Tra un turno e l’altro delle elezioni volute da Macron per chiedere ai francesi se vogliono proprio essere governati da Marine e da Bardella, il trionfo del Labour a Londra coi conservatori al minimo storico dei seggi e coi laburisti che sfiorano il loro massimo, quello conquistato da Blair nel 1997. In Francia al primo turno ha votato il 66% degli aventi diritto, nel Regno unito il 60. Si lamentano loro. Cosa dovremmo dire noi che non raggiungiamo il 50? I laburisti hanno presentato un Labour lontano anni miglia da quello radicale, ideologico e per taluni aspetti anche antisemita del condottiero Jeremy Corbyn, che aveva ottenuto una “entusiasmante” sconfitta, contestando in sostanza tutte le tesi blairiane. Starmer si é presentato come uomo concreto, che tende a mettere in fila i problemi e a risolverli, senza vaticinare un futuro impossibile. Si é limitato nella sua breve dichiarazione dopo l’incarico ricevuto da Re Carlo a richiamare l’attenzione sulla necessità di maggiori risorse per la sanità e per la transizione verde. Ha avuto parole di apprezzamento per il suo predecessore, l’asiatico Sunak. Il Regno unito é in crisi. Sarà la Brexit, mentre il Pil è sotto lo zero e la disoccupazione aumentata, ma l’economia non tira, i soldi in cassa non ci sono, né per la scuola né per la sanità, se qualche anno fa si distribuivano pasti caldi per duecentomila persone adesso i poveri e i nullatenenti sono arrivati alla cifra di tre milioni. Starmer non poteva perdere e si é aggiudicato ben 410 seggi su 650. Il sistema elettorale lo ha favorito, come quello a due turni può favorire Macron. La differenza sta tutta nella capacità della sinistra di guardare al centro, ai ceti moderati, diremmo noi alle partite Iva, alla piccola e media impresa, ai tecnici. E’ questo grumo sociale che ha favorito l’emergere in Italia, e non solo, del fascismo, terrorizzato dal bolscevismo e da una rivoluzione violenta. E’ ancora questo ceto, diciamo intermedio, che può favorire la tenuta di Macron come ha determinato la vittoria di Starmer. In Francia potrebbe tenere un blocco eterogeneo ma pur sempre guidato da Macron e da un centro solido a convincere i moderati, mentre in Gran Bretagna questi sono stati conquistati da un leader che promette di superare la crisi e di far stare un po meglio la popolazione e non certo il sol dell’Avvenire. Anche se il sistema elettorale ci ha messo del suo. I numeri confermano il partito di Starmer a un soffio dal suo record storico, quello dei 418 seggi della super maggioranza conquistata da Tony Blair nel 1997; ma in termini di suffragi si è fermato poco oltre il 33%, non molto meglio del 32 raccolto nel 2019 nell’ambito della disfatta subita sotto la leadership di sinistra radicale di Corbyn. Quel che conta, col turno secco uninominale, é la capacità di sopravanzare l’avversario e di saper parlare al suo elettorato cercando di convincerne una parte. E in 410 seggi i laburisti hanno sconfitto i conservatori. Ciò vuol dire, senza ombra di dubbio, che Starmer e il nuovo Labour hanno saputo non già erigere steccati ma dialogare e rassicurare. Lo stesso identico problema, sia pure con una legge elettorale diversa che ancora non si conosce, accadrà in Italia. Se la Schlein pensa di coinvolgere Conte e Fratoianni non avrà il campo largo e non avrà la vittoria. Ha detto bene Calenda: non si può governare coi putiniani. Non si può governare, aggiungo io, con chi si oppone alla riforma della giustizia e vuole uscire dalla Nato. Costruiamo un polo riformista unitario e autonomo e poi vedremo. L’Italia é il Paese in cui un governo non ha mai vinto le successive elezioni dal 1994. Solo l’incapacità della sinistra di costruire una formazione riformista omogenea sui contenuti potrebbe provocare un’eccezione.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


2 commenti
A fronte delle elezioni tenutesi nel Regno Unito appena due giorni fa, la prima riflessione che viene da fare è il confronto tra i loro 750 membri della Camera dei Comuni e i nostri 400 deputati, a dirci che in oltremanica non ha verosimilmente spirato, oppure ha avuto effetti scarsi o nulli, il vento dell’antipolitica che nel Belpaese, se non erro, ha invece portato alla riduzione numerica degli eletti (potrebbe forse essere che le loro indennità siano inferiori a quelle di casa nostra, ma allora pure tale aspetto andrebbe approfondito).
Passando all’esito del voto, quanti sono collocati a sinistra nel nostro panorama politico ed esprimono legittima soddisfazione per il risultato uscito da quelle urne, dovrebbero considerare che quel modello individua immediatamente la figura del Primo Ministro, e se già il giorno dopo la consultazione elettorale si plaude all’incarico di guida del Governo conferito dal Sovrano ad un esponente della propria parte politica, non vedo come, per coerenza, si possa essere contrari al “premierato” che da noi propone il centrodestra.
Circa il sistema elettorale, da quanto si legge, i Laburisti avrebbero ottenuto il 33,7% contro il 23,7% dei Conservatori, il che indica un netto e chiaro consenso nei confronti dei primi, ma con apparente sperequazione tra i rispettivi 412 e 121 seggi, e altrettanto dicasi per altri partiti “minori” che paiono avere una componente parlamentare non proporzionata alla propria forza elettorale, anzi piuttosto al di sotto (il che fa pensare che quel sistema voglia anteporre la governabilità, sacrificando per così dire la rappresentanza)
Se la “questione governabilità” è prioritaria, non solo oltremanica, credo che dovrebbero rivedere la loro ferma contrarietà quanti si oppongono pervicacemente al premierato, visto che a mio avviso potrebbe coabitare con l’elezione delle Camere in maniera proporzionale (seguendo di fatto la formula vigente per le elezioni regionali, perlomeno quelle a mia conoscenza), tramite liste o loro coalizioni a sostegno del candidato Premier, con eventuale quota maggioritaria costituita dal “listino” affiancato al medesimo.
Paolo Bolognesi 06.07.2024
Nel precedente commento mi sono espresso a favore del sistema proporzionale, in abbinamento al “premierato”, cercando di argomentare tale mio pensiero, ma dovendo scegliere tra i modelli del Collegio Uninominale io opterei comunque per quello a turno unico, rispetto al ballottaggio, posto che nel secondo, semmai col ricorso alle desistenze, possono formarsi coalizioni di partiti tra loro abbastanza disomogenei e diversi, se non distanti, sul piano programmatico, e uniti dal solo scopo di contrastare l’avversario (il che mi ricorda molto i tempi in cui gli oppositori del Cavaliere puntavano sostanzialmente a mettersi insieme per “sbarrargli la strada”).
Nel nostro contesto politico, può esser ben visto il tentativo della sinistra riformista di sostituirsi a quella “massimalista”, o quantomeno di condizionarla, ma quest’ultima a me sembra avere uno “zoccolo duro” molto difficile, se non impossibile, da scalfire, e il quale vorrà comprensibilmente “dare le carte”, stante la sua egemonia numerica all’interno di quel perimetro, confortata e rafforzata peraltro dalle recenti urne europee, salvo eventualmente scoprire che un candidato alla guida del Paese individuato nella sua specifica sfera non incontrerebbe un alto favore tra gli elettori, più propensi ad affidarsi a figure meno “radicali”, per posizione politica.
Se questa premessa non mancasse di fondamento, io credo che i riformisti intenzionati a rimanere schierati a sinistra, dovrebbero tendere decisamente al “premierato”, come via per poter aspirare al veder un proprio rappresentante quale candidato della sinistra alla carica di Primo Ministro, in quanto esponente di coalizione che può risultare più attrattivo rispetto ad altro di segno “massimalista”, ma qualora il premierato non dovesse passare, o i massimalisti, dentro alla sinistra, continuassero a “prevalere” sui riformisti, a me parrebbe ragionevole che questi ultimi trovino un’altra “casa”, che forse non manca, dove veder riconosciuto e valorizzato il proprio ruolo.
Paolo Bolognesi 07.07.2024