Si è spento a settantasette anni il Professor Umberto Dante, docente di Storia moderna e contemporanea presso l’Università dell’Aquila, figura di spicco della cultura italiana e protagonista della vita intellettuale abruzzese e nazionale.
Uomo di grande levatura, ha dedicato la sua esistenza allo studio e all’insegnamento, trasmettendo con voce pacata e sguardo attento la passione per la storia e le sue implicazioni sociali, politiche e umane.
Ha guidato per molti anni lo IASRIC, l’Istituto abruzzese per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea, contribuendo alla valorizzazione della memoria della Resistenza e dirigendo la rivista Abruzzo contemporaneo.
Con un passato di militanza nel PCI, era considerato vicino al pensiero socialista, indipendente e brillante, autore di opere di grande rilievo come Insorgenza ed anarchia, La seduzione americana, Il verosimile nelle arti visive, L’Italia dentro l’Italia, Storia dell’Abruzzo nell’età contemporanea, e riconosciuto come uno degli intellettuali più autorevoli della sua generazione, accanto a storici come Alessandro Clementi e Raffaele Colapietra.
Per me è stato un grande onore conoscerlo e avere la sua stima, la sua ammirazione politica per il mio operato nel PSI. La nostra amicizia passò dal virtuale al reale quando venne fino ad Acireale, incuriosito da quella socialista dal carattere vulcanico, chiamata dai Compagni socialisti, non a caso, “AngiolEtna”. Fu un’amicizia sincera e disinteressata, fatta di momenti di grande ilarità con risate a crepapelle, come quello in cui salì su una Smart dal portabagagli, rimanendovi sdraiato per tutto il viaggio, presente poi nei suoi scritti come Smart-culla, ma anche di momenti di intensa profondità, in cui discutevamo della vita, della morte e del distacco.
In quel periodo la mia esistenza era segnata dal lutto per la morte di mio Padre e dalla sofferenza per la malattia di mia Madre, e non potei dedicare a questa amicizia, né allora né dopo, il tempo che avrei voluto dedicarvi a causa del sopraggiungere di altri tristi eventi. Questo è il mio rammarico più grande: sentirmi defraudata di un arricchimento amicale, valoriale, intellettuale e culturale, di cui avrei potuto godere e che ora non è più possibile recuperare.
Ricordo in particolare una frase che scrisse, riferendosi al gesto di cui avevamo discusso durante la sua trasferta siciliana, che per me era ed è fondamentale: portare i fiori freschi alle tombe dei genitori, tenerle pulite e ordinate, come segno di Amore e di continuità.
Scrisse: “I fiori sono il segno della famiglia che esiste… Io sono la famiglia che esiste”.
Il segno, cioè, di una continuità di pensiero che si fa memoria, di presenza che è testimonianza di Amore puro, di famiglia che porto con me e rappresento, quasi a dispetto della morte, segno di una famiglia che esiste e resiste nonostante tutto. In quella frase, rivolta a sé stesso ma anche a me, racchiuse tutta la sua sensibilità e la sua delicatezza, unite alla perentorietà dell’”Io sono…” che rendeva il pensiero ancora più incisivo.
Quelle parole mi hanno profondamente toccato l’anima e non le dimenticherò mai, perché hanno dato voce a ciò che sentivo dentro e hanno trasformato un normale gesto in un simbolo universale di Amore e di memoria.
La sua sensibilità e la sua intelligenza emergono anche dagli scritti a me indirizzati e che volle rendere pubblici sulla mia pagina Facebook. Non erano mai parole rituali o convenzionali: ogni augurio diventava poesia, ogni riflessione si trasformava in immagine luminosa. “Tu sei uno dei più bei regali avuti durante quest’anno… vessillo e rifornimento di fede e di verità”, mi scrisse, regalando metafore e simboli che rivelavano la sua capacità di unire affetto e pensiero. In altri testi mi definì “una socialista irreale, come moralità, come tenacia”, riconoscendo in me la stessa eredità di valori che aveva segnato la sua vita e la sua famiglia.
Straordinario è il testo dei “7 gradini”, in cui raccontava il suo percorso artistico e umano, dalla malattia e dall’operazione al ritorno al disegno, fino alla mostra del 12 dicembre. Qui la sua intelligenza si fece autobiografia filosofica: la violenza subìta dal corpo diventava metafora di una violenza estetica e morale, un atto di ribellione contro l’ipocrisia e la rigidità della società. La sua scrittura, densa e colta, intrecciava Benjamin, De Sanctis, Masala, Jannacci e Cirano, mostrando una mente capace di muoversi tra storiografia, arte e letteratura con naturalezza e profondità.
Così si compone il ritratto di Umberto Dante: un Uomo che ha saputo unire la grandezza intellettuale alla semplicità quotidiana, la passione politica e civile alla delicatezza dei rapporti umani, la ricerca rigorosa alla poesia delle parole.
La sua memoria continuerà a vivere non nei rituali ufficiali, ma nella semplicità dei ricordi, nella profondità delle riflessioni e nella bellezza di quelle frasi che sapeva donare con naturalezza, come un fiore fresco deposto sulla tomba di chi ci è caro.
E questo mio articolo su di lui vuole essere un segno di riconoscimento, di gratitudine, di amicizia, che possa far conoscere una parte nascosta e preziosa dell’Uomo Umberto Dante, che forse non in tanti hanno conosciuto, e al contempo vuole essere anche per me un fiore sempre fresco deposto sulla sua tomba.
Angioletta Massimino

