di Marco Andreini
Se fosse da ridere, non si potrebbe che piangere, senza rifarsi all’esilarante film di Benigni e Troisi, penso che tutto il paese sia rimasto basito dalle valutazioni post voto del PD.
Personalmente non mi stupisco, perche’ fu in Liguria, e per la precisione nelle primarie dell’2015, che si paleso’ il dramma esistenziale del PD.
Dopo il grande risultato delle europee ,si apri subito la caccia a Renzi ,non come colui che porto’ il PD al massimo storico, ma come il Segretario , che si era permesso di emarginare e rottamare l’intero gruppo dirigente degli eredi di Togliatti, (solo quei pochi protetti del presidente Napolitano, come Orlando vennero salvati).
E anche per questo la rivolta parti dalla Liguria, Orlando, ministro della giustizia (ndr Renzi propose Gratteri, che Napolitano rifiuto di nominare), non poteva tollerare in nessun modo di non apparire come il deux ex machina della sua Regione, allo stesso modo l’ex presidente della Regione, non poteva accettare veti sul suo successore da lui designato.
Burlando non aveva pero’ calcolato che mai e poi mai Orlando avrebbe accettato di sostenere una spezzina alla guida della Regione, ma fino ai primi incontri di coalizione per discutere il programma tutto resto’ sotto traccia, quando tutti i partiti, Psi compreso, definirono il programma condiviso da tutti, liste civiche incluse, pronti a sostenere Lella Paita, il PD ligure implose e invento’ la candidatura Cofferati, che peraltro conoscevo da quando era Segretario nazionale dei chimici.
Sergio veniva da una complessa situazione vissuta come Sindaco di Bologna, dove aveva smantellato gli insediamenti dei Rom ,ed era proprio la persona meno adatta ad essere l’antagonista della riformista Lella Paita, sostenuta da Renzi, che infatti vinse le primarie con ampio margine.
Invece di valorizzare quei 55.000 Liguri che votarono alle primarie, l’ala anti renziana, invento di tutto per non accettare la candidatura di Paita e all’insegna del motto muoia Sansone e i filistei fece venire giù tutto, venne inventata una candidatura di rottura, Pastorino, (ndr possibile di Civati) che spianò la strada alla vittoria di Toti.
In Liguria si assistette alla implosione del PD che anticipò da un lato la creazione di Articolo 1 e dall’altro la voglia di rivincita della ditta ex DS, che accordandosi con Berlusconi porto’ alla disfatta di Renzi.
Ed era quasi logico, che il gruppo dirigente del PD attuale, una sorta di Sel 2.0, non avrebbe mai potuto farsi scappare l’occasione di chiudere una volta per tutte con quel job act che il popolo del PD non ha mai accettato.
La ragione principale del disastro del referendum sta nel secolare confronto tra massimalismo e riformismo che non si e’ risolto per nulla nella creazione del PD, un amalgama mal riuscito come lo definì in una geniale definizione D’Alema.
Massimalismo che spesso nella storia dell’evoluzione del mercato del lavoro si e’ incrociato anche con il terrorismo, che scientificamente ha ucciso o colpito tutti coloro che hanno provato a riformarlo, vedi i vari martiri, non a caso, sindacalisti, come Tarantelli, D’Antona, Biagi per arrivare a Giugni, pure lui gambizzato dalle Br.
Esiste però a mio parere un vero motivo che ha portato alla scarsa affluenza e va ricercato nella totale inadeguatezza dei gruppi dirigenti dei partiti della sinistra e del sindacato.
A Landini sarebbe stato sufficiente guardare nella storia del suo sindacato per rendersi conto che nessuno Segretario generale ha mai promosso un referendum, anzi l’unico, a cui la CGIL partecipò, quello famoso dell’85, vi fu costretta da Berlinguer, Lama come racconta nelle sue memorie, avrebbe persino firmato a San Valentino l’anno prima.
Al PD, invece sarebbe stato sufficiente ricordarsi di aver avuto al ministero del lavoro, il presidente della Lega Coop, Poletti e Orlando, per comprendere che il proprio popolo digerisce male chi non Interviene sulle leggi quando governa, e invoca salario minimo e modifiche parlamentari, quando è all’opposizione.
Esiste poi una ragione che nei miei 15 anni di resp. Welfare del partito ho sempre cercato di fare presente ed è che la legislazione del lavoro è quanto di più complesso e complicato esista in natura e i quesiti erano scritti con i piedi, erano incomprensibili ai non addetti ai lavori.
Che fare ora, semplicissimo, esacerbare il confronto, e utilizzare questa occasione per creare una vera forza riformista, il PD si trova nella condizione opposta, di quando alla sua sinistra nacque Articolo 1, la sua ala riformista deve farsi carico di un atto di coraggio sparigliando il gioco.
E allo stesso modo deve emergere quel sindacato riformista, che partendo dalla legge sulla partecipazione voluta dalla CISL apra una grande stagione contrattuale con governo e controparti che si ponga l’obiettivo come nell’1993, un vero e proprio patto sociale finalizzato ad aumentare la produttività del nostro sistema a tutti i livelli.
Se mi e’ permesso uno slogan
Trattare ai tavoli , e non in inutili referendum.
Ne più ne meno quello che e’ scritto nella Costituzione sul ruolo delle parti sociali.

