di Vicky Amendolia (della Segreteria nazionale di Socialdemocrazia SD)
Ci sono iniziative politiche che, al di là delle parole pronunciate dal palco, valgono soprattutto per l’occasione che offrono di chiarire differenze di fondo che troppo spesso vengono lasciate nell’equivoco. L’incontro svoltosi a Messina, nella cornice di Santa Maria Alemanna, promosso dal PSI nell’ambito di “Progetto Avanti x l’Italia”, è stato utile anche per questo: non tanto perché abbia espresso una linea già compiuta e condivisibile nella sua interezza, quanto perché ha reso ancora più evidente il nodo politico che oggi attraversa l’intera area riformista, socialista, democratica e liberale.
Il saluto iniziale di Amedeo Gitto, segretario provinciale del PSI, rivolto anche ai rappresentanti dei partiti che fanno parte di “Ambiti di percorso comune”, ha avuto il merito di richiamare un dato reale: in questi mesi, dentro quello spazio, si è lavorato insieme con continuità, quasi “come se si fosse un’unica forza”. È un rilievo che merita attenzione, perché fotografa una pratica politica seria, maturata attorno a vertenze concrete, a iniziative condivise, a un metodo di confronto non occasionale.
Ma è precisamente a partire da qui che bisogna essere chiari. Lavorare insieme non significa affatto preparare l’assorbimento degli uni negli altri, né predisporre il ritorno sotto un unico simbolo. E non significa, soprattutto, considerare come approdo naturale di quest’area il cosiddetto Campo largo, cioè una formula politica che, per impianto, linguaggio e cultura di governo, si colloca su un terreno profondamente diverso da quello che alcuni di noi ritengono oggi necessario costruire.
Ed è stato esattamente questo il senso del mio intervento a nome di Socialdemocrazia SD. Da tempo, infatti, sosteniamo una linea diversa: la risposta alla frammentazione dell’area riformista non può essere né la dispersione permanente né il riassorbimento entro contenitori già esistenti, tanto meno se orientati verso una collocazione di centrosinistra tradizionale che finirebbe per snaturare culture politiche diverse e autonome. La risposta, al contrario, può essere solo una Federazione stabile tra forze socialiste, socialdemocratiche, liberali, repubblicane, riformiste e democratiche, nella quale ciascuno conservi la propria identità, la propria autonomia organizzativa, la propria storia, ma scelga di condividere una visione, un programma e una strategia comune.
Qui sta la differenza sostanziale. Una cosa è immaginare di ricondurre l’area socialista dispersa sotto il tetto del PSI. Altra cosa, molto più moderna e molto più ambiziosa, è costruire una realtà nuova, plurale, federativa, non egemonica, capace di tenere insieme soggetti diversi senza annetterli. Nel primo caso si guarda all’indietro, pur con rispetto per una storia importante; nel secondo si prova a dare forma a un soggetto politico all’altezza del tempo presente.
Per troppo tempo, nel campo riformista, socialista e democratico, si è oscillato tra due errori ugualmente improduttivi: da una parte la frammentazione, spesso scambiata per fedeltà alle radici; dall’altra il tentativo di superarla attraverso richiami identitari o aggregazioni frettolose che, più che costruire il futuro, sembrano limitarsi a riordinare il passato. Ma la risposta alla dispersione non può consistere nel semplice richiamo a una casa già data. Deve consistere nella costruzione di una casa comune, che è cosa ben diversa da una casa unica.
Anche per questo l’atmosfera politica che si respirava nella manifestazione messinese è apparsa, almeno a chi guarda a questo problema senza indulgenze sentimentali, diversa da quella cui noi aspiriamo. Da un lato, infatti, si è colta la presenza di temi seri e condivisibili: il lavoro, la sanità, il Mezzogiorno, la fuga dei giovani, la crisi della rappresentanza. Dall’altro, però, affiorava un orizzonte politico che sembra muovere verso un approdo differente: quello di un PSI collocato dentro la logica del Campo largo e interessato più a raccogliere sotto di sé ciò che ritiene affine che a concorrere davvero alla nascita di una struttura federativa tra pari.
Ed è precisamente su questo punto che l’equivoco va sciolto. Le interlocuzioni politiche che vi sono state, anche attraverso l’incontro tra Umberto Costi ed Enzo Maraio, non si sono arenate per incomprensioni marginali o per dettagli organizzativi. Si sono inceppate su una questione di fondo: da una parte l’idea, coltivata da Socialdemocrazia SD e sostenuta anche da Mauro Del Bue con il suo movimento, di lavorare alla costruzione di una Federazione ampia, autonoma dai poli, non subalterna né alla destra né al Campo largo; dall’altra una proposta che, più che valorizzare questa prospettiva, tendeva sostanzialmente a tradursi in un invito all’assorbimento: “venite con noi”. Ma una Federazione non nasce da un arruolamento. Nasce da un patto.
È per questa ragione che il tema oggi decisivo non è la pur legittima aspirazione del PSI a riunificare sotto la propria insegna i socialisti dispersi. Quella è una linea politica, rispettabile ma diversa. Il tema vero è un altro: se esista la volontà di costruire una terza realtà politica capace di dare voce e forma a un’area che non si riconosce né nella destra di governo né nella sommatoria eterogenea del Campo largo. Una realtà che tenga insieme riformismo, socialismo democratico, liberalismo sociale, cultura repubblicana ed europeismo serio. È su questo crinale che si misurerà la sincerità dei richiami unitari.
Dentro questo ragionamento si colloca, invece, in modo assai più coerente, il contributo di Letterio Grasso, intervenuto quale esponente di Azione e coordinatore di “Ambiti di percorso comune”. Il riferimento al lavoro svolto insieme su questioni concrete — da Cargill ad A2A, da ex Gicap a Liberty Lines, marittimi dello Stretto ecc. — aveva un pregio evidente: riportare la politica alla prova dei fatti. E ancor più significativo è stato il suo richiamo a Rosselli e a Emilio Lussu, cioè a una tradizione nella quale il riformismo non è mai stato riduzione opportunistica né semplice centrismo di necessità, ma tensione morale, senso dello Stato, capacità di organizzazione e volontà di giustizia. È una genealogia che, se presa sul serio, porta molto più verso una costruzione federativa tra soggetti autonomi che non verso la semplice dilatazione di un partito esistente.
In questo quadro, va riconosciuto anche il lavoro che Mauro Del Bue porta avanti da tempo, in sintonia con Umberto Costi, per la costruzione di un’area socialista liberale e riformista non subordinata ai poli dominanti. È questa, oggi, la questione dirimente. Non moltiplicare gli incontri, non ripetere genericamente la parola “unità”, ma chiarire quale unità, per quale progetto e verso quale approdo.
Perché una cosa deve essere detta senza infingimenti: non ogni unità è un bene in sé. Vi sono unità che sommano e vi sono unità che assorbono. Vi sono unità che aprono e vi sono unità che chiudono. Vi sono unità che preparano una nuova soggettività politica e vi sono unità che servono soltanto a rafforzare una casa preesistente. La prima è la strada che noi riteniamo giusta. La seconda è precisamente quella che non intendiamo percorrere.
L’appuntamento di Messina, dunque, resta utile proprio per questo: perché aiuta a capire che il tempo delle ambiguità si va restringendo. Non basta più dire che l’unione fa la forza. Occorre stabilire se si intenda costruire una Federazione tra simili, autonoma e plurale, oppure se si voglia semplicemente chiedere agli altri di rientrare in un perimetro già definito. Nel primo caso, si apre una prospettiva nuova. Nel secondo, si ripropone una formula antica, forse nobile, ma politicamente insufficiente.
Ed è per questo che oggi, più che di convergenze generiche, c’è bisogno di chiarezza. La risposta alla frammentazione non è l’assorbimento. È la Federazione. Non il “venite con noi”, ma il “costruiamo insieme”.

