E’ arrivato il suo giorno.
Ha fatto irruzione nell’ambiente sofisticato di Davos con la stessa grazia con la quale gli ippopotami ballavano “La danza delle ore” di Amilcare Ponchielli nel film Fantasia di Disney.
Arroganza tanta. Come al suo solito. Contenuti pochi.
A sorpresa ha lasciato in aereo la prepotenza, quel comportamento che è prodromo della forza e della violenza.
Forse dalle parti della Casa della Bianca qualcuno gli avrà suggerito che, “ ‘sta storia che la Groenlandia se la piglia a tutti i costi”, non regge molto e che gli ha provocato un evidente e marcato calo di popolarità con conseguente perdita del consenso.
E allora il bufalo si è reso vitello.
“Abbiamo necessità della Groenlandia,” ha detto, aggiungendo però quasi subito che “ho grandissimo rispetto per la Danimarca e la Groenlandia”.
La chiave di volta è quello che ha detto dopo sul modus operandi che intende perseguire.
Un negoziato per l’acquisizione della Groenlandia: ecco la sua ricetta.
“Probabilmente non otterremo nulla, a meno che io non decida di usare una forza e una potenza eccessiva, nel qual caso saremmo, francamente, inarrestabili, ma non lo farò. Questa è probabilmente l’affermazione più importante, perché la gente pensava che avrei usato la forza. Non devo usare la forza. Non voglio usare la forza. Non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia”.
Quasi ‘na supplica.
No perché se qualcuno si aspettava che Trump, con un intervento di un’ora e un quarto (contro i 45 min. programmati), fosse andato in Svizzera per parlare di Ucraina, di Gaza, del clima, del buco dell’ozono, o della fame nel mondo, non ha capito nulla.
Tema centrale è stata quell’isolona enorme piena di ghiaccio che gli si è ficcata nella testa.
Sì anche qualche accenno al conflitto del Mar Nero ma solo per dire: ”spetta all’Europa e alla Nato occuparsi di Ucraina, non a noi”.
Ma come, e i proclami di inizio mandato che risolveva il conflitto in quindici giorni?
Poi un riferimento alla Somalia: “Banditi somali, vi rendete conto? Chi l’avrebbe pensato che i somali avessero un quoziente intellettuale maggiore di quanto pensavamo“.
Che classe.
E già, invece quelli che invasero Capitol Hill con le penne da Toro Seduto o vestiti come Buffalo Bill erano geni.
Poi un accenno talmente idiota agli occhiali da sole di Macron che non merita di essere riferito.
La chiusura è stato un ritorno sul thema musicale del suo intervento.
Gli Usa vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto, se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Certo ormai il pachidermico presidente statunitense ci ha abituato ai suoi repentini e continui cambi di opinione, cosa che lo pone al confine tra la mancanza di idee e una demenza senile incipiente.
Ma la questione è un’altra.
Quello che ha detto oggi conta come un soldo di latta. Domani mattina, sullo stesso tema, dirà qualcosa d’altro. Magari che invaderà l’isola.
E poi magari ci dirà che la Sicilia è una grandissima portaerei naturale nel centro del Mediterraneo e che agli Stati Uniti serve per garantire la pace nel mondo.
Fantasie? Aspettiamo la fine del suo mandato.
In tutto questo sarebbe interessante sapere il parere dei nostri governanti Premier in testa, ma anche Tajani.
E poi quello di Salvini, sì proprio quello di Salvini, un altro trinariciuto della politica in salsa lombarda messo come un ossobuco sul risotto.
Magari sarà entusiasta che così il ponte sullo stretto lo fanno gli americani.
E poi va pure a finire che torneremo a cantare “A mamma ‘o chiama Ciro, niro niro comm’a che”.

