Anno nuovo, pensieri nuovi? Forse meglio partire dalla Storia, quella bella. E ricordare Ada Prospero Marchesini Gobetti: medaglia d’argento al valor militare, giornalista, docente di lingue straniere, traduttrice, staffetta partigiana, pedagogista, politica e combattente.
A Torino c’è la casa dove Ada visse con Piero Gobetti. Casa che è diventata negli anni sede prolifica di produzioni culturali e sociali dal respiro europeo e internazionale.
Al primo piano di via Fabro, nel centro storico della città sabauda, le biblioteche di Piero a Ada sembrano suggerire di quanta passione letteraria e quanto studio intellettuale vissero i Gobetti, a cominciare dallo stemma che rappresenta da sempre questo luogo, su cui si staglia il motto di Alfieri, scelto dai Gobetti per rappresentare le basi del loro impegno liberale: “cosa ho a che fare io con i servi?” – riportato in caratteri greci classici, simbolo delle radici umanistiche da cui si dipanò il pensiero gobettiano.
Non avere nulla a che fare con i servi significa studiare il passato per evitarne gli errori, tracciare un presente democratico illuminato dalla piena conoscenza dei diritti e dei doveri; significa non vivere asserviti al giogo di chi utilizza la cultura per sottomettere il popolo volutamente lasciato ignorante; significa diventare padroni del proprio destino attraverso gli strumenti della conoscenza, e attraverso il continuo dibattito con menti aperte, affamate di giustizia sociale e protese al progresso collettivo.
Una carriera breve ma fulgida, quella di Piero, che sua moglie Ada ancora nel 1966 piangeva scrivendo: “Non riesco, nel buio degli anni, a ritrovare il tuo volto. La pena di quel distacco è viva ancora dentro di me”.
Quando Piero morì, esule a Parigi nel febbraio 1926, Ada aveva 24 anni e si era appena laureata in filosofia, diventando anche madre di Paolo (che alla morte del padre aveva solo 18 mesi). Negli anni Ada non si perse mai d’animo, e insieme ai figli Paolo e Carla, e alla passione politica di tutti gli amici intellettuali che da sempre frequentavano via Fabro, trasformò quella casa in un tempio di cultura democratica, dibattito intellettuale, accoglienza delle menti impegnate più promettenti, faro dei giovani pensatori liberali e promessa di immortalità per le idee del fulgido astro Piero Gobetti.
Soprattutto, nessuno dimentica che via Fabro 6 è stato quel tranquillo alloggio sabaudo che per anni ha ospitato l’attivissima sede clandestina del Partito d’Azione torinese durante gli anni più bui della lotta antifascista (partito di cui Ada fu tra i fondatori nel 1942).
Felice Casorati, Giulio einaudi, Alessandro Passerin d’Entrevès, Franco Venturi, Ernesto Rossi, Bianca Guidetti Serra, Norberto Bobbio, sono alcuni dei più luminosi intellettuali che hanno vissuto e vivono tra le pareti di questo appartamento sospeso nel tempo, ma interamente proteso verso il futuro.
Ada Gobetti, la partigiana intellettuale che volle fortemente avviare i primi nuclei in difesa delle donne italiane, è ancora oggi esempio di libertà per chi crede nella forza dei valori universali di integrità morale, tutela dei diritti, applicazione reale della democrazia.
Suo il monito che dovrebbe guidare i passi di qualunque impegno sociale contemporaneo quando, rivolgendosi ai tanti giovani piemontesi che passavano a omaggiarla in via Fabro, diceva: “a loro lasceremo compiti nuovi e importanti da assolvere. Dobbiamo creare per loro la possibilità di crescere e formarsi in modo adeguato a quei compiti: aprire il loro cammino, con libero passo e nella giusta direzione, adoprarci in tal senso, subito, con slancio coraggioso e generoso”.
Perchè, davvero, non abbiamo nulla a che fare con i servi.

