Segue da qui Sempre nel Preambolo si legge “Riconoscendo che le donne e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza di genere rispetto agli uomini” e trovo ancora la contraddizione di un’impostazione volta al conflitto tra i sessi laddove si pretende invece di risolverlo. Comunque, polverizzato in una breve frase l’intero universo LGBTQ+ e l’uomo rimane quello che è e deve essere, il più forte.
Nell’articolo 3 della Convenzione di Istanbul si danno le definizioni di “violenza nei confronti delle donne” distinguendo questa dalla “violenza domestica”: non mi convince la necessità di dover fare questa differenza. Se è uno stereotipo culturale quello che dobbiamo superare forse sarebbe meglio evitare di insistere su concetti come nucleo familiare e parlare semplicemente di vita privata.
Insomma un passo avanti e due indietro. Si poteva fare di meglio dal via che si stava facendo la Storia. D’altra parte a Vienna nel 1993 si era già raggiunto l’apice di quanto si potesse dire ovvero che la violenza contro le donne designa una violazione dei diritti umani. C’è di buono che è stato introdotto il concetto di “violenza economica” anche se in Italia in ambito giuridico non c’è ancora una specifica definizione per questo reato.
I tipi di violenza sono tanti: fisica, sessuale, psicologica, il mobbing sul posto di lavoro e nella Convenzione si parla anche di violenza connessa a pratiche religiose (art.12 co.5 e art.42 co.1). Sono abbastanza certa di non aver mai sentito un caso di cronaca nel quale si sia aggravata la posizione del condannato per aver agito per “usi e costumi, la religione, le tradizioni o il cosiddetto “onore””.
Al contrario ho sentito molte volte usare queste argomentazioni a difesa dell’imputato. Dunque, secondo la Convenzione di Istanbul, il Giudice in aula non dovrebbe permettere di dire certe cose nemmeno per inciso, anzi, dovrebbe redarguire l’avvocato che lo fa. E’ dal 2011 che dovrebbe farlo. Giustificazione inaccettabile dei reati, compresi quelli commessi in nome del cosiddetto “onore” è il titolo dell’articolo 42.
Ora ad esempio, aggredire e picchiare una donna dicendo “perché tu ti ribelli, tu devi fare quello che dico io” non potrebbe rientrare nella casistica di una tradizione patriarcale? Cioè fatta di usi e costumi all’interno dei quali la donna deve obbedire e sottostare? E quell’impulso violento che muove a calci e pugni cos’è se non frutto dell’“onore” violato, cos’altro ha senso dire? I processi finirebbero prima e costerebbero meno.
“Non si può non essere contrari alla violenza sulle donne. Sarebbe una bestemmia sociale. Eppure dietro questa patina spessa e stratificata di conformismo, di culturalmente corretto, si muovono pregiudizi, stereotipi, operatori che non ci credono, che non conoscono le leggi e le dinamiche della violenza di relazione e che intervengono male creando ulteriori danni a chi ha sofferto e soffre.”
Queste sono parole di Fabio Roia contenute nel suo libro “Crimini contro le donne” un testo fondamentale per ricostruire il percorso del sistema legislativo italiano (e internazionale) sull’argomento, scritto da chi era ed è in prima linea a farlo. Lo consiglio in particolare alle donne che come me si trovano in quello stato di indeterminatezza in cui si entra denunciando e si esce… mai. È consolatorio. Dico sul serio. Ritrovare nelle parole del Presidente del Tribunale di Milano quello che stai effettivamente vivendo e soffrendo e sentirti dire che è un problema del sistema, non tuo, aiuta davvero nella resilienza.
Sentirti dire che esiste un pregiudizio giudiziario con tanto di elenco di tutte quelle cose che ti possono capitare e tu le hai già spuntate quasi tutte… paradossalmente ti restituisce fiducia nel sistema perché ti senti finalmente capita, creduta e da qualcuno che lo sa dire meglio di te. “La testimonianza è una prova di verità, non di coraggio” penso che sia una delle più belle frasi in assoluto che conosco.
Spero di aver recuperato un pò rispetto al “consolatorio”, non so se l’autore sarebbe contento di questa recensione. Ancora alcune cose da questo libro però devo riportarle proprio su questo pregiudizio giudiziario, cito solo alcuni dei molti punti affrontati da Roia. Riassumo e pertanto spiego con parole mie se non “virgolettato”.
“La violenza viene confusa con il conflitto”. Ce l’ho. Nel mio caso all’inizio ho sentito pronunciare la parola faida da parte di alcuni operatori e questo mi ha fatto arrabbiare molto soprattutto perché veniva usato allo scopo di minimizzare. A parte che una faida è qualcosa di comunque potenzialmente molto pericoloso che non va minimizzato: per farla bisogna essere in due, almeno due parti contrapposte, e in quale modo alimento il conflitto io che sono stata picchiata, forse perché denuncio?
C’è da dire che ognuno misura col proprio metro... E questo è tanto vero quanto tragico in sede giudiziaria. Ma anche nel rapporto con le persone comuni. Roia dice: “Nel nostro sistema giuridico esiste una regola per cui si può condannare una persona avendo come prova soltanto la testimonianza della vittima del reato (p.23) se devi condannare un rapinatore, uno spacciatore tutti applaudono poi si chiedono quanti anni sconterà davvero, se è un violento o stupratore domestico tutti si chiedono se la parola di lei vale come la di lui.” Ce l’ho.
“Scetticismo magistraturale”. La violenza domestica non richiede particolari competenze. Ma direi anche scetticismo avvocaturale: il primo avvocato che avevo faceva tutto, civile, penale, amministrativo… in realtà non ne ha messa in fila una, anzi, mi ha creato seri problemi perché ad oggi so che mi ha precluso tante volte il diritto alla difesa. A chi vai a dirlo, all’ordine degli avvocati? L’avvocato non è garanzia del risultato, decide il Giudice e ti rigiri nel cul-de-sac. Ce l’ho.
Chi fa cose molto brutte tipo picchia donne e bambini o violenta minori è una “persona psichicamente malata e va curata più che punita”. Se una persona compie certi atti è evidente che non ha equilibrio: ma se questo vale come argomento allora qualunque reato andrebbe perdonato perché per definizione chi delinque ha qualcosa che non va rispetto alla società civile. Mi manca, ma solo per il pessimo avvocato che avevo prima. Questo nuovo è in gamba vero, se lo mette alle strette come si deve l’Orco userà la scusa dei problemi di salute per giustificare il suo comportamento.
Ergo “queste cose non riguardano le persone per bene”. Ce l’ho. L’Orco & Ensemble sono persone che ci tengono molto a dare l’immagine di sé che vogliono che gli altri abbiano, sono abili manipolatori, accomodanti bugiardi, persone perfettamente inquadrate socialmente. “A volte i giudici hanno difficoltà a comprendere un modello personale che esula dai profili tradizionali della categoria quindi nelle sentenze sfuggono frasi devastanti per la vittima che aspetta dalla decisione giudiziaria un riconoscimento istituzionale della sua violenza e si interpretano atteggiamenti e fanno valutazioni di moralità come a dire “la ragazza aveva una vita non lineare””. Single da tempo immemore, senza figli né matrimoni alle spalle, vivo sola in uno piccolo paesino in collina con 7 gatti, un cane e un numero imprecisato di piante. Esco di rado e parlo ancora meno, lavoro da casa col computer, bevo solo vino rosso, mai comprato su Amazon. A nozze ci stanno andando. In ogni caso sono cose che ti senti dire durante le udienze e che vengono verbalizzate, che il Giudice sposi la strumentalizzazione o meno.
“Sul piano giuridico il pregiudizio si trasforma in errore tecnico: se ci sono periodi di tranquillità nella vita famigliare il maltrattamento non sussiste, se la donna non ripete esattamente più volte le stesse cose in un racconto che avvolge anni di sofferenza e un numero indefinito di episodi non è attendibile (…) non è possibile che la parte lesa abbia sopportato per anni senza aver parlato con qualcuno o senza andare al Pronto Soccorso…” Ce l’ho. Al contrario però. Alla seconda aggressione ho reagito, mi sono difesa e adesso ho io una denuncia per lesioni. Questo processo si apre tra poco. E’ stata legittima difesa, 20 giorni di prognosi avevo. Vediamo cosa succede.
Se questo Giudice sentenzierà che sono colpevole dirà anche con quella sentenza che una donna deve farsi ammazzare. Perché se picchia una, due volte, minaccia che ti spezza le gambe, ti tortura quotidianamente mettendoti anche in difficoltà economica… per anni e anni e continua… ha deciso che vuole farti fuori. Io con questa idea ormai ho dovuto fare pace. Non posso farci niente, nemmeno il Giudice può anche se lo condanna. Sul serio conto nell’intervento divino, nel miracolo umano e nella resilienza. Se lo dici sei trattata da paranoica, se non lo dici e succede qualcosa ah, ma i segnali c’erano.
Ma torniamo a Roia per concludere in bellezza, ci sono anche proposte per migliorare le cose ad esempio: “Il processo penale deve essere gestito da operatori giudiziari esperti i quali devono adeguare i tempi della risposta giudiziaria alle esigenze di tutela fisica e psicologica della vittima” in particolare apprezzo che venga sottolineato “interlocutori capaci di ascoltare, non giudicare (…) che si pongono in modo empatico, non suggestivo”.
E in ultimo quella che dovrebbe essere scritta a caratteri cubitali nei tribunali sotto la frase La Legge è uguale per tutti. Magari si toglie il Crocefisso in uno Stato laico se non c’è abbastanza spazio. Bah, più che per lo Stato laico, per l’insulto di quello che tante volte avviene in quelle aule sotto i suoi occhi.
“Un processo penale condotto con intelligenza costituisce una terapia fondamentale per chi ha subito violenza di genere (p.26) una risposta giudiziaria scomposta e negazionista in presenza di situazioni di maltrattamenti facilmente accertabili rappresenta una nuova forma di violenza”. Chapeau. Ce l’ho.
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