di Fabrizio Montanari
Il lavoratore (a una salma) – Dormi o Primo Maggio delle nostre speranze cadute! Io veggo bene che sei morto. È carità seppellirti.
La salma – Seppellitemi pure. Sono morto, morto veramente. Come fu morto il Galileo quando lo tradì l’iscariota e tre volte fu rinnegato da Pietro. Prima ancora dei chiodi e dell’aceto. Tuttavia il terzo giorno risorse. E fu vano travaglio averlo inchiodato e sepolto.
Filippo Turati (La Giustizia sett. del 3 maggio 1925)
La festa del Primo Maggio 1925 fu la prima dopo l’uccisione dell’on Giacomo Matteotti. Il clima nel Paese era particolarmente teso e non faceva sperare nulla di buono. Il 3 gennaio Mussolini aveva riottenuto la fiducia del Parlamento, nonostante un discorso volutamente caratterizzato da una violenza mai vista prima. In quella occasione, infatti, si era assunto tutta la responsabilità politica, morale e storica di quanto accaduto, ridando così fiato agli elementi più violenti del fascismo, riguadagnando in quel modo la guida indiscussa del governo e del partito.
Le opposizioni aventiniane, rimasero disorientate e non seppero reagire adeguatamente, se non opponendo il valore morale della loro posizione. Tutti compresero però che si era giunti al punto di non ritorno e che il fascismo non sarebbe caduto.
La repressione esercitata dalle squadre fasciste e dai prefetti nei confronti dei giornali, delle cooperative non ancora normalizzate, e di tutti i partiti d’opposizione ridusse notevolmente la possibilità di celebrare adeguatamente la festa dei lavoratori. Non per questo si gettò la spugna. Bisognava farlo per il popolo italiano, per sfidare il fascismo e dimostrare agli altri paesi europei che la vera Italia non si era arresa e, soprattutto, non era quella rappresentata dal Duce.
La Giustizia sett. del 10 maggio 1925 si preoccupò di rendere conto ai suoi lettori, seppur succintamente, di quanto era accaduto in Italia, nell’intento di dimostrare che non tutto era ancora perduto e che la volontà di lottare per i propri diritti rimaneva forte in tutto il Paese.
In effetti dall’articolo emergeva una situazione, seppur diversa da regione a regione, ancora non del tutto rassegnata e la presenza di molte donne e uomini ancora disposti ad affrontare ogni sorte di pericoli, pur di affermare i valori del lavoro, della libertà d’espressione e del diritto. L’intento era di confortare i compagni rassicurandoli che, nonostante tutto, il partito c’era ancora e la partita non era ancora terminata. In verità il partito risultava fortemente indebolito specie nel Sud d’Italia e anche in molte aree del Nord. Con l’attività parlamentare completamente assente e il fronte proletario profondamente diviso tra riformisti, massimalisti e comunisti, molti si preparavano già all’esilio o comunque alla clandestinità.
Il 10 maggio, dunque, il settimanale dei socialisti reggiani diretto da Camillo Prampolini, pubblicò in prima pagina l’articolo intitolato Echi del Primo Maggio.
“Le misure proibitive del Governo e dello squadrismo non hanno impedito la celebrazione della festa internazionale del lavoro…A Milano, malgrado trecento arresti e le intimidazioni e bastonature nei rioni popolari, le astensioni dal lavoro nel campo operaio industriale ammontarono a oltre l’80%…Anche La Giustizia, L’Avanti!, L’Unità ecc. non sono usciti, per l’astensione dei tipografi.
A Roma si registrò una notevole percentuale di astensioni specialmente nelle officine metallurgiche e nei cantieri edili. Mobilitazione della milizia, servizio di vigilanza con carabinieri a piedi e a cavallo, e rastrellature di “sovversivi” su vasta scala. Intanto dal balcone dell’Ambasciata russa sventolava la bandiera rossa…un’altra bandiera rossa venne trovata issata su un albero del lungotevere.
A Torino vi fu un’astensione quasi generale fra i metallurgici. A Trieste si ebbero oltre trecento arresti, ma astensione quasi completa nelle industrie metallurgiche e navali…A Genova l’astensione fu notevole nella classe dei muratori, dei terrazzieri, degli sterratori e nelle piccole officine meccaniche. Non sono mancate le bastonature in città e nei principali centri della Liguria.
A Cagliari- secondo l’Unità- tutte le vie erano tappezzate di scritte con le diciture “Viva Lenin”, “Viva la Russia”, “Viva il Primo Maggio”. A Palermo vennero disertati in gran parte i campi e le officine; cinque grandi bandiere rosse furono issate nei quartieri popolari.
A Venezia, a Treviso, a Verona, a Vicenza, a Udine ecc. si ebbero astensioni notevolissime… a Catanzaro, a Cosenza, a Siracusa ecc. un’astensione completa…
Si conviene da tutti che nelle nostre grandi città industriali…che i lavoratori hanno raccolto nella loro anima la essenza del simbolo prescritto. Così l’hanno ricondotto al suo primo significato. Ci sono tempi in cui l’idea impara a nutrirsi di sé, a trovare in sé, senza aiuti esteriori, le ragioni sue. Così prova che nulla di ciò che è stato è perito.
Tutto persiste; tutto continua a tessere la realizzazione dell’avvenire. Le eque messi saranno la gioia dei buoni seminatori”.
Sullo stesso numero del giornale si apprende che nel reggiano l’atmosfera era di grande ostilità e che la milizia era stata mobilitata fin dal giorno 29 aprile. Il pensiero dei reggiani andava a Matteotti e a Antonio Piccinini sequestrato e ucciso anche lui l’anno prima. Già la sera precedente erano state compiute diverse aggressioni ai danni di alcuni noti “sovversivi”, tra i quali il repubblicano Pietro Montasini, corrispondente de La Voce repubblicana, e si sapeva che la polizia aveva eseguito diverse perquisizioni domiciliari per sequestrare eventuale materiale ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico. Pur in assenza di particolari astensioni dal lavoro, il Primo Maggio molti operai all’uscita dalle fabbriche furono oggetto di offese, bastonature e minacce. Alle officine meccaniche si erano contati almeno venti operai bastonati senza alcun motivo e diversi arresti.
Il settimanale fascista cittadino da alcuni giorni aveva avvertito i cittadini: Se vi saranno astensioni dal lavoro, qualcuno pagherà. Le stesse cose accaddero in ogni comune della provincia.
Da allora in poi, purtroppo, il Primo Maggio verrà festeggiato solo nel privato delle abitazioni, in incontri clandestini, simulando un incontro casuale tra amici, un pranzo in famiglia con un piatto di cappelletti e un garofano rosso sul petto.

