di Simona Russo.
Settantatré minuti di discorso sullo Stato dell’Unione e, ancora una volta, la sensazione è quella di sapere molto poco di più su quale Europa ci aspetti. Ursula von der Leyen ha parlato di Ucraina, Cina, clima, intelligenza artificiale, migrazione, sicurezza, materie prime critiche. Ha annunciato nuovi strumenti, nuove iniziative, nuovi framework. Ha descritto un mondo «apertamente ostile» e un’Unione che sarebbe, contemporaneamente, più forte che mai e più precaria che mai. Ma sulle grandi domande politiche che attraversano oggi l’Europa, le risposte continuano ad apparire molto meno chiare. Qual è la risposta europea alla crisi democratica che attraversa diverse delle nostre società? Come intendiamo affrontare concretamente una crisi sociale che continua ad alimentare sfiducia e disaffezione? Qual è la strategia industriale europea capace non soltanto di reagire alla concorrenza cinese e americana, ma di evitare che la deindustrializzazione diventi una condizione strutturale del continente? Von der Leyen ha riconosciuto apertamente quest’ultimo problema, parlando persino di un secondo “China shock” e definendo insostenibile un deficit commerciale con Pechino arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. Ma tra la diagnosi e la costruzione di un vero progetto industriale europeo rimane ancora molto spazio. E così, dentro un discorso molto lungo, la vera novità politica è arrivata quasi altrove. Il Canada. Von der Leyen ha annunciato di voler lavorare con il primo ministro Mark Carney per «aprire la porta» affinché il Canada possa diventare il primo “associate member” dell’Unione europea. Standing ovation dell’Eurocamera, abbraccio con Carney e grande entusiasmo. Peccato che ci sia un piccolo problema: nessuno sa ancora esattamente cosa sia un membro associato dell’Unione europea. La categoria non esiste nei Trattati. Non ne conosciamo i diritti né gli obblighi. Non sappiamo quale legislazione europea dovrebbe eventualmente applicare il Canada, quale accesso avrebbe alle politiche dell’Unione, quale sarebbe il sistema di governance né, soprattutto, attraverso quale architettura giuridica dovrebbe essere costruito questo nuovo status. Secondo Reuters, la sorpresa esiste anche all’interno dell’UE: un diplomatico europeo ha sintetizzato la situazione con una frase piuttosto eloquente, osservando che nessuno sa veramente cosa significhi questa proposta e manifestando il timore che la Commissione stia promettendo qualcosa che potrebbe poi non essere in grado di realizzare. E qui il problema non è il Canada. Anzi. Rafforzare il rapporto tra Unione europea e Canada ha molto senso. Parliamo di un partner democratico, di un alleato NATO e di un paese con il quale esistono interessi convergenti su difesa, energia, tecnologia, materie prime critiche, Artico, intelligenza artificiale e sicurezza economica. In un momento nel quale le relazioni internazionali stanno cambiando rapidamente, costruire alleanze più solide con paesi che condividono interessi e principi fondamentali con l’Europa può essere una scelta perfettamente ragionevole. La domanda è un’altra.
Perché l’Unione europea continua ad annunciare categorie politiche prima di averne definito il contenuto istituzionale? È una modalità che abbiamo visto più volte: prima si trova la formula, poi si costruisce l’architettura necessaria per renderla possibile. Quando esiste una necessità geopolitica, l’Unione dimostra improvvisamente una straordinaria capacità di flessibilità istituzionale. Ed è proprio questo che rende inevitabile guardare ai Balcani occidentali. Montenegro e Albania aspettano da anni di completare il proprio percorso verso l’Unione europea. Hanno attraversato screening, capitoli negoziali, benchmark, riforme, conditionality e continue verifiche sul recepimento dell’acquis. Naturalmente non stiamo parlando della stessa cosa. Il Canada non sta chiedendo di diventare uno Stato membro dell’Unione europea. Albania e Montenegro sì. L’Ucraina, anch’essa paese candidato, aspira alla piena adesione. Confondere i due processi sarebbe scorretto. Ma proprio perché sono diversi, la domanda politica rimane.
Che messaggio stiamo mandando ai paesi ai quali da anni spieghiamo che l’integrazione europea deve necessariamente seguire procedure rigorose, complesse e spesso lentissime, quando contemporaneamente siamo pronti a inventare una nuova categoria istituzionale per un partner strategico? Non è una questione di essere contrari al Canada. È una questione di coerenza europea. Se possiamo essere creativi quando le circostanze geopolitiche lo richiedono, forse dovremmo domandarci perché questa creatività sia stata così difficile da trovare in altri momenti e nei confronti di altri paesi.
E c’è poi un altro convitato di pietra: Washington.
La proposta arriva nel momento di maggiore deterioramento delle relazioni tra Canada e Stati Uniti degli ultimi decenni. Il governo Carney ha dichiarato di voler raddoppiare il commercio canadese con paesi diversi dagli Stati Uniti nel prossimo decennio. Ottawa sta inoltre approfondendo la cooperazione europea in settori strategici, compresa la difesa. Von der Leyen ha precisato che questa nuova partnership non sarebbe costruita «contro qualcun altro». Precisazione comprensibile. Ma quando due attori decidono di integrare maggiormente le proprie industrie della difesa, collaborare sulle materie prime critiche, costruire un’alleanza tecnologica, rafforzare la cooperazione sull’Artico e sulla sicurezza economica mentre uno dei due sta cercando esplicitamente di ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, è evidente che Washington osserverà con attenzione. Per il momento non esiste una risposta ufficiale americana alla proposta di “associate membership”. Vedremo quando arriverà. Ma prima ancora di chiederci cosa ne penseranno gli Stati Uniti, forse dovremmo chiederci che cosa ne pensiamo noi europei. Perché se “associate member” deve diventare qualcosa di più di una formula pronunciata durante lo State of the Union, le domande sono numerose. Chi decide cosa significa? Il Consiglio? La Commissione? Quale ruolo avrà il Parlamento europeo? Quali saranno i diritti e gli obblighi del Canada? Quale parte del diritto europeo dovrà eventualmente recepire? Ci saranno contributi al bilancio? Accesso al mercato unico? Partecipazione a programmi europei? Meccanismi specifici di governance? E soprattutto: una volta creata questa categoria, sarà soltanto canadese? Perché immediatamente si aprirebbe un’altra discussione. Se esiste un “membro associato”, perché non potrebbe esserlo il Regno Unito? O la Norvegia? O la Svizzera? E quali sarebbero allora i confini tra uno Stato membro, un membro associato e un partner privilegiato? Sono questioni tutt’altro che marginali. Riguardano la futura architettura dell’Europa. Ed è forse questo l’aspetto più curioso dello State of the Union di quest’anno. Davanti a un’Europa attraversata da una crisi democratica, da enormi trasformazioni industriali, da disuguaglianze sociali e da un sistema internazionale sempre più instabile, molte delle grandi risposte continuano ad apparire incomplete. Ma nel frattempo abbiamo trovato una nuova categoria. Non sappiamo ancora esattamente cosa significhi, quali regole avrà o come funzionerà. Però abbiamo già applaudito. Il Canada può e probabilmente deve diventare un partner ancora più stretto dell’Unione europea. Questa può essere una buona notizia. Ma prima di celebrare il primo “membro associato” della storia europea sarebbe forse utile fare una cosa molto meno spettacolare e molto più europea: spiegare che cosa significa.


1 commento
E’ certamente un concetto “in fieri”. E un salvagente per i canadesi.