Forse non ce ne siamo accorti ma sabato scorso si è celebrato a Roma, il Congresso del Partito dei socialisti europei (PES).
In quanto socialisti vi hanno partecipato anche i premier di paesi importanti come Germania, Spagna, Portogallo e Danimarca con il convinto obiettivo di consolidare il fronte della socialdemocrazia europea.
L’evento ha rappresentato un momento cruciale per l’unità progressista in Europa e ha visto, nei suoi atti conclusivi, l’ufficializzazione della candidatura di Nicholas Schmit, Commissario europeo per l’occupazione, come il candidato del PES alla presidenza della Commissione europea.
Erano presenti le delegazione di tutti i paesi e ovviamente anche quelle italiane.
Al plurale? Certo perché c’era la delegazione del PD e quella del PSI.
Siamo abbastanza maturi per non fare questioni di lana caprina, e sappiamo abbastanza di numeri e politica per capire che al PSI, erede storico della cultura socialista italiana, non poteva essere dato lo stesso risalto che è stato dato alla segretaria del PD che di socialismo e socialista non ha nulla tranne gli avi che ovviamente non ha seguito.
Maraio c’era, è intervenuto, c’era la delegazione del PSI, ma alla Schlein sono stati riservati ben altri onori: posto in prima fila, intervento di chiusura, passerella finale al centro della foto di gruppo.
Non poteva essere diversamente visti i numeri del PD che rappresenta il più grande partito della sinistra e quello che ha il maggior numero di parlamentari europei nel gruppo del Pes.
E non vale neanche ricordare che per anni il PD, contorcendosi tra i propri demoni mentali, si era interrogato se entrare nella famiglia dei socialisti europei ridottosi poi a piegarsi al decisionismo di Renzi che sciolse ogni dubbio e indugio.
In effetti non trovo colpe né tra i capi del socialismo europeo né tra chi guida quello italiano.
La politica si piega alla logica cinica dei numeri e tant’è, ma qualcosa di fortemente sgradevole c’è stato, poteva essere evitato e quelli del Pes se ne assumono la responsabilità.
Tra le immagini che hanno corredato la kermesse sono scorse quelle di Berlinguer e di Napolitano, non quelle di
Craxi.
Le icone sono importanti e non siamo nel 700 dopo Cristo, al centro della furia iconoclasta.
Il socialismo italiano è stato, negli anni ‘80, la guida del socialismo europeo ed è stato a Roma che si son seduti per la prima volta Mitterand, Gonzales, Soares. Era la casa del PSI e la casa di Craxi.
Berlinguer stava altrove e Napolitano pure, discutevano se tagliare il cordone ombelicale da Mosca o meno, e il futuro Presidente della Repubblica era l’ambasciatore politico presso il Cremlino per assicurare al soviet che quel cordone se veniva tagliato era fatto per finta.
Sennò addio rubli.
Berlinguer non amò Craxi ma non amò neanche i socialisti tanto da svilire il dibattito politico ponendo la “questione morale”.
Come se dalle parti delle Botteghe Oscure fossero verginelli.
Che poi tutta questa amoralità: boh.
Ma il PSI cresceva e il PCI, nonostante i suoi numeri, non vedeva un ministero manco con il cannocchiale.
Ma quella odiosa “questione morale” fu l’ascendente, la nonna, di quel che si scatenò qualche anno dopo con quel tritacarne chiamato mani pulite, il cui John Waine della situazione fu quel personaggio oscuro e torbido chiamato Di Pietro.
E sabato il Pse, o Pes come si vuol dir si dica, ha preferito celebrare due figure che socialisti non sono mai state e che il socialismo lo hanno combattuto, piuttosto che figure che lo hanno esaltato.
È stato umiliante e mortificante, per chi la storia del socialismo la conosce e l’ha vissuta e ha dovuto assistere al ripudio di valori e protagonisti.
Amarezza, non rabbia, che si coniuga con degli interrogativi.
Gli stessi provati nel vedere sul palco, a chiudere il congresso tra i leader del socialismo europeo, la Schlein e Gentiloni, una gruppettara e un democristiano.
Ma chi siamo, o meglio cosa siamo diventati?
Perché come disse l‘anarchica abruzzese Virgilia D’Andrea “noi non siamo quel che siamo, piuttosto quel che diventiamo”.


3 commenti
Incredibile.
Ennesima riscrittura (falsificazione) della storia e della cultura politica di questo paese.
Sarebbe facile scrivere “non c’è da stupirsi” ma non è così, a distanza di trenta e più anni persiste la sindrome dello struzzo, assenza di analisi di una stagione storica fondamentale, l’assenza di autocritica.
Si perdono le speranze di fronte a queste ennesime ipocrisie.
Berlinguer e Napolitano celebrati al congresso del Pse. Perchè non Togliatti a questo punto?
Cosa ci tocca vedere.
Mi risulta che l’atto costitutivo del Pse sia a firma Craxi (senza per altro contare i 15 e passa anni da segretario del PSI, e la vicepresidenza nell’internazionale socialista).
Il continuo svilimento di questa storia politica trasuda ipocrisia da tutti i pori.
Chiedo senza intento polemico, ma per informazione: di fronte a tutto ciò quel è stata la posizione del PSI (seppur in posizione minoritaria nella circostanza del congresso come spiegato nell’articolo)?
Grazie al Sig. Carugno per l’articolo.
Per non dimenticare Giuseppe Saragat e Pietro Nenni che sono stati nelle due organizzazioni e Craxi che sostituiva Nenni in età avanzata per poi diventare vice presidente.
Condivido tutto, ma lo scenario non cambia….