato il nuovo appello per maggio che dovrà decidere sulla estradizione,
Se invece fosse stato confermato il “no” del tribunale di primo grado sarebbero rimasti dolo 28 giorni per estradare Assange.
I giudici dell’Alta Corte Britannica hanno impiegato più di un mese, dopo i due giorni di udienza di febbraio, per valutare le argomentazioni e le tesi degli avvocati del giornalista australiano.
Le valutazioni sono state incentrate sul concetto della “persecuzione contro la legittima attività giornalistica” ma soprattutto il rischio che potessero essere negati, davanti la giustizia americana, una serie di diritti a cominciare dalla proporzionalità della pena che potrebbe essere lesa dalla condanna “monstre” di 175 anni di carcere.
Il cofondatore di WikiLeaks è divenuto una sorta di nemico pubblico numero uno degli interi Stati Uniti per essersi permesso di divulgare, a partire dal 2010, circa 700.000 documenti riservati e autentici, non privi di rivelazioni imbarazzanti anche su discutibilissime azioni di guerra commesse in Iraq e Afghanistan.
Assange comunque già da adesso appare duramente provato fisicamente.
A febbraio non solo non era riuscito ad assistere di persona alle udienze ma anche a seguirle in videoconferenza.
Dopo quasi cinque anni di reclusione preventiva nel tetro carcere di massima sicurezza londinese di Belmarsh, seguiti ai sette da rifugiato nella clausura murata di una stanza dell’ambasciata londinese dell’Ecuador le sue condizioni si sono pesantemente aggravate.
E stando alle dichiarazioni recenti della moglie Stella, l’attivista non riuscirebbe a sopravvivere alle condizioni di detenzione in una cella americana.
“L’amministrazione Biden dovrebbe abbandonare questo caso vergognoso” ha aggiunto la moglie del giornalista, commentando la decisione dell’Alta Corte di Londra.
Nei giorni scorsi sono circolate indiscrezioni circa la proposta di un possibile patteggiamento, offerto da Washington, per il quale, a fronte di una dichiarazione ammissiva di colpevolezza da parte del giornalista per un reato meno grave, si sarebbe rinunciato alla estradizione con tutti i vantaggi che ne deriverebbero anche in ordine a una eventuale libertà vigilata.
Sarebbe una marcia indietro che toglierebbe il velo però ai veri motivi che sostengono l’accanimento Usa contro Assange che non sono certo quelli della messa in pericolo della sicurezza ma piuttosto gli sputtanamenti della azione americana.
Del resto, al di là delle vicende che riguardano segnatamente gli Stati Uniti, si è scoperto che dalle parti del Dipartimento di Stato di Washington avevano gli occhi su tutto, spiavano tutti e avevano raccolto informazioni su tutto: anche le innumerevoli gaffe di Berlusconi e i suoi commenti sul “lato b” della Merkel.
Non è una bella cosa scoprire che ci spiano pure quando andiamo al bagno ma almeno segnò l’inizio del declino dell’era del cesarismo dell’uomo di Arcore.
E solo per questo ad Assange dovremmo dire grazie!
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

