di Vittorio D’Ippolito
Doppio appuntamento politico sabato. A Firenze, Salvini apre il Congresso nazionale della Lega candidandola a trasformarsi da Partito federalista con forte radicamento al nord, in Partito nazionalista, sezione italiana dell’Internazionale sovranista. A Roma, Conte chiama a raccolta la sinistra melenchoniana in salsa de nojaltri che si riconosce nella triade giustizialismo; pacifismo a senso unico antioccidentale ed antieuropeo; demagogia populista annaffiata da anticapitalismo d’annata. Un’iniziativa che incassa la benedizione della Sclhein e la partecipazione di una nutrita presenza del PD che subisce il richiamo della foresta del vecchio PCI Berlingueriano. Insomma, il trionfo dell’Italia populista che crea quotidianamente un imbarazzo crescente da un lato in Forza Italia, che appartenendo al PPE, non dovrebbe avere nulla da condividere con l’ultradestra e, invece, ci governa insieme. E, dall’altro lato, nella parte riformista del PD, sempre più a disagio nel vedere il proprio partito ostaggio della sinistra radicale. Nel 2023, Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera scriveva che “Dalla lezione di un grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori, si ricava che quando la polarizzazione politica è elevata l’opposizione tende ad essere «irresponsabile»: si contrappone frontalmente al governo su tutto. Senza ombra di realismo. Ciò spiega la drastica e repentina mutazione che subiscono i partiti quando passano dall’opposizione al governo e viceversa. Giorgia Meloni, prima di vincere le elezioni, aveva (tranne che sull’Ucraina) la tipica postura dell’oppositore irresponsabile nel senso di Sartori. Meloni al governo è un’altra cosa. Il Pd ha fatto il tragitto contrario: era una cosa quando faceva parte della maggioranza di governo guidata da Mario Draghi, è un’altra cosa fuori dall’area di governo. Quando sono all’opposizione il partito di destra o il partito di sinistra si fanno guidare, rispettivamente, dal principio pas d’ennemis à droite (niente nemici a destra) e pas d’ennemis à gauche (niente nemici a sinistra). Ciò alimenta la costante delegittimazione reciproca fra governi e partiti di opposizione. Riflette le divisioni che esistono nel Paese. Ma tende anche a perpetuarle e ad esasperarle. Viviamo in una fase storica nella quale la polarizzazione politica è aumentata in tante democrazie (si pensi agli Stati Uniti) ma l’Italia fa storia a sé. La nostra era una democrazia polarizzata (quando molte altre non lo erano) ai tempi della Guerra fredda. Ed è rimasta tale. Con l’aggravante che mentre un tempo l’esistenza di forti partiti riusciva a contenere, almeno in parte, le pressioni divaricanti, oggi che quei forti partiti non ci sono più l’opera di contenimento è assai più faticosa e spesso impossibile. Le conseguenze sono pesanti. Quando predomina lo spirito di fazione, affrontare i problemi del Paese diventa impossibile. Sia perché chi governa — ovviamente costretto ora a fare i conti con la realtà — non può mai liberarsi completamente delle scorie accumulate nella fase dell’opposizione irresponsabile. Sia perché non è pungolato da una opposizione che sappia confrontarsi con i problemi anziché innalzare muri ideologici. I problemi del Paese sono noti: insufficiente crescita economica, declino demografico, mali antichi dell’amministrazione, malfunzionamento dell’amministrazione della giustizia, deterioramento del sistema scolastico, prestazioni di welfare mal distribuite e con ampie sacche di inefficienza, necessità di governare i flussi migratori, obbligo di conciliare le misure per fronteggiare il cambiamento climatico con la salvaguardia della forza industriale del Paese. Grandi e difficilissimi problemi che richiederebbero una convergenza di intenti, chiamare il Paese a riconoscersi in alcune idee-forza. Una cosa è dividersi, come è normale in democrazia, su proposte diverse ma volte a uno stesso scopo. Altro è dare libero sfogo allo spirito di fazione e a uno scontro ideologico che inghiotte tutto e che nasconde anziché rendere visibili i termini del problema che si dovrebbe affrontare”. A due anni di distanza, questa analisi resta quanto mai attuale e descrive una democrazia bloccata, incapace di confrontarsi nel merito sulle questioni strategiche che andrebbero affrontate. Ciò che servirebbe al Paese sarebbe che le forze responsabili di ogni schieramento si sedessero ad un tavolo per porre, finalmente, mano ad una riforma delle Istituzioni ed ad una legge elettorale capace di assicurare al contempo, il massimo della rappresentatività con il massimo della stabilità di governo. Cardini della riforma istituzionale dovrebbero essere, a mio parere, l’istituzione di 5 macroregioni con i poteri delle attuali Regioni a statuto speciale; un Parlamento composto da una Camera destinata a votare la fiducia al Governo e a legiferare sulle questioni nazionali ed un Senato federale che si occupasse della legislazione territoriale; l’affidamento, al Presidente del Consiglio, del potere di nomina e revoca dei ministri; l’istituzione del meccanismo della sfiducia costruttiva. Per quanto riguarda la legge elettorale, fuorviante è la diatriba fra proporzionalisti e fautori del maggioritario. L’obiettivo di costruire coalizioni omogenee attorno a programmi coerenti può essere perseguito sia con il doppio turno alla francese, sia con una legge proporzionale con premio di coalizione (entrambe dovrebbero prevedere l’indicazione – sulla scheda elettorale – del candidato alla Presidenza del Consiglio). Solo riscrivendo insieme le regole del gioco si potrà dare al Paese l’opportunità di confrontarsi su visioni strategiche alternative abbandonando il pantano della navigazione a vista nella quale lo ha costretto questa eterna transizione dominata da un falso bipolarismo ideologico che ci portiamo appresso dal 1994.

