Alla fine ha vinto il candidato del partito democratico progressista filo-USA con il 40,2 % di preferenze. “Voglio ringraziare il popolo taiwanese per aver scritto un nuovo capitolo nella nostra democrazia. Abbiamo dimostrato al mondo quanto abbiamo a cuore la nostra democrazia. Taiwan ha ottenuto una vittoria per la comunità delle democrazie“. Queste le prime parole del vincitore delle presidenziali William Lai, riportate dalla BBC.
L’avevamo detto che questo sarebbe stato l’anno più denso di elezioni della storia. E si inizia alla grande, con quelle appena concluse a Taiwan. La serietà dell’evento, e lo spessore delle tensioni ad esso collegate, è stato dimostrato dalla Cina, che ha completamento oscurato tutte le news relative al voto. E non solo: nelle ore precedenti al voto Taipei ha rilevato 8 jet e 6 navi militari cinesi intorno all’isola, che dista solo 180 miglia dalla Cina. Perché? L’enorme complessità delle relazioni tra Taiwan e Cina deriva dalla storia sempre intrecciata e sempre conflittuale dei due paesi, e rende la cosiddetta “questione Taiwan” una delle più delicate a livello internazionale. Oggi la Cina ritiene inaccettabile che Taiwan si dichiari “indipendente” da Pechino: ecco perché gli Stati Uniti, pur essendo i più fermi sostenitori militari di Taipei, non hanno neanche una rappresentanza diplomatica nel paese.
Taiwan è sulla carta uno Stato che gode di piena sovranità, con parlamento, governo, moneta ed esercito propri. È anche una vivace democrazia, forse la più libera di tutta l’Asia. Eppure la sua situazione è molto complicata. Per dirla in parole poverissime, la Cina comunista ritiene che Taiwan sia una sua provincia ribelle destinata a “riunificarsi” con il resto del paese, in modo pacifico o meno. Perciò Pechino è sempre molto aggressiva verso chiunque la pensi diversamente. Tanto che, per evitare ogni conflitto con la Cina, la maggior parte dei paesi del mondo non riconosce ufficialmente Taiwan e adotta stratagemmi ed espedienti per continuare ad avere rapporti politici e commerciali con l’isola senza suscitare le aperte proteste della Cina. Si tratta di vicende che affondano le radici nel secondo dopoguerra, ma per gli storici bisognerebbe andare indietro nei secoli.
Tornando, tuttavia, ai nostri giorni, l’affluenza alle urne è stata da record, con oltre il 71% dei votanti. Tre i candidati: il da subito favorito, William Lai, del Partito democratico progressista, è un ex medico e attuale vicepresidente di Taiwan, ma soprattutto è il nome più temuto da Pechino; Hou Yu-ih, candidato dei nazionalisti del Kmt, è invece l’uomo che Pechino vorrebbe al comando, come ex capo della polizia nazionale e sindaco in congedo elettorale di New Taipei; Ko Wen-je del Partito popolare -Tpp è l’ex sindaco di Taipei. Taiwan ha votato non solo per eleggere il suo nuovo presidente ma anche per rinnovare i 113 seggi del suo Yuan (il nostro Parlamento).
Altra nota rilevante della situazione è l’assoluta rilevanza del voto dei giovani: oltre il 30% degli elettori ha un’età compresa tra i 20 e i 39 anni, e sono stati proprio loro i più corteggiati in assoluto, dominando i titoli dei media e attirando molteplici impegni politici da parte di partiti e candidati.
E anche per questo l’ombra delle intimidazioni della Cina non han mai mollato la presa sull’intera vicenda: Pechino non vuole lasciar andare Taiwan. Il Segretario di Stato Usa Antony Blinken ha chiesto alla Cina di mantenere “la pace e la stabilità” nello Stretto di Taiwan. La Cina, da parte sua, ha già lanciato un avvertimento straordinario all’Australia: l’ambasciatore cinese a Canberra, Xiao Qian, in un commento per l’Australian ha scritto che eventuali “errori di calcolo” nei legami di Canberra con il prossimo governo dell’isola (definita “ribelle”) vedrebbero il popolo australiano “spinto oltre l’orlo di un abisso“. “Vorrei sottolineare” ha aggiunto Xiao Qian, “che Taiwan è la Taiwan della Cina, una parte inalienabile del territorio cinese, e questo è il prerequisito che dobbiamo tenere presente quando comprendiamo la questione di Taiwan”. Eppure ieri mattina, dopo solo mezz’ora di scrutini, il democratico William Lai così inviso a Pechino risultava già in testa con il 39,25%, seguito da Hou Yu-ih, in corsa per i nazionalisti del Kmt, tallonato infine dal terzo incomodo Ko Wen-je del Partito popolare, con una buona fetta di preferenze (29,48%). Sembra che i Taiwanesi non si facciano proprio intimidire.
Parliamo di un’isola democratica con 23 milioni di abitanti capace di spedire nel mondo il 90% dei semiconduttori più avanzati per l’industria globalizzata. E nonostante l’assillo cinese, i taiwanesi sono abituati a decenni di minacce, aerei, palloni spia, e finanche cannonate e missili in arrivo dall’altra parte dello Stretto. Ed è l’idea stessa di un’isola prospera e democratica, dove però si parla cinese, che Xi Jinping non può accettare. È questa plebiscitaria e libera partecipazione popolare ai comizi e alla democrazia che rappresenta la sfida più grande alla Cina e al suo Partito comunista, intollerante verso ogni idea che non sia dettata dal potere supremo centrale. Così, alle 9.40 di sabato, Pechino ha “avvertito” con un comunicato ufficiale: «Schiacceremo i complotti indipendentisti».
Appena vincitore, anche se provo della maggioranza operativa, Lai ha dichiarato: “Rafforzeremo la deterrenza della difesa, le capacità di Taiwan in termini di sicurezza economica, i partenariati con le democrazie di tutto il mondo e manterremo una leadership stabile e basata su principi nelle relazioni. Siamo pronti e disposti a impegnarci per dare di più alle persone su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan. La pace non ha prezzo e la guerra non ha vincitori“. Gli ha subito risposto il portavoce dell’ufficio per gli affari di Taiwan in Cina: “Questo risultato non ostacolerà l’inevitabile riunificazione“, aggiungendo che “Pechino si oppone alle attività separatiste di Taipei“.
Intanto, hurrà per Taiwan!

