Al Regio di Parma, nell’ambito del Festival Verdi, sono stati rappresentati due capolavori del grande maestro: Otello e Falstaff. En attendant Macbeth che andrà in scena, come ultima recita, proprio stasera nel piccolo e grazioso teatro bussetano. Si é scelto Shakespeare e le tre opere che a lui fanno riferimento. E alle quali Verdi avrebbe voluto aggiungerne una quarta: il Re Lear. Proposito non realizzato. L’Otello e il Falstaff sono le ultime opere del maestro e che Verdi non avrebbe probabilmente composto se nella sua vita non si fosse scaraventato quell’Arrigo Boito, poeta e musicista scapigliato, che lo aveva anche contestato da giovane. Fu Boito a convincere Verdi a piegarsi ancora sul pianoforte a distanza di 16 anni da Aida. Come si assaggia un cibo per verificarne a piccoli bocconi la bontà, così Verdi volle provare Boito nel rifacimento del Simon Boccanegra. E poi, piano piano, studiandolo a fondo, ne ebbe stima e rispetto. Ma fu Boito a darsi a piene mani, anzi a piene note, a Verdi e a diventarne talmente avvinto in modo indissolubile da non riuscire più a scrivere nulla. Il suo Nerone fu completato da altri dopo la sua morte e dopo un parto durato 23 anni e il Mefistofele fu più volte rimaneggiato dopo i fischi della prima. Fu insomma Boito ad essere ricordato per Verdi, per quei due libretti di Otello e Falstaff, e non certo Verdi per Boito. Ma veniamo a Otello che debuttò a La Scala nel 1887. Differisce su più punti l’Otello verdiano da quello shakespiriano. Qui é espunta la battaglia che inizia dalla fine e la figura del padre di Desdemona che non vuole che la figlia si accoppi al Moro, divenendo cosi protagonista dell’opera il malefico Jago che in Shakespeare é un semplice militare invidioso di Cassio perché gli aveva rubato la promozione. E’ talmente protagonista Jago che Verdi gli avrebbe intitolato l’opera forse anche per distinguerla da quella di Rossini. Un’opera che si regge tutta sul disegno sadico di Jago che suscita la morbosa gelosia di Otello verso Desdemona, gelosia suscitata da Jago con arte finissima e costruendo prove, come quella del fazzoletto, di geniale quanto insana fattura. Il dramma termina, come é noto, con un femminicidio, quello di Desdemona, e con un suicidio, quello di Otello, cui rivelano, dopo l’omicidio, che si trattava di una trama intessuta da Jago. Il dramma verdiano si apre con un colpo di orchestra che fa vibrare i timpani e che alla Scala il grande Kleiber, nel 1976, accompagnò con un balzo sul podio. E’ il segno della battaglia. E il coro la commenta in diretta sotto l’uragano che, con l’Esultate, Otello ricorda come compartecipe della vittoria, assieme “all’armi”, sull’orgoglio musulmano che é “sepolto in mar”. Qui Brian Jadge, già protagonista in coppia con la grande Netrebko, de “La forza del destino” del 7 dicembre scorso a La Scala, forse non riesce appieno a rendere il baldanzoso annuncio con l’esuberanza vocale che la parte richiederebbe. Si risolleverà appieno nel duetto d‘amore che segue. E il passaggio é offerto da un cambio di scena improvviso che trasferisce la baldanza dei soldati che bevono (ma che senso ha, caro Boito, che questi ultimi cantino “l’esca del ditirambo spavaldo e strambo”, esageratooooo…) e il duello tra Cassio, ubriaco, e Montano, nelle amorose frasi di Otello e Desdemona, coi violini che prendono il sopravvento in un pianissimo reso commovente dall’orchestra Toscanini, mirabilmente diretta da Roberto Abbado. In questo duetto viene esaltata la dolcezza vocale di Mariangela Sicilia che ha reso la parte con raffinata e sofferente maestria. Stessa vocalità usata nel lirico canto del Salice dell’ultimo atto e nella successiva Ave Maria. Ariunbaatar Gambaatar rende appieno il personaggio di Jago che non deve avere una bella voce, ma un tono rude e graffiante, insinuoso, tagliente. E il suo fraseggiare deve cadenzare il tracciato sottile del suo animo vendicativo. Forse accentua un pò troppo le note vocali con la gola, ma é perfetto nell’aria “Credo in un Dio crudel che m’ha creato”, un vero inno al male. Meno convincente il duetto tra Otello e Jago in “Si pel ciel marmoreo giuro” che forse potrebbe essere, visto che é una violenta promessa di vendetta, un canto forte e tremendo. Un’onda d’urto. Resa al meglio dall’orchestra e da Jadge anche l’aria d’amore e di morte di Otello, una pagina di crome ascendente in semitono (ah, il cromatismo wagnariano) che caratterizza la frase “Un altro bacio” e poi “Un bacio ancora”. Una pagina breve in cui l’orchestra diventa protagonista. Bene il resto della compagnia, con particolare riferimento al coro. Regia a metà tra Shakespeare e Freud. Si presta Otello alle teorie psicanalitiche. Il personaggio, che sembra un condottiero invincibile, è in realtà un uomo insicuro e possessivo, forse la differenza d’età nei confronti di Desdemona incide, che si lascia letteralmente telecomandare da Jago, ne diventa strumento, lo segue passivamente. “Questo é il leon”, mormora tra sé e sé Jago sul corpo caduto al suolo del suo capo. E’ l’oggetto senza più volontà, perché quest’ultima è nelle mani di Jago. L’Otello si svolge in un stanza delle torture che si ripropone costantemente e che si trasforma nell’ultimo atto “nel nero magmatico e notturno dell’Inconscio”, come osserva il regista Federico Tiezzi. Pubblico caloroso ed entusiasta a fine spettacolo, muto durante l’opera. Dalla psicanalisi dell’Otello all’allegro e vociante turbinio delle Allegre comari di Winston. Cioè al Falstaff verdiano. Qui forse il connubio tra Verdi e Boito é anche più riuscito. Si passa dalla tragedia alla commedia. Verdi non ha problemi e riesce a musicare anche i rintocchi dell’orologio: “uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette botte, otto, nove, dieci, undici, dodici, mezzanotte”. Forse sarebbe riuscito, a 80 anni suonati, se ci fosse stato, come é già stato ricordato, a musicare anche l’elenco del telefono. D’altronde mise in musica anche il vociare dei membri del Senato del Regno del quale fece parte, che gridavano “Al voto, al voto”. Meraviglia delle meraviglie, il Falstaff (prima rappresentazione alla Scala nel 1893) é forse l’apice della musica teatrale. Di carattere ironico, non buffo, non comico. L’ironia sovrasta l’intero tracciato. Anche il versante romantico, come l’amore tra Ninetta e Fenton (“Bocca baciata non perde ventura, ma si rinnova come fa la luna”) é sorridente, leggero, fresco. E veloce, sempre di corsa, in fuga perché i due non devono essere sorpresi. La velocità é una costante dell’opera. Le arie di Nannetta e Fenton non finiscono. C’è fretta, troppa. Sono interrotte dai protagonisti che corrono. E Falstaff va di corsa, caccia i suoi due servi, Bardolfo e Pistola, riceve Quickly, riceve Ford, si reca a casa di Alice, viene “gittato in un canestro per finir in un canale coi pannolini biechi”, ma non si perde d’animo, beve un bicchier di vin caldo e via, ancora alla foresta, dove é assaltato dalle gaie comari e compagnia varia travestiti da folletti e da fate. E Ford? Velocemente si convince del possibile tradimento della moglie, si reca da sir Jonh e si finge il signor Fontana, viene convinto che non é possibile, si traveste anche lui nella foresta, poi viene gabbato perché pensa di celebrare le nozze di sua figlia col dottor Cajus, mentre Cajius ha sposato Bardolfo travestito da Nannetta. Insomma é tutto un correre. Velocemente, come nell’inseguimento nel ciclismo su pista. Si potrebbe sostenere l’ardita tesi secondo la quale nel Falstaff, per il cambio continuo di scene e situazioni, Verdi anticipi il cinema di cui non poteva promosticare l’avvento. Falstaff é personaggio paradossale. Si crede attraente e invece é vecchio e panciuto. Ma la sua pancia é un mito: lo salva dall’annegamento, prega per lei dinnanzi alla quercia di Hern nel parco di Windsor. Le due lettere d’amore verso Alice e Meg (ma la strategia é ancora più ambiziosa perché l’amore deve portare a sottrarre lo scrigno) sono la fotocopia l’una dell’altra e le due se ne accorgono e assieme a Nannetta e Quickly, ambasciatrice del finto amore corrisposto alla locanda della Giarrettiera dove alloggia Sir Jonh Falstaff, cantano una melodia leggendo le parole delle due lettere che pare romantica, ma è una presa in giro graffiata poi da una clamorosa risata: “e il viso tuo su me risplenderà come una stella nell’immensità”. Romanticismo grottesco. E che dire del canto delle corna di Ford, marito di Alice, l’unico, oltre a Falstaff, a credere che la moglie possa tradirlo con quest’ultimo. La melodia é un insieme di espressione di gelosia autentica, di meraviglia e di burla trasparente. Sir Jonh si esalta poi nei due pezzi, “Va vecchio Jonh”, ripetuta in due diverse circostanze, e in “Quando ero paggio del duca di Windsor”, la prima melanconica ma auto incensatoria, la seconda un ricordo di quando era “sottile, sottile” per davvero. Non si può fare a meno, allora, di parlare del protagonista, il grande (e grosso) Misha Kiria, dalla voce robusta e pastosa, sempre sicuro anche nel fraseggio e in quei passaggi filtrati che sono imitazioni delle voci altrui. Veramente un’interpretazione superba, come assai convincenti sono state quelle delle quattro donne: Roberta Mantegna (Alice), Caterina Piva (Meg), Teresa Iervolino (Quickly) e Giuliana Gianfaldoni (Nannetta). Bene anche Dave Monaco (Fenton), credibile nella intonazione e nell’interpretazione, forse un po’ scarso nell’impeto, il Ford di Alessandro Luongo. E molto bene anche la Toscanini diretta da Michele Spotti, mentre la regia di Jacopo Spirei ha trasportato la vicenda ai giorni nostri, ma senza disturbare. Contrariamente a Strelher che la trasferì nelle campagne parmigiane qui a Parma la regia l’ha lasciata nel quartiere di Londra. E la fuga del finale? Qui Verdi esalta se stesso e tutta la sua musica e ci lascia un messaggio di spensieratezza e di allegria. “Siamo tutti gabbati e ride ben chi ride la risata final”. Il teatro s’illumina e il canto avanza e si confonde. Ci sovrasta. Siamo tutti gabbati? Ebbene, sì. Non solo Falstaff, Ford e il dottor Cajius, che non aveva sposato Nannetta, come impostole da Ford. Tutti, proprio tutti, anche gli spettatori. Ma che importa se ce lo ripete Verdi che col Falstaff ci saluta e compie un salto nell’eternità.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.

