Era il 1974 quando, in Portogallo, si pose fine al regime dittatore di Antonio Salazar con un incruento colpo di stato a cui seguì la “revolucao dos cravos” (la rivoluzione dei garofani) e fu avviata le transizioni democratica che portò alle libere elezioni del 1976. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia ma i portoghesi, forti anche di un periodo di crescita economica e di un prestigio internazionale consolidato a livello europeo avevano scelto la strada della governabilità e della fiducia al partito socialista che, con il suo leader Antonio Costa aveva ottenuto, alle elezioni politiche più del 40%. Ma nel novembre dello scorso anno si aprì una crisi che sconvolse il quadro politico, crisi derivata da un inchiesta della magistratura che portò ad arresti e perquisizioni proprio nell’entourage del Premier coinvolgendo il capo dello staff di Costa e il Ministro delle infrastrutture per traffico di influenze.
Immediate furono le dimissioni da Primo Ministro di Antonio Costa, pur non personalmente coinvolto, con l’ulteriore precisazione da parte sua che si sarebbe ritirato dalla politica non accettando più la ricandidatura. A questo punto al Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa non era rimasto altro che indire elezioni politiche anticipate che appunto si sono svolte domenica 10 marzo. Quando i pubblici ministeri si muovono nel settore politico con avvisi di garanzia e carcerazioni preventive, anche se i procedimenti giudiziari sono solo all’inizio e le condanne sono solo in primo grado e non definitive (e lo sappiamo bene noi nel nostro Paese), gli effetti sul voto degli elettori sono dirompenti soprattutto per il partito più colpito dalle iniziative delle procure, appunto il partito socialista.
Un certo malcontento soprattutto nei giovani per il problema, accentuato dalla pandemia. di riuscire a trovare lavoro senza dover emigrare all’estero e per l’aumento notevole dei prezzi delle case in affitto hanno fatto il resto nonostante il dato sempre molto positivo del turismo che ha assicurato preziosi introiti alle casse dello stato e al sistema economico in genere. I risultati del voto di domenica 10 marzo numericamente hanno fatto segnare due cambiamenti rilevanti. Il primo è rappresentato dal fatto che Alleanza Democratica, la coalizione di centrodestra, guidata dal leader socialdemocratico Luis Montenegro ha superato, anche se di poco, i socialisti guidati da Pedro Nuno Santis, che aveva preso il posto di Costa : 29,4 e 28,7 rispettivamente. Ma la vera sorpresa, superiore anche alle previsioni, è stato il risultato della estrema destra di Chega guidata da André Ventura che ha triplicato il suo consenso rispetto alle ultime legislative arrivando al 18%. Un voto populista e di protesta incentrato su una campagna radicale dell’estrema destra che ha fatto leva sulle accuse di corruzione ai socialisti e sulla necessità di misure più dure contro le migrazioni irregolari e i clandestini provenienti dalle sponde africane.
Una cosa però è certa: il Portogallo al momento è ingovernabile. Con 80 seggi ad Alleanza Democratica, 78 al Partito Socialista nessuno dei due è in grado non solo di garantirsi la maggioranza assoluta nel Parlamento di Lisbona ma neanche di costruirsene una alleandosi con altre forze politiche ( Iniziativa liberale e altri sul fronte centro destra e comunisti sul fronte centro sinistra). Ed ecco che allora potrebbe rientrare in gioco propri Chega che con i suoi 50 seggi potrebbe ingolosire Luis Montenegro, anche se Alleanza Democratica ha sempre escluso la possibilità di condividere con il partito di André Ventura responsabilità di governo. Ed è stato proprio Luis Montenegro l’incaricato del Presidente della Repubblica per cercare di formare il nuovo Esecutivo essendo Alleanza Democratica la forza politica più votata.
Se le lusinghe e le offerte di collaborazione, già immediatamente pervenute da parte di Chega, non faranno breccia sul leader socialdemocratico e se, come probabile, nessuno dei due partiti principali, vorrà correre il rischio di nuove elezioni anticipate temendo un ulteriore balzo in avanti del populisti nazionalisti di Ventura, allora l’unica strada da percorrere sarebbe quella delle grandi intese. In questo caso i socialisti potrebbero lasciare la guida del Governo a Montenegro avendo anche più tempo per leccarsi le ferite dopo il calo dei consensi e riorganizzarsi. Un sospiro di sollievo lo tirerebbe anche l’Unione Europea in vista delle prossime elezioni. La scelta di Montenegro è stata però quella di formare un Esecutivo con i soli partiti della sua coalizione lasciando ufficialmente i socialisti e Chega al di fuori del governo. Un giuramento, il suo, avvenuto il 2 aprile, che certifica un governo senza maggioranza parlamentare e che avrà necessità delle altre forze politiche per far passare le leggi.

