Non voglio essere accusato di benaltrismo, prerogativa che spesso ho avuto modo di addossare ai soloni della sinistra. E allora parto subito da un presupposto. E cioè che condanno il governo Netanyahu e soprattutto i due suoi ministri, oltranzisti e criminali, Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Faccio mie le posizioni di Sinistra per Israele e di quanti in quel paese chiedono la fine del massacro di Gaza e la liberazione degli ostaggi, ma anche la messa in pratica degli accordi di Oslo, e cioè la creazione di uno stato palestinese epurato da Hamas, come sottolineano anche gli stati arabi e mediorientali in un documento dal valore storico, anche perché sottoscritto dall’Arabia saudita, impegnata negli accordi di Abramo alla vigilia del 7 ottobre. Ciò detto sono anche dalla parte della resistenza ucraina che combatte da oltre tre anni per sbarrare la strada a un barbaro atto di aggressione da parte della Russia. E allora mi chiedo: perché in quasi tutta Europa si susseguono, clamorosa quella nella undicesima tappa, poi annullata, della Vuelta, in cui si pretendeva l’esclusione di una squadra che si chiama Israel, manifestazioni in nome e con bandiere della Palestina e non si sentono e vedono slogan e vessilli dell’Ucraina? Eppure questo paese ha subito bombardamenti massicci che sono arrivati fino alla capitale. Tra soldati uccisi al fronte e civili assassinati dalle bombe russe, si calcola che i morti siano giunti ormai alla tragica conta di 150mila, cioè due volte e mezzo quelli di Gaza, compresi molti bambini. E che dire del rapimento di migliaia (il Telegraph sostiene che siano addirittura 20mila) bambini ucraini strappati alle loro famiglie e portati in Russia, come testimonia l’accorata lettera a Putin della moglie del presidente degli Stati uniti? Perché in mezzo a quelle centinaia di bandiere palestinesi non si scorge almeno una bandiera ucraina? Non dico altrettante, ma almeno una? Perché, anche qui, come tante volte in passato, due pesi e due misure? Possibile che nessuno, in questi giorni, se lo sia chiesto? Oppure che non se lo sia chiesto nessuno perché la risposta appare scontata? Benedetta sia la carovana marittima degli aiuti alimentari a Gaza, gli Emirati arabi uniti stanno portando a Gaza tonnellate di aiuti umanitari in più e non ne parla nessuno, per l’Ucraina forse non ci sarà bisogno di cibo perché, al contrario del territorio di Gaza, non mi pare esista una carestia, ma di vestiti, di tende, di stufe, di medici e infermieri forse sì. Ma non si é mosso nessuno. Nessuna carovana fino alle sponde del Mare d’Azov. Anzi a sinistra e a destra ci si volta spesso dall’altra parte e al convegno dei volonterosi l’Italia partecipa a metà, facendo propria l’idea del contingente post bellico, ma manifestando chiara intenzione di non parteciparvi e arrivando, con Salvini, ad offendere chi vi parteciperà. La risposta a questi interrogativi é piuttosto semplice. Esiste a sinistra e a destra una tendenza anti occidentale che sposa più volentieri le tendenze ad un tempo post sovietiche e comuniste (di Xi, di Chong e di altri) ma anche nazionaliste e sovraniste, piuttosto che la difesa della liberaldemocrazia occidentale. Attenzione, perché nel nuovo mondo il comunismo é formale (spesso la sinistra dogmatica si accontenta della forma) come in Cina dove Xi usa la parola “compagni” ma l’economia é dominata dal più selvaggio capitalismo, ma il sovranismo e l’imperialismo sono reali. E cioè nel matrimonio destra-sinistra a prevalere é la destra. Dunque, tutto sulla Palestina, perché gli Usa sono con Israele, e niente con l’Ucraina, perché Europa e Usa la sorreggono. Si torna cioè a una scelta di campo, che a me pare pericolosa soprattutto a seguito della grande parata bellica cinese, in cui solo D’Alema, libero di recarsi dove vuole, si é sentito a suo agio. Sia chiaro, con costoro occorrerà dialogare e confrontarsi perché si tratta di un’alleanza, sotto il segno del Dragone, che interessa il 60% della popolazione mondiale, mentre Trump pensa ai dazi che provocano inevitabili conseguenze politiche e ad arricchirsi personalmente. Dialogare, confrontarsi, ma tenendo ferme le nostre tradizioni democratiche che nulla hanno a che vedere con le oligarchie violente e imperiali o le dittature a partito unico. E’ proprio questo che si chiede alla sinistra: di essere europea e occidentale, di dialogare con tutti tenendo fermi i principi che storicamente le appartengono. In una fase di transizione, di scomposizione e ricomposizione di alleanze, si possono verificare pericolose sbandate. Pensare che Netanyahu sia pericoloso e Putin no equivale a un deragliamento dei principi e a uno stravolgimento della realtà. Lo sdegno per la Palestina e il silenzio su Kiev equivale a ipocrisia.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.

2 commenti
Parlare sempre di Israele di netaniau mai di putin della Russia, è questa la sinistra di oggi? Sicuramente non la mia.
Questo articolo coglie un punto essenziale: la doppia morale che attraversa oggi il dibattito pubblico e politico europeo. La tragedia palestinese mobilita coscienze e piazze, mentre l’altrettanto drammatica resistenza ucraina resta quasi senza voce, come se la sofferenza avesse gerarchie e l’indignazione confini variabili.
Il rischio che indica è reale: un pezzo consistente della cultura politica, a sinistra come a destra, non riesce a liberarsi da un anti-occidentalismo viscerale che la porta a scegliere le proprie battaglie non sulla base dei principi, ma sulla base delle convenienze ideologiche. In questo modo si finisce col condannare Netanyahu (giustamente), ma chiudendo un occhio davanti ai crimini di altri soggetti e talvolta perfino giustificandoli.
Essere “europei e occidentali” significa invece custodire una bussola di valori: democrazia, diritti, pluralismo, difesa dei popoli aggrediti. Non vuol dire rinunciare al dialogo con il resto del mondo, ma avere la schiena dritta. Perché se indignarsi a Gaza è doveroso, tacere su Kiev è ipocrisia; e se denunciare l’oltranzismo di Netanyahu è giusto, relativizzare l’imperialismo russo è un errore che rischia di travolgere l’intero equilibrio internazionale.
In tempi di alleanze instabili e di spinte autoritarie, la vera sfida della sinistra – ma anche di tutto l’Occidente – è tornare a una coerenza di principi, senza doppi standard. Altrimenti il rischio è di smarrire credibilità proprio mentre il mondo si sta ridefinendo sotto il segno del Dragone e delle autocrazie.