Come per la morte di Bergoglio, anche per il nuovo pontificato di Prevost il nostro giornale vuol dare spazio a qualcuno che del Vaticano ne ha fatto materia di studio da anni. L’intervista che segue è la seconda che ci rilascia il professor Massimiliano Valente.
Per un agostiniano, nulla è dato al caso: la scelta del nome è una sorta di indirizzo programmatico del papato di Prevost?
Immagino che quasi nessuno avrebbe pronosticato un nuovo “papa Leone” prima dell’enunciazione da parte del Cardinale Dominque Mamberti dal balcone centrale della Basilica di San Pietro. La scelta ha, infatti, una ragione ben precisa. Leone XIV l’ha spiegata nel discorso al collegio cardinalizio del 10 maggio. Il riferimento, come era stato intuito, è a Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, l’enciclica del 1891 che affrontava la questione sociale nel contesto delle rivoluzioni industriali del XIX secolo. Il suo intento è che la Chiesa possa rispondere all’attuale, altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro. Essendo un religioso agostiniano, papa Pecci è un predecessore importante per la storia del suo ordine di cui Prevost è stato Priore Generale per due sessenni dal 2001 al 2013. Leone XIII ha aiutato a ricreare la famiglia religiosa agostiniana dopo le soppressioni e ne è stato protettore. Nel corso del suo lungo pontificato ha canonizzato importanti religiose dell’ordine come Chiara da Montefalco nel 1881 e poi Rita da Cascia nel corso del Giubileo del 1900. Occorre poi aggiungere che papa Pecci è stato arcivescovo di Perugia dal 1846 al 1877, quindi per più di trent’anni, in una terra eminentemente agostiniana.
Chi è questo papa… ne hanno già scritto e parlato abbastanza. Piuttosto, quali saranno verosimilmente i suoi propositi per il futuro della Chiesa?
Quando si cerca di tracciare il profilo di un nuovo pontefice e intuire il suo stile di governo occorre fare sempre riferimento ad alcuni dati oggettivi. La sua formazione, innanzitutto, gli incarichi svolti e i luoghi in cui ha vissuto. Per quanto riguarda Leone XIV come sappiamo ha svolto studi scientifici, insieme a quelli teologici. Si è specializzato in diritto canonico. Ha avuto ruoli di responsabilità nell’ordine agostiniano. Si è dedicato poi all’attività missionaria e poi di governo della Chiesa locale, ma non nel suo Paese, gli Stati Uniti, ma in Perù. Quindi è in grado di saper operare a contatto con mondi e culture diverse da quella di origine. Poi, chiamato a Roma da papa Francesco, ha ricoperto incarichi apicali in un dicastero pontificio, quello per i vescovi. Per riassumere si tratta di un papa “a tutto tondo”, che all’esperienza missionaria e pastorale, unisce la conoscenza del governo diocesano e della Curia Romana. Quest’ultimo elemento è di particolare rilevanza se in comparazione con il suo predecessore. Il papa può agire efficacemente, se ben coadiuvato dall’attività di dicasteri e uffici al suo servizio e a supporto nel governo della Chiesa universale in ambito teologico, diplomatico, missionario, giurisdizionale ed economico, nonché di governo dello Stato della Città del Vaticano. Dinamiche che un papa deve necessariamente conoscere, meglio se già sperimentate prima dell’elezione.
E per quanto riguarda l’ambito diplomatico, invece?
Papa Prevost ha sicuramente delle doti in questo senso, anche se non si è formato come diplomatico pontificio. Cioè non è stato allievo della Pontificia Accademia Ecclesiastica, non ha svolto il praticantato in Segreteria di Stato e tantomeno ricoperto ruoli nelle nunziature apostoliche. Sarà quindi importante capire chi sceglierà quale suo più stretto collaboratore, il Segretario di Stato e il Segretario per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, per agire nella situazione internazionale particolarmente critica ai nostri giorni. Cariche sinora ricoperte dal cardinale Pietro Parolin e dell’arcivescovo Richard Paul Gallagher, entrambi diplomatici pontifici di lungo corso e di provata esperienza. A proposito di quest’ultima componente della Segreteria di Stato, può essere utile uno sguardo al passato in vista del futuro. Due papi Leone, Annibale della Genga (Leone XII, 1823-1829) e il menzionato Vincenzo Gioacchino Pecci (Leone XIII, 1878-1903) diedero particolare risalto all’allora Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari – antesignana della Sezione per i rapporti con gli Stati – quale organo consultivo a cui sottoporre questioni di particolare interesse per la Chiesa. In particolare, Leone XIII è tra i pontefici che più si avvalsero di detta Congregazione per la ricollocazione sul piano internazionale della Santa Sede alla fine del XIX secolo. L’allora Segretario di Stato, Mariano Rampolla del Tindaro, fu poi il capostipite di una scuola di diplomatici pontifici giunta fino al pontificato Paolo VI. L’augurio è che il nuovo pontefice Leone XIV segua, in questo ambito, il solco tracciato del suo predecessore.
Il fatto che papa Prevost sia cittadino americano non sembra significare pieno appoggio agli Stati Uniti trumpiani. È così?
Riguardo ai rapporti futuri con gli Stati Uniti e con l’attuale amministrazione vorrei chiarire un aspetto peculiare della “politica estera vaticana”. Le relazioni diplomatiche della Santa Sede risentono dalla natura di tale soggetto di diritto internazionale e della sua preminenza morale nella comunità stessa. Ne sono alla base i principi cristiani di unità e concordia tradotti nelle relazioni con gli Stati e nel relativo reciproco rispetto nei rapporti fra Stato e Chiesa. Nella contemporaneità, quindi, il papa non appoggia un leader politico per simpatia o meno. Sul piano dei rapporti bilaterali, verifica la necessità di un accordo per garantire l’esercizio del credo cristiano cattolico in quel Paese. Paradossalmente, per fare un esempio, più uno Stato è lontano da detti principi e non li rispetta, più c’è bisogno di un accordo, nella fattispecie un concordato o “accordo base”. Al contrario delle relazioni fra tutti gli altri Stati, i cui trattati sono il riflesso di un certo grado di affinità politica. Sul piano multilaterale, attrae o va alla ricerca del sostegno degli Stati membri degli organismi internazionali di cui è parte, riguardo al rispetto dei diritti umani e della pace. Gli Stati Uniti in questo senso, giocando come è ben noto un ruolo primario negli equilibri internazionali, nell’ottica descritta, saranno un interlocutore primario del papa e degli organi diplomatici della Santa Sede, indipendentemente da chi sia alla guida del Paese, repubblicano o democratico. Chiaramente la nazionalità del papa favorirà le relazioni con gli Stati Uniti, soprattutto per la conoscenza diretta di quella realtà politica, sociale e, sul piano religiosa, della Chiesa locale. E anche l’attuale presidente Trump dovrà tenere in alta considerazione il fatto che il ministero Petrino è ora affidato ad un suo connazionale, valutando l’alta percentuale dei cattolici presenti negli Stati Uniti. Il papa, poi, può giocare anch’egli un ruolo di global player, ma in un senso diverso, cioè nell’esortare i leader mondiali al rispetto del diritto internazionale, al disarmo e alla ricerca dell’accordo e la pacifica convivenza tra le genti. Occorre poi ricordare che la spiritualità agostiniana ha per fonte e culmine la carità. Sicuramente Leone XIV declinerà questo importante principio anche nella sua attività internazionale.
Sempre in tema di politica internazionale, lei ritiene che vi sarà una continuità del nuovo papa col precedente?
L’ultimo messaggio di Francesco per la Pasqua e quello di papa Leone XIV nel giorno dell’elezione sono sicuramente tra loro legati per tanti aspetti. L’esortazione alla pace è presente e con forza in entrambi. Il nuovo Pontefice nel Regina Coeli odierno ha fatto riferimento alla Terza guerra mondiale a pezzi di cui aveva parlato papa Bergoglio e ripetuto il monito “mai più la guerra!”, cioè l’appello pronunciato da Paolo VI nel 1965 all’ONU. Papa Prevost ha poi nell’occasione apertamente esortato alla pace in Ucraina a Gaza e negli altri conflitti nel mondo, esprimendo poi il compiacimento per il cessate il fuoco raggiunto fra India e Pakistan. Sul piano internazionale non vi è alcun altro attore in grado di portare avanti la politica della concordia e della de-escalation come lui. Né tra le potenze mondiali, né tra gli organismi internazionali. Leone XIV, sempre nel discorso del 10 maggio al collegio cardinalizio, ha richiamato il Concilio Vaticano II e attualizzato tra i contenuti dell’esortazione apostolica Evengelii Gaudium la necessità di un dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà.
Infine, mi piace ricordare che sempre Leone XIII è rimasto celebre nella storia per la soluzione dell’annosa questione del Kulturkampf nella seconda metà dell’Ottocento, cioè della crisi nei rapporti fra Stato e Chiesa nella Prussia prima e nel Secondo impero germanico poi, di cui fu protagonista Otto von Bismarck. Papa Pecci fu poi molto stimato dal cancelliere tedesco, tanto da essere incaricato dell’arbitrato di una controversia internazionale sulle isole Caroline nel 1885 fra Berlino e Madrid. Si spera quindi che Leone XIV, come il suo omonimo predecessore, possa essere un attore fondamentale per il concorso alla pace e alla concordia tra i Paesi nel mondo.
Il professor Massimiliano Valente è associato di Storia Contemporanea presso l’Università Europea di Roma, Valente è anche docente di Storia della Chiesa moderna e contemporanea presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

