Non si sa se è proprio un “terzo” ma sicuramente é “incomodo”.
Non certo come l’amichetta o l’amichetto che restavano seduti sullo spigolo della panchina mentre i due fanciulli si scambiavano i primi bacetti, che papà non ci faceva uscire da soli.
Ma certamente per qualcuno è davvero di troppo.
E guarda caso proprio per i suoi compatrioti.
Il discorso di La Hulpe, pronunciato da Maro Draghi che ha intensificato le voci che lo vorrebbero alla testa dell’Europa (o alla Commissione o come successore di Charles Michel) è una opzione che rischia di deflagare la maggioranza di governo specie perché siamo nella griglia di partenza della campagna elettorale e c’è qualche italiana che si sente in pole-position.
Diplomatica la reazione di Giorgia Meloni, ma non lusinghiera: ”Sono contenta che si parli di un italiano ma il dibattito su Draghi è filosofia. Sono i cittadini che decidono”, ha sottolineato ai cronisti al termine del vertice dei 27, aggiungendo che “quello che mi interessa è che sia Draghi che Enrico Letta, che sono considerati due europeisti, ci dicano che l’Europa va cambiata”.
Un vero aplomb da statista quello della nostra premier che da tempo ci sta propinando questa sua trasformazione da barricadera della contestazione a prescindere, che è stata sino a un giorno prima delle elezioni del 2022, a donna di stato per la quale la politica è l’arte di coniugare l’impossibile con il possibile.
Diversi i toni che provengono dai suoi alleati.
Matteo Salvini, li alza sguaiato: “la Lega ha già fatto i suoi sacrifici con Draghi e l’abbiamo anche scontata”, aduso ormai ad aprire la bocca con la stessa immediatezza con la quale si sbadiglia al mattino appena seduti in bagno e non rendendosi conto che ogni volta che parla perde 1.000 voti.
Meno tranchant ma non meno banali le parole del capogruppo di Fi al Senato Maurizio Gasparri che con aria laconica dice che, “pur stimando Draghi penso che i vertici Ue vadano a chi ha più voti”.
Non s’è capito se in questa amenità vede il suo partito il più votato o meno, ma i deliri ormai sono alle porte di ogni avvenimento.
Resta il fatto che in Europa un certo establishment politico, economico e istituzionale, si muove nella direzione che vedrebbe il “formidabile”, come l’ha definito Emmanuel Macron, ex premier italiano al vertice del sistema comunitario.
È chiaro che prima del 9 giugno non si muoverà foglia e a prevalere per ora è la cautela.
La Meloni, che qualche pensierino ce l’ha fatto a cambiare la formula “Ursula” in quella “Giorgia” fiuta il pericolo e per non sparigliare le destre europee, che la guardano con attenzione prova a dare un colore politico alla vicenda e dopo aver raccontato alla stampa dell’ennesimo scontro tra i 27 consumatosi all’Europa Building osserva come questa riunione di aprile sia stata l’ultima prima del voto.
“Spero che quando ci incontreremo di nuovo saremo di fronte ad un’Europa diversa”, scandisce la premier lanciando il must del cambiamento per legare attorno a questo concetto non solo i capricci di Matteo Salvini, ma anche i pungoli di Marine Le Pen e del resto delle destre europee.
Che il nome di Mario Draghi è scomodo è certo e lo vedremo all’indomani del voto con il primo appuntamento in evidenza: la cena dei leader del 17 giugno.
Nessuno dei grandi d’Europa vorrà subire una scelta degli altri, soprattutto se si tratta di Meloni e dell’opzione Draghi.

