Coraggioso e inusuale 7 dicembre e trionfo di Shostakovich fin oltre le aspettative per questa sua “Una Lady Macbeth nel distretto di Mcesk”. Nulla a che vedere con Shakespeare e naturalmente e conseguentemente con la famosa opera di Verdi. Il giovane Shostakovich prese spunto dalla trama della novella di uno scrittore russo Nikolai Semerovich, scritta nel 1865. Il compositore rusdo, quando scrisse l’opera, aveva solo 26 anni. Quando debuttò, nel 1934, ne aveva 28. E’ forse il suo capolavoro ancor più dell’opera che gli diede lustro e cioè “Il naso”. Parla di Katerina che uccide il suocero prepotente e lascivo, il marito e l’amante del suo amante, suicidandosi. Questa catena di delitti di una donna non sono eseguiti per il potere, come nella Lady di Shakespeare, ma per amore, un amore romantico e sensuale che si consuma in scena soprattutto nel finale del primo atto, suscitando scalpore (almeno all’epoca). Ma anche in fondo giustificandola al cospetto di quell’altra in quanto donna e perciò, all’epoca di metà ottocento, costretta a privazioni e a sottomissioni continue. Nel primo atto Katerina, fermando i suoi lavoratori che stavano violentando una donna beffandosi di lei, innalza un vero e proprio inno femminista. Sarà forse anche per questo che Stalin, nel 1936, dopo stremitosi successi ottenuti nei due anni precedenti, lasciò il palco accusandola di essere solo un caos. Shostakovich era un sovietico convinto e credeva nella rivoluzione, ma rischiò di divenire una delle moltissime vittime dello stalinismo che di li a due anni iniziò le cosiddette purghe fucilando i due terzi dell’intero comitato centrale del Pcus, e non solo. Parliamo di Russia e a mio avviso bene ha fatto la Scala a non avere prevenzioni sull’arte musicale russa nemmeno in questo particolare momento dopo aver messo in scena qualche anno orsono il Boris di Mussorskij. Non si possono certo ignorare oltre a Mussorskij e a Shostakovich il primo Stravinskij e neppure Rimsky Korsakov e ovviamente il più romantico e melodico Ciaikovskij. Shostakovich anche in questa Lady Macbeth si annuncia a vent’anni e poco più come un genio musicale dedito alla musica di metà novecento. Non sposa Schoemberg e la sua dodecafonia come pure farà il secondo Stravinskij e neppure l’atonalità allora prevalente. Si affida al sinfonismo descrittivo che lo renderà noto, oltre che per le sue 15 sinfonie, anche per diverse colonne sonore da film. L’orchestra diviene protagonista assoluta anche nella sua Lady. Una musica che sottolinea e commenta i diversi episodi. A volte anche col suo carattere grottesco. Lo fa dopo la violenza subita da una lavoratrice e anche dopo i due omicidi. Shostakovich non interviene con una sonorità drammatica ma con arie beffarde. Non é una novità musicale questa. Basti pensare a Rossini e a Mozart che postpone all’omicidio del commendatore una musica beata. Le arie ci sono, altrochè. Quella della noia di Katerina con la quale l’opera si apre e quella della sua solitudine e del desiderio. E che dire del duetto d’impronta wagneriana tra Katerina e Sergiei nel finale del secondo atto e soprattutto del coro finale, una sorta di “Va pensiero” dei prigionieri ebrei del Nabucco. In tutte ti aspetti un percorso diverso, un “a capo” che sorregga la melodia e invece l’aria non si ripete, non si amplia e completa, ma si chiude e si spezza. E rimani deluso se pensi a Puccini che solo dieci anni prima aveva scritto Turandot. Poi rifletti e pensi che proprio in questa delusione ci sia la novità e la grandezza della musica di Shostakovich. Quella andata in scena alla Scala è un’opera pienamente riuscita. L’orchestra magistralmente diretta dal maestro Chailly (sarà l’ultimo Sant’Ambrogio il suo e dopo inizierà l’era di Chung) ha reso al massimo tutti gli effetti tragici e sentimentali, dolci e amari e anche le rimembranze della musica popolare russa. Il cast eccellente con punte di diamante nel soprano Sara Jakupiak e del basso Yevgeny Akimov. Regia ricca di spunti e anche di trovate come l’omicidio-suicidio di Katerina e Sonetka avvenuto col fuoco e non per annegamento. Il fuoco delle passioni che pervade tutta l’opera e con esso si estingue.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


1 commento
Un articolo pregevole, capace di restituire con rara finezza l’audacia estetica e la profondità morale della Lady Macbeth del distretto di Mcensk. Del Bue coglie con mano sicura la natura di questa partitura che, pur intrisa di modernità, conserva una forza drammatica quasi arcaica: un’epopea dell’animo femminile che Shostakovich, appena ventiseienne, seppe trasformare in un affresco sonoro di sconvolgente maturità. Il richiamo ai sommovimenti culturali e politici dell’epoca – dalla censura staliniana al ruolo della donna nella Russia ottocentesca – arricchisce ulteriormente una lettura che intreccia musica, storia e teatro senza mai appesantire il passo. E l’elogio conclusivo alla scelta della Scala, che riafferma la necessità di non sottoporre l’arte alle oscillazioni della politica contingente, restituisce all’opera e al suo autore il respiro universale che meritano. Un contributo davvero illuminante.