Sarà successo a pochi di non finire nella trappola di Valterino. A me é successo. Do un peso esagerato ai rumori della voce, la sua era stridente e urlacchiante. L’istinto mi ha salvato da Cefalù. Non vado spesso a Roma, ma il mio ristorante preferito é da Sabatino, le Cave di Sant’Ignazio in piazza del Pantheon. Sono morti i due proprietari e ci sono i figli e quando arrivo mi abbracciano con calore. Il loro padre era un oste romano caldo e avvolgente. Legava con alcuni e offriva a volte a loro anche la cena. Tifosissimo della Lazio aveva posto nel riquadro sopra Padre Pio la foto di Chinaglia. Lì ho visto di tutto, da Moravia con la moglie Carmen Llera, a ministri come Martelli, Tognoli e Scotti, il presidente della sua squadra del cuore Cragnotti, poi sono sfilati Franca Rame, Luciano Violante e niente di meno che il presidente degli Stati uniti Bill Clinton. A tutti Sabatino faceva pagare il conto, ma non ad Alcese e a Giorgio che forse i soldi manco ce li avevano. Ricordo il ristorante perché una trattoria é un mondo, é un tratto di vita, é anche un rifugio. E’ l’ambiente ideale per scaricarsi dalle tensioni accumulate durante la giornata. Lo é diventato anche quello di Valterino che non penso abbia la stessa sensibilità di Sabatino. Resta il fatto che ognuno si sceglie i luoghi e i commensali che crede. Il trio Violante, Ajala e Grasso ha delle ragioni ad affermare, su Il Foglio, che “Falcone non avrebbe mai cenato con Lavitola”. Travaglio, il perfido, gli ha ribattuto che Falcone lavorava per il governo Andreotti, rinfocolando la vecchia e astiosa campagna contro Falcone di taluni esponenti di Magistratura democratica che lo contestavano per avere accettato l’incarico offertogli da Claudio Martelli al ministero della Giustizia. Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia nel 1992, non si é certo sottratta a rispondere a questa meschina offesa: “E’ una frase che trovo indegna”, ha dichiarato Maria, “un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano. Quando, nel 1991, Giovanni accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra. A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato. Portò con sé l’esperienza enorme e la consapevolezza che, per sconfiggere Cosa nostra, non bastavano il coraggio e la capacità dei singoli magistrati: bisognava cambiare gli strumenti, le strutture e il modo stesso con cui lo Stato organizzava la propria risposta alla criminalità mafiosa. E i risultati di quei quindici mesi parlano più di qualsiasi polemica”. “Giovanni”, dice ancora Maria Falcone, “realizzò in maniera determinante la costruzione di una nuova architettura dell’antimafia italiana: la direzione nazionale antimafia, le direzioni distrettuali antimafia, la direzione investigativa antimafia, un più efficace coordinamento delle indagini e il rafforzamento degli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata e della collaborazione con la giustizia. Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un governo fu, in realtà, come uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale (…). Giovanni Falcone non apparteneva a un governo, non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono seggi e poltrone, non apparteneva a una parte politica, Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo stato, alla repubblica italiana e a tutti gli italiani. Ed é per questo che considero ancor più doloroso vedere il suo nome utilizzato, 34 anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l’Italia e se non si riesce ad aver rispetto della loro storia qualche volta il silenzio é la scelta più dignitosa”. Non vorrei aggiungere parole a quelle rigorose e commoventi di Maria Falcone se non un’osservazione. Paragonare Lavitola ad Andreotti mi pare decisamente fuori luogo, anche perché Andreotti fu imputato ma mai condannato per alcun reato, ma equiparare Falcone a Ranucci é un’offesa alla dignità del magistrato colpito a morte dalla mafia e non da un attentato per finta organizzato dall’amico Lavitola. Ancor di più, riprendere la insolente polemica degli anni precedenti la strage di Capaci é irresponsabile. Da un personaggio come Marco Travaglio c’é da aspettarsi anche questo. E’ il giornalismo più meschino e sadicamente allusivo della storia d’Italia. Offendere Falcone é come offendere tutti i caduti nella lotta della difesa e dell’indipendenza della patria. Un’infamia.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


11 commenti
Figurarsi. Non si fanno certo di questi problemi. Ricordiamoci che nella campagna propagandistica del referendum sulla separazione delle carriere travaglio e i suoi accoliti vari hanno fatto dire a Falcone parole mai proferite, mai rilasciate, mai dette, inventate. Mai chiesto scusa per ciò, mai rettificato.
A che punto siamo arrivati se la sinistra maggioritaria del paese trainarla slitta a questi figuri ormai da decenni, in punta di giustizialismo, di narrazioni inventate, di mezze verità e di menzogne palesi. La sinistra si trasforma in destra e nel farlo lascia voti proprio alla loro opposizione.
Sono perfettamente d’accordo con te Mauro,quello è un perfido,non aggiungo altro per non essere scurrile,ma se lo meriterebbe.
Travaglio personofica la differenza che intercorre fra il giornalismo ed il giornalaismo.
Sono d’accordo con l’articolo di Del Bue. Trovo indegno e offensivo quello che scrive Travaglio, cosiddetto “giornalista”, e non solo per quest’ultima vicenda.
La cosa grave non sono le idee giustizialiste di Travaglio e la sua perfidia e arroganza insopportabili la cosa grave è che la sinistra abbia fatto di lui e di squallidi personaggi al pari suo come Ranucci un faro ideale di riferimento. Che vergogna e che tristezza!
(Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti. Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli. Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici. Falcone sapeva bene chi erano gli andreottiani siciliani, dai cugini Salvo (arrestati da lui) a Lima. E già nel 1985 il pentito Buscetta gli aveva confidato che Andreotti era il referente di Cosa Nostra in un interrogatorio negli Usa, ma aveva rifiutato di metterlo a verbale perché “non è il momento: oggi ci ucciderebbero entrambi” (lo verbalizzò solo nel ’92, dopo la morte di Falcone, e Andreotti fu giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma prescritto). Eppure quella scelta controversa si rivelò vincente, perché gli consentì di combattere la mafia dall’interno, cioè dal governo, imponendogli col suo prestigio atti prima impensabili: la rotazione dei presidenti della I sezione della Cassazione sui processi di mafia (così il “suo” maxiprocesso non lo gestì l’ammazzasentenze Carnevale); il decreto che riportava in cella i boss scarcerati; e il decreto Pentiti/41-bis, che però richiese il sacrificio di Falcone per essere approvato e quello di Borsellino per essere convertito in legge dalle Camere. Dunque sì, dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi. Questi sono i fatti storici, noti e stranoti, che ho letto in molte sentenze e raccontato in tanti libri.
Ora il Foglio, dopo aver santificato i peggiori nemici di Falcone, da Carnevale a Contrada, ha intervistato Grasso, Ayala e Violante per titolare contro Ranucci: “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Tipica appropriazione indebita: nessuno sa cosa farebbe oggi. Si sa invece che, per un bene superiore, collaborò con soggetti ben più pericolosi di Lavitola (se ci andasse pure a cena o no, chi se ne frega). Perciò ho commentato il titolo con una battuta di 6 parole su quel dato di fatto. E ora i soliti sciacalli imbucati (persino Gasparri, Renzi, Riotta e Colosimo, per dire) mi accusano di “insultare” ,“diffamare”, “infangare” Falcone accostandolo ad Andreotti. Oh bella: chi beatifica da sempre Andreotti e ne spaccia la sentenza di reità per assoluzione, dovrebbe sostenere che a Falcone ho fatto un complimento. Visto il livello del dibattito, è meglio non fare battute senza spiegarle ai mononeuroni che non le capiscono.
Eccolo, Travaglio che giudica dei mononeuroni quelli che hanno contestato, compreso la sorella Maria, la sua affermazione velenosa in risposta al trio Violante, Grasso e Ajala (non proprio collocati a destra) secondo i quali “Falcone non sarebbe mai andato a cena con Lavitola” con un fendente, “Falcone lavorava per Andreotti”, e ritiene che la scelta del magistrato di accettare la proposta del ministro della Giustizia Claudio Martelli di assumere la direzione dell’ufficio affari penali sia stata “una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni suoi colleghi amici”. Raffreddò quando e perché? Si scatenò già prima un vero e proprio linciaggio anche pubblico per invidia, o per collusioni varie, di una parte della magistratura palermitana. La sostituziine di Caponnetto con Mieli e la nomina di Sica ad Alto commissario nella lotta alla mafia furono un colpo basso alla dignità e al valore di Falcone. A questo si aggiunse l’attentato ad Addauria e il caso del corvo. E questo fu il motivo, anche secondo la sorella, della sua scelta di allontanarsi da Palermo. Che il braccio di ferro tra Falcone e una parte della magistratura non fosse per nulla casuale é dimostrato poi dal fatto che a Falcone fu negata la nomina alla direzione nazionale anti mafia da lui stesso costituita. Poi che c’entra la cena. Ranucci divenne intimo amico di Lavitola e anche dopo l’accusa di essere quest’ultimo il mandante dell’attentato ricoprì quest’ultimo di attenzioni e di dichiarazioni di affetto. Se Ranucci non sapeva dell’attentato conosceva certamente i precedenti penali di Lavitola per cui o era complice o era un fesso. Farlo diventare martire come Falcone, paragonarlo a un eroe della lotta alla mafia, mi sembra surreale. E anche invero irresponsabile. C’é una parte della sinistra, dai Cinque stelle ad Avs e a una metà del Pd che non si ravvedono. Neanche di fronte alla realtà. Paiono quei comunisti che andavano in Russia in viaggio premio e vedevano che mancava la libertà ma tornavano e si esaltavano per gli sconfinati campi di grano….
(Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti. Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli. Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici. Falcone sapeva bene chi erano gli andreottiani siciliani, dai cugini Salvo (arrestati da lui) a Lima. E già nel 1985 il pentito Buscetta gli aveva confidato che Andreotti era il referente di Cosa Nostra in un interrogatorio negli Usa, ma aveva rifiutato di metterlo a verbale perché “non è il momento: oggi ci ucciderebbero entrambi” (lo verbalizzò solo nel ’92, dopo la morte di Falcone, e Andreotti fu giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma prescritto). Eppure quella scelta controversa si rivelò vincente, perché gli consentì di combattere la mafia dall’interno, cioè dal governo, imponendogli col suo prestigio atti prima impensabili: la rotazione dei presidenti della I sezione della Cassazione sui processi di mafia (così il “suo” maxiprocesso non lo gestì l’ammazzasentenze Carnevale); il decreto che riportava in cella i boss scarcerati; e il decreto Pentiti/41-bis, che però richiese il sacrificio di Falcone per essere approvato e quello di Borsellino per essere convertito in legge dalle Camere. Dunque sì, dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi. Questi sono i fatti storici, noti e stranoti, che ho letto in molte sentenze e raccontato in tanti libri.
Ora il Foglio, dopo aver santificato i peggiori nemici di Falcone, da Carnevale a Contrada, ha intervistato Grasso, Ayala e Violante per titolare contro Ranucci: “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Tipica appropriazione indebita: nessuno sa cosa farebbe oggi. Si sa invece che, per un bene superiore, collaborò con soggetti ben più pericolosi di Lavitola (se ci andasse pure a cena o no, chi se ne frega). Perciò ho commentato il titolo con una battuta di 6 parole su quel dato di fatto. E ora i soliti sciacalli imbucati (persino Gasparri, Renzi, Riotta e Colosimo, per dire) mi accusano di “insultare” ,“diffamare”, “infangare” Falcone accostandolo ad Andreotti. Oh bella: chi beatifica da sempre Andreotti e ne spaccia la sentenza di reità per assoluzione, dovrebbe sostenere che a Falcone ho fatto un complimento. Visto il livello del dibattito, è meglio non fare battute senza spiegarle ai mononeuroni che non le capiscono.
Travaglio come tutti sanno è un servo degli scappati di casa dei Pentastellati da tempo lustre !!!!
Povero Travaglio, come e’ caduto ib basso!!! Io me lo ricordo giovane giornalista abile ed obiettivo fustigatore dei politici incapaci, ed oggi lo ritrovo a difendere alcuni pseudo- politici solo per amor di parte, trascurando la loro credibilita’ e la loro ignoranza di politica vera. Un ex bel nome si sacrifica per gente che non merita
Povero Travaglio, come e’ caduto ib basso!!! Io me lo ricordo giovane giornalista abile ed obiettivo fustigatore dei politici incapaci, ed oggi lo ritrovo a difendere alcuni pseudo- politici solo per amor di parte, trascurando la loro credibilita’ e la loro ignoranza di politica vera. Un ex bel nome si sacrifica per gente che non merita