In occasione del 34esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, abbiamo chiesto al generale Carmine De Pascale di esporci alcuni tratti delle vicende attuali che riguardano da vicino non solo questo fiero Paese ma anche il suo aggressore russo, l’unione Europea, gli Stati Uniti e l’intero assetto geopolitico mondiale. Carmine De Pascale è Croce d’argento al Merito dell’Esercito e Cavaliere dell’ordine militare d’Italia, Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, già generale di brigata, poi consigliere militare e addetto per la Difesa presso la Rappresentanza Permanente d’Italia all’UE fino al 2013. Oggi offre la sua preziosa consulenza alle più alte rappresentanze istituzionali italiane.
Generale, prima di addentrarci nella situazione geopolitica, qual è la situazione militare sul campo?
La guerra è entrata in una fase di logoramento, dove ogni chilometro conquistato ha un peso politico enorme. Nel corrente mese, agosto 2025, il fronte orientale ucraino è il teatro di una delle offensive più intense dall’inizio della guerra. Le forze russe hanno concentrato i loro sforzi nella regione di Donetsk, con l’obiettivo dichiarato di completare la conquista del Donbass e consolidare il controllo territoriale prima dei negoziati che porteranno alla eventuale definizione degli accordi.
In particolare, su fonti aperte è stato riportato che le forze russe nella prima metà del mese di agosto hanno conquistato alcuni villaggi vicino a Dobrovilla e che hanno superato le linee difensive ucraine a nord est di Pkrovsk. L’avanzata avrebbe permesso ai russi di tagliare le linee di rifornimento che consentono l’afflusso di rifornimenti e rinforzi alle truppe ucraine, ma finora non vi è alcuna indicazione che unità russe abbiano continuato la loro infiltrazione per sfruttare la breccia.
Per il presidente ucraino, i russi mirano a creare il falso racconto che la Russia attacca e che l’Ucraina perde per influenzare i negoziati. Come hanno sempre fatto in passato, i comandi ucraini minimizzano la portata degli eventi militari in atto.
Nel complesso, sulla linea del fronte molto dipenderà dalla resistenza che gli ucraini saranno in grado di opporre e da quante forze fresche i russi potranno dispiegare per sfruttare al meglio sotto il profilo operativo il successo conseguito.
Intanto, più ad ampio raggio, la situazione attuale tra Russia e Ucraina è caratterizzata da un’intensificazione drammatica degli attacchi aerei, con un uso massiccio di missili e droni da entrambe le parti. Questa fase del conflitto mostra una guerra sempre più tecnologica e asimmetrica, dove i droni e i missili a lunga gittata stanno sostituendo le offensive di terra. L’Ucraina cerca di colpire obiettivi simbolici e strategici in Russia, mentre Mosca intensifica i bombardamenti per colpire infrastrutture significative e fiaccare la resistenza.
Dal punto di vista militare, il conflitto tra Russia e Ucraina ha segnato una svolta epocale nell’impiego delle tecnologie militari moderne. È la prima guerra su larga scala dominata dai droni, dall’intelligenza artificiale e dalla guerra elettronica.
L’Ucraina può negoziare senza compromettere sovranità e integrità territoriale? Quali sono i limiti di una trattativa?
L’Ucraina può certamente sedersi al tavolo delle trattative, ma lo spazio negoziale è estremamente ristretto. Kyiv ha chiarito più volte che non intende cedere territori né accettare condizioni che implichino una rinuncia alla propria integrità nazionale.
Evidenzio che sotto il profilo del diritto internazionale, l’integrità territoriale è sancita dall’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza per modificare i confini di uno Stato. Nel caso specifico, qualsiasi concessione da parte ucraina equivarrebbe a legittimare l’aggressione russa e a minare il principio stesso di sovranità statale.
Pertanto, l’Ucraina può negoziare, ma solo entro limiti che non minino la sua sovranità e identità. La chiave sarà trovare formule diplomatiche che permettano di salvare la faccia a entrambe le parti, come status speciali, accordi di sicurezza multilaterali o referendum sotto supervisione internazionale. Ma senza una pressione militare o diplomatica significativa sulla Russia, è difficile immaginare concessioni da parte di Mosca.
La sfida sarà trovare un equilibrio tra diplomazia e difesa della sovranità, senza trasformare la pace in una resa mascherata.
Che ruolo stanno giocando attori come Cina e Turchia nel bilanciamento delle forze? Sono mediatori credibili?
Il ruolo di Cina e Turchia nella guerra Russia-Ucraina è complesso e in continua evoluzione. La Turchia, sin dalle prime fasi del conflitto, ha cercato di posizionarsi come mediatore neutrale, sfruttando la sua posizione geografica e i rapporti bilaterali con entrambe le parti. È stata l’unica potenza a riuscire a far sedere Russia e Ucraina allo stesso tavolo, prima ad Antalya nel 2022 e poi a Istanbul nel 2025, anche se con risultati limitati.
Ankara ha mantenuto un equilibrio strategico: ha fornito droni a Kyiv, ma non ha aderito alle sanzioni occidentali contro Mosca. Questo le ha permesso di facilitare accordi come quello sull’esportazione del grano nel Mar Nero, ma oggi il suo ruolo è più marginale, confinato a colloqui tecnici e scambi di prigionieri.
La Cina, invece, ha assunto una posizione più ambigua. Pur dichiarandosi favorevole alla pace, ha rafforzato i legami economici e tecnologici con Mosca e rifiutando di condannare l’invasione. Zelensky ha esplicitamente escluso Pechino come garante di sicurezza, accusandola di non aver aiutato l’Ucraina nel momento del bisogno.
In sintesi, mentre la Turchia conserva una certa credibilità diplomatica, la Cina è percepita più come un attore strategico che come un mediatore imparziale.

Un eventuale vertice trilaterale tra USA, Russia e Ucraina potrebbe davvero rappresentare una svolta?
In un contesto segnato da oltre tre anni di guerra, con migliaia di vittime e una destabilizzazione profonda dell’ordine europeo, l’ipotesi di un incontro diretto tra i tre attori principali potrebbe rappresentare un passaggio cruciale verso una de-escalation.
Sono del parere che un vertice trilaterale non è di per sé una svolta. È, semmai, una cornice. E come ogni cornice, vale solo quanto il contenuto che riesce a incorniciare. Perché si trasformi in un momento decisivo, occorrono almeno tre condizioni: una convergenza anche minima sugli obiettivi, una credibilità negoziale da parte di tutti i partecipanti e una regia diplomatica capace di garantire continuità e concretezza.
Gli Stati Uniti, in questo scenario non sono parte diretta del conflitto, ma ne sono coinvolti politicamente, militarmente e simbolicamente. La loro presenza al tavolo può offrire garanzie di sicurezza all’Ucraina e, al tempo stesso, esercitare una pressione diplomatica sulla Russia affinché abbandoni posizioni massimaliste. È un compito piuttosto difficile, lo stesso presidente americano ha potuto constatare che la possibilità di pace nel giro di qualche settimana si è dissolta sul fronte della fermezza delle parti in causa ed ora deve trovare il modo per superare lo stallo del negoziato. L’entusiasmo iniziale è così svanito!
La Russia, dal canto suo, continua a porre condizioni che appaiono inaccettabili per Kiev: riconoscimento delle annessioni territoriali, neutralità ucraina e fine del sostegno occidentale. Sono richieste che, se mantenute senza flessibilità, rendono il dialogo sterile. Ma Mosca sa anche che l’isolamento internazionale ha un costo crescente e che un negoziato – anche solo avviato – può riaprire canali economici e politici oggi bloccati.
Infine, l’Ucraina. Zelensky ha mostrato apertura al dialogo, ma ha posto limiti chiari: nessuna concessione territoriale, nessuna legittimazione dell’aggressione russa. È una posizione comprensibile, ma che impone una riflessione: ogni processo di pace implica compromessi. La sfida sarà trovare un equilibrio tra giustizia e pragmatismo, tra memoria del conflitto e visione del futuro.
In sintesi, il vertice trilaterale può essere una svolta solo se accompagnato da una strategia multilivello, che coinvolga anche l’Unione Europea, le Nazioni Unite e altri attori regionali. Non basta sedersi al tavolo: bisogna sapere cosa si vuole ottenere, e come costruire fiducia reciproca. La diplomazia, in fondo, è l’arte del possibile.
Quali rischi comporterebbe un accordo che escluda formalmente l’Unione Europea dal processo decisionale?
Escludere formalmente l’Unione Europea dal processo decisionale di un accordo di pace tra Ucraina e Russia comporterebbe rischi strategici, politici e simbolici di vasta portata.
Sul piano strategico, l’Europa è il principale stakeholder della sicurezza regionale. Un accordo deciso unilateralmente da Stati Uniti e Russia, senza il coinvolgimento di Bruxelles, rischierebbe di minare la coesione euro-atlantica e creare fratture tra gli alleati.
Come ha sottolineato l’Alta rappresentante Kaja Kallas, “qualsiasi accordo tra Stati Uniti e Russia deve includere l’Ucraina e l’UE, perché si tratta di una questione di sicurezza non solo per Kiev, ma per l’intera Europa”.
Politicamente, l’esclusione dell’UE equivarrebbe a una delegittimazione del suo ruolo diplomatico e militare, nonostante il contributo economico e umanitario che ha fornito all’Ucraina sin dall’inizio del conflitto.
Questo potrebbe rafforzare le spinte sovraniste e antieuropeiste all’interno degli Stati membri, alimentando la percezione di un’Europa irrilevante nei grandi dossier internazionali.
Infine, sul piano simbolico, un accordo senza l’Europa sarebbe un messaggio pericoloso: l’idea che le sorti del continente possano essere decise altrove, da potenze esterne, rievoca scenari da Guerra Fredda.
In sintesi, l’Europa non può essere un semplice spettatore. Escluderla significherebbe indebolire la legittimità dell’accordo, ridurre la sua efficacia e compromettere la stabilità futura del continente

Qual è il prezzo politico e umano che l’Ucraina potrebbe pagare per ottenere la pace?
Il prezzo della pace per l’Ucraina potrebbe essere altissimo, sia sul piano politico che umano. Sul versante politico, l’ipotesi di una cessione territoriale – anche parziale – rappresenterebbe una rottura profonda con la narrativa che ha accompagnato il Paese sin dall’inizio del conflitto e qualsiasi deroga sarebbe vista da una parte dell’opinione pubblica come una resa, con il rischio di destabilizzare la leadership di Zelensky e aprire la strada a tensioni interne.
Inoltre, la legittimità del presidente è già oggetto di dibattito, dato che il suo mandato è formalmente scaduto nel 2024 e non sono state indette nuove elezioni a causa della legge marziale. Questo rende ancora più delicata ogni decisione che implichi compromessi territoriali o strategici.
Sul piano umano, il conflitto ha già causato oltre 13.000 morti civili verificati, milioni di sfollati interni e quasi sei milioni di rifugiati all’estero. La guerra ha svuotato intere città, distrutto infrastrutture e lasciato ferite psicologiche profonde. Anche se la pace mettesse fine alle ostilità, il trauma collettivo e la ricostruzione sociale richiederebbero anni.
In sintesi, la pace non è gratuita. Per l’Ucraina, potrebbe significare accettare compromessi dolorosi, affrontare una crisi di fiducia interna e gestire le cicatrici di una guerra che ha segnato una generazione. La vera sfida sarà trasformare quel prezzo in un investimento per la stabilità futura, evitando che diventi il preludio di nuovi conflitti.
In tale contesto, quale dovrebbe essere il ruolo dell’Italia per essere protagonista?
Il governo ha adottato una linea di sostegno coerente al fronte euro-atlantico, risultando tra i Paesi più attivi nel sostegno a Kiev. Oltre al sostegno militare, si consideri anche l’accordo bilaterale siglato dalla nostra premier Meloni e Zelensky il 24 febbraio 2024 che prevede garanzie di sicurezza per dieci anni in caso di nuova aggressione russa, oltre a cooperazione militare, economica e umanitaria. A questo si aggiunge la “Ukraine Recovery Conference” organizzata a Roma il 10 luglio scorso per sostenere la ripresa e la ricostruzione dell’Ucraina.
Al vertice di Washington, il presidente Meloni ha proposto un meccanismo di sicurezza ispirato all’articolo 5 della NATO, ma senza l’ingresso formale dell’Ucraina nell’Alleanza. Questa proposta ha raccolto consensi e rafforza il ruolo italiano come mediatore credibile.
In sintesi, pur muovendosi con prudenza, l’Italia si è fatta valere. Tuttavia, per essere davvero protagonista, deve evitare di essere percepita come gregaria. Serve una visione strategica autonoma, capace di influenzare le decisioni europee e di proporre soluzioni concrete. L’Italia ha l’opportunità – e la responsabilità – di giocare un ruolo da protagonista nel processo di pace in Ucraina e in altre crisi internazionali, ma per farlo deve superare la tradizionale timidezza diplomatica e assumere una postura più assertiva e propositiva.


1 commento
L’Italia ha un margine di manovra molto stretto: può fare tutto quello che gli USA le permettono (o la obbligano).