di Maurizio Ballistreri
Il politicismo e la lotta per il potere dominano la dialettica tra simulacri di partiti, che parlano solo di alleanze elettoralistiche, candidature alla premiership, senza identità e proposte programmatiche oltre il contingente in grado di guardare al futuro, mentre il sindacalismo confederale appare diviso tra la riproposizione del modello conflittuale e di quello collaborazionista, entrambi distanti dalla cultura del riformismo sociale europeo, espresso dalle socialdemocrazie sino al crollo del Muro di Berlino.
E in questo scenario l’elettorato tradizionale di sinistra nel nostro Paese ha punito nelle ultime elezioni politiche il Pd, non dimenticando le politiche economiche e sociali fondate su aumenti delle tasse, modifiche in peggio al sistema di previdenza pubblica e al welfare State, con l’allungamento della vita lavorativa e il taglio delle pensioni e la riduzione dei diritti del lavoro, l’accettazione supina del modello liberistico del “Washington consensus”, la dottrina economica americana imposta a livello planetario dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale e dalle agenzie di rating e in Europa dal monetarismo della Banca centrale europea.
Il Pd in Italia paga per intero il paradigma della sinistra europea che ha sposato la destra liberista e tecnocratica travestita da centrosinistra blairiano. E’ stata sconfitta drammaticamente la linea democrats, che ha relegato il conflitto sociale negli scantinati della storia, guardando acriticamente alle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo globale, come testimoniano la “Buona-scuola” e il “Jobs Act”.
La sinistra in Italia si trova in crisi perché non ha saputo dare una risposta alla globalizzazione capitalistica contestuale alla rivoluzione digitale. Processi, questi, che hanno accresciuto a dismisura il divario tra ricchi e poveri. Da qui l’impotenza della sinistra, che lo storico Valerio Castronovo ha chiamat, in suo libro, “L’autunno della sinistra in Europa”.
Se la sinistra nel nostro Paese vuole rinascere deve, in primo luogo, recuperare per intero la tradizione del socialismo italiano ed europeo, legata al modello Keynes-Bedveridge, pena la definitiva uscita di scena dalla politica nazionale.
Serve in Italia alla sinistra quel “socialismo largo” di cui parla un leader della storia socialista come Rino Formica; un socialismo largo che pure esiste nel nostro Paese e di cui la politica e i cittadini abbisognano. Associazioni, fondazioni, personalità, intellettuali, dirigenti di organizzazioni sindacali e della rappresentanza sociale e soprattutto giovani, tutti impegnati a ricostruire una forza politica coerentemente legata alla tradizione del socialismo democratico, liberale e riformista italiano ed europeo, con un orizzonte valoriale e programmatico, che abbia al centro il lavoro, l’equità sociale, lo sviluppo del Mezzogiorno, i diritti civili, la partecipazione democratica dei cittadini.

