di Umberto Costi Segretario Nazionale dei Socialdemocratici di SD.
A meno di una settimana dal voto, è giunto il momento di smettere di rincorrere le ombre. Non intendo più perdere tempo a smentire l’insinuazione, giuridicamente infondata, che questa riforma sottometta il Pubblico Ministero all’Esecutivo o al Parlamento. Chi sa leggere i testi sa che non è così; chi non vuole capire, non lo farà nemmeno davanti all’evidenza. È ciò a cui assistiamo, complice la potente macchina organizzativa del PD e dell’ANM schierati solo in parte, fortunatamente, per il No.
Ciò che invece merita una riflessione profonda è il clima da “duello ordalico” che ha inquinato questa campagna referendaria. Sabato 14 marzo, durante il volantinaggio di Socialdemocrazia (SD) a Largo Argentina a sostegno delle ragioni del Sì — presente oltre a me il Segretario Regionale del Lazio Claudio Ricozzi e il prof. Matasso — abbiamo toccato con mano il degrado del confronto civile. Restituire un volantino con disprezzo o, peggio, etichettare come “fascista” chi sostiene il Sì non è solo un atto di maleducazione: è la prova del fallimento democratico di una certa parte politica. È quanto ci è accaduto, con diverse persone, nell’arco di poche ore.
La latitanza della Sinistra L’accusa di collusione con il fascismo rivolta a quei tanti socialisti che votano Sì è un’assurdità logica e storica. Questa strategia, studiata immagino a tavolino, mira a spostare il piano dal merito alla propaganda. È vero: questa riforma è proposta dal Governo Meloni. Ma questo accade solo perché la sinistra, pur avendo governato a lungo il Paese, è stata colpevolmente latitante su questo tema.
Avremmo dovuto farlo noi, subito dopo la riforma del 1999 del Governo D’Alema. Oggi, invece di rivendicare una battaglia di civiltà, parte della sinistra — non so quanto maggioritaria — si barrica dietro un “No” pregiudiziale. Dispiace anche constatare che autorevoli esponenti post-comunisti come D’Alema e Bersani ricorrano a una terminologia che butta benzina sul fuoco. Un galantuomo come Bersani dovrebbe interrogarsi: la sua costante sovraesposizione televisiva, che rincorre lo stesso presenzialismo mediatico dei vari Gratteri a favore del No, finisce per ridurre il referendum a un plebiscito pro o contro il Governo.
Da figure della loro caratura ci si aspetterebbe un esercizio di saggezza, non il contributo a una polarizzazione che avvelena il dibattito. Siamo pienamente consapevoli che certi toni e atteggiamenti della destra siano non solo distanti da noi, ma da rigettare in modo totale; ciò, tuttavia, non intacca minimamente la validità e l’urgenza di questa riforma e della sua approvazione.
Dalla Giustizia alla Rappresentanza Noi di SD vogliamo portare a compimento l’Articolo 111 della Costituzione, per un giusto processo fondato sulla separazione delle carriere e sul sorteggio. Essere socialdemocratici significa promuovere l’elevazione morale e sociale del cittadino. Dare del “fascista” a chi chiede un processo equo, con un giudice terzo e imparziale, è un paradosso grottesco che nega la realtà.
Il nostro Sì non è un atto di fede verso un governo da cui ci divide molto, ma un atto di fedeltà verso la Costituzione e i cittadini. È il rifiuto del modello Homo homini lupus applicato alla politica, dove l’avversario va sbranato a prescindere e non ascoltato. Noi proponiamo il modello del rispetto e della solidarietà, anche nel dissenso. Votare Sì significa uscire dall’omologazione delle etichette e rientrare nel campo della giustizia giusta.
Aggiungo un’ultima considerazione: il giorno dopo il voto saremo ancora tutti italiani. È tempo di recuperare un autentico senso di Unità Nazionale, un compito che non possiamo delegare soltanto alla figura del Presidente della Repubblica, ma che deve trovare nella politica il suo pabulum.
In questo senso, anche la legge elettorale deve fungere da collante e strumento di unità: una democrazia è davvero unita solo se tutte le forze politiche e, a maggior ragione, quelle minoritarie sono equamente rappresentate in Parlamento. È necessario abbandonare l’attuale sistema, che si è rivelato una mortificazione della partecipazione, per muoversi verso una riforma che non escluda nessuno e che spinga le diverse forze minori, anche se per necessità, a trovare accordi programmatici condivisi. Le condizioni ci sono. Serve umiltà, coraggio e volontà! Superare la sterile logica dei due blocchi contrapposti è l’unico modo per smettere di paralizzare il Paese e restituire dignità alle istituzioni.
Il 22 e 23 aprile votiamo Sì. Serenamente.

