di Savatore Sechi
Fine di un’idolatria? Per Antonio Gramsci e Piero Sraffa si può parlare in questi termini del loro rapporto rispetto alla concezione del comunismo del primo e del capitalismo del secondo in un lungo periodo di tempo.
Progressivamente il rapimento ideologico viene meno e scema oppure si rompe. Ma all’esito finale non si perviene attraverso un piano concordato e coordinato di influenze (sul piano po litico e sul piano economico) dei due autori. Malgrado l’intensità dell’amicizia,essi si muovono in grande autonomia all’interno di un progetto condiviso di contrasto al modo di produzione e di governo del capitalismo.
Per poter delineare il loro non uniforme e anzi differenziato orientamento politico e la stessa “comunicazione intellettuale”, i rapporti di Sraffa non possono essere esauriti (e neanche fatti coincidere in tutto e per tutto) nella collaborazione all’Ordine Nuovo nè nella storia del Pcd’I.
Per ragioni di sicurezza,la prima soprattutto non fu assidua, anzi assai breve. Né si può prescindere da un aspetto importante della sua personalità quale fu l’indipendenza che lo caratterizzò. Non solo nei confronti di Gramsci, ma anche del suo grande mentore, John Maynard Keynes. Sono ascrivibi a questo preminente carattere diversi episodi.
Il primo è che non si sia nè identificato e neanche lasciato coinvolgere in qualche, anche solo occasionale, solidarietà con gli esponenti della cultura anti-protezionista e liberista di Luigi Einaudi, Attilio Cabiati o Edoardo Giretti.
Se ne deve ricavare la conclusione che Sraffa non abbia mai creduto in una riformabilità o bonifica che dir si voglia del capitalismo?
Non disponiamo di scorte documentarie sufficienti per un tale giudizio, ma forse questa domanda può essere resa meno perentoria da una circostanza. Intendo riferirmi alla ripresa dei contatti con i socialisti riformisti milanesi (Nino Levi, Carlo Rosselli,Fausto Pagliari ecc.) dal 1922 al 1924.I suoi scambi e contatti con i comunisti si attenuarono probabilmente per la loro minore forza elettorale (e quindi parlamentare) e sociale nell’arginare la violenza politica messa in campo dai fascisti.
Sraffa aveva accettato, infatti, di dirigere l’ufficio del lavoro della Provincia di Milano offertogli dal presidente socialista, suo amico e compagno, avvocato Nino Levi, che avrebbe assunto la difesa legale nei processi di Filippo Turati e Gaetano Salvemini.
Un investimento fiduciario nella correzione\riforma del capitalismo venne fatto non solo da questi suoi colleghi economisti di Torino, ma anche da un protagonista del radicalismo politico quale fu fino al primo dopoguerra Antonio Gramsci.
Sraffa ha rinnovato l’interesse per gli economisti classici (in particolare David Ricardo) e per la loro impostazione esprimendo i rapporti macro-economici in una grandezza omogenea come il lavoro. Essa “offre una misura di quei rapporti che è indipendente dai mutamenti che interven gono nella distribuzione del prodotto e dai conseguenti effetti sui prezzi”.
La sua fu una contestazione sistematica dell’approccio neo-classico (da Alfred Marshall sulla teoria dell’impresa a Frederic Hayek contro la teoria dell’equilibrio finale dei mercati)secondo la quale esisterebbero meccanismi ‘sponta nei’ in grado, se lasciati liberamente operare, di regolare il funzionamento del sistema economico, in maniera da garantire un equilibrio economico ottimale.
Egli formula l’ipotesi dell’abbandono della concorrenza perfetta (pur optando ancora per il metodo dell’equilibrio economico generale) e nella prima metà degli anni Trenta sposta l’agenda degli studi verso i mercati non con correnziali.
Del marginalismo marshalliano scrisse che si trattava di “una ben nota concezione, la cui complessità tuttavia le impedisce di essere feconda, almeno nell’attuale stato delle nostre conoscenze, le quali non permettono di applicare alla realtà neanche metodi assai più semplici”.
Più incerto\opinabile è che abbia perseguito un vero e proprio disegno come quello attribuitogli dal suo allievo prediletto, Pierangelo Garegnani,di avere voluto sostituire l’impianto della teoria marginalista dello scambio e della distribuzione dominante con quella della teoria classica, ricardiana e marxiana, cioè del valore lavoro,del plusvalore e quindi dello sfruttamento.
Anche quando si può parlare di una contiguità col leader del partito comunista d’Italia (Pcd’I),non mancò una sensibile differenziazione. A qualcuna di esse nelle pagine seguenti ho inteso accennare.
Sraffa non sembra abbia mai assecondato la mitizzazione della classe operaia. L’ha rappresentata come una forza sociale preda di un grande diseguaglianza e discriminazio ne. Ma non si trovano scritti in cui la eriga, e tanto meno la mitizzi, a soggetto rivoluzionario.Nè nelle analisi delle grandi lotte operaie negli Stati Uniti e nel Regno Unito nè nell’Italia dl 1924 e della seconda metà degli anni Trenta. L’ampio arco temporale reca esperimenti come il “biennio rosso” 1919-1920 con alla testa l’occupazione delle grandi aziende metalmeccaniche e i Consigli di fabbrica; l’inversione di tendenza con lo stallo dell’Armata rossa alle soglie di Varsavia e il ricorso del fascismo al terrorismo di stato col delitto di Giacomo Matteotti, entrambi nel 1924.
Di fronte a questultimo passaggio storico la distanza di Sraffa da Gramsci fu sensibile,forse incolmabile. L’economista si schierò dalla parte dell’opposizione aventiniana(guidata dai riformisti di Filippo Turati) che chiese il ripristino degli ordinamenti e delle prassi della democrazia liberale, cioè la possibilità per i sindacati di vedersi assicura ti spazi di libertà e di negoziato per cercare di aumentare salari, occupazione, ottenere mutui per le abitazioni ecc.. Gramsci invece, al pari di Amedeo Bordiga, volle investire ancora ogni speranza nel “gover no operaio e contadino”, cioè nella ricetta dell’alternativa antifascista imposta dal Comintern.
Al di fuori delle scelte di schieramento politiche, non è irrilevante il fatto, per fare un esempio, che all’inizio degli anni Trenta egli si sia rifiutato di consegnare al Centro estero di Parigi (dive si era rifugiato il gruppo dirigente comunista) la corrispondenza con Gramsci ricevuta dalla cognata di questultimo Tatiana Schucht.
Insieme al giovane “compagno di strada” di Torino e Cambidge, anche lei-è bene tenerlo presente-ricevette dal partito comunista appena nato la richiesta di occuparsi dell’assistenza del segretario detenuto.
Lo svolgimento del rapporto fino alla morte di Gramsci nell’aprile del 1937 fu ispirato alla maggiore solidarietà e generosità possibili, ma fu dettato in primo luogo da una decisione politica. Il che spiega la natura stretta, non occasionale dei legami tra Sraffa e la Schucht da una parte, e il Pcd’I dall’altra.
Da parte loro dal 1926 in avanti, se non si può parlare di adesione, non si può neanche dire che siano stati lamentati segnali di insoddisfazione o ancor peggio di critica per le scelte politiche interne e internazionali di Mosca (come il social-fascismo alla fine degli anni Venti e l’intesa tra Hitler e Stalin nel 1939). Un comprensione che non è diverso da quello tra compagni, militanti della stessa organizzazione.
Essendo una collaboratrice, insieme alle sorelle Giulia (la moglie di Gramsci) e Genia, del servizio segreto sovietico (Kgb),l’assunzione di una responsabilità ravvicinata sulla vita di Gramsci costituiva una garanzia anche per il Komintern.
Come dire, il sospetto (e l’accusa) di eterodossia con cui Mosca dal 1926 aveva cominciato a declinare il rapporto con Gramsci e i comunisti italiani era stato assoggettato ad un minuto controllo del compagno segretario. Esploderà nel 1941 con lo scioglimento del Comitato centrale del Pcd’I e la sostituzione del segretario genera le Ruggero Grieco col missus dominicus del Comintern Giuseppe Berti. Altre sezioni subirono persecuzioni e condanne severissime (fino alla morte) dei propri dirigenti.
Quella italiana potè eccezionalmente evitarle perchè alla fine Togliatti non si lasciò dissuadere dall’obbligo di fornire alla polizia sovietica le biografie degli antifascisti emigrati in Urss per poterne punire come si deve l’eventuale scarso lealismo a Stalin e al regime di ferro e di fuoco instaurato contro nemici, dissidenti o soltanto critici.
L’attività svolta a favore e per conto del servizio segreto sovietico dei famigliari russi di Gramsci e dello stesso Sraffa (finora-bisogna dire- oggetto di un sospetto privo di prove), è un particolare citato sempre con molta (e inopportuna) cautela.
Non ci sarà, pertanto, da trarre scandalo e neanche e meravigliarsi se prima o poi venissero fuori dagli archivi sovietici eventuali relazioni di membri della famiglia Schucht (la moglie Giulia e le sorelle Tatiana e Genia) o di compagni di Gramsci, aventi per destinatari gli organi preposti alla sicurezza dell’Urss sulle posizioni politiche, notoria mente non molto ortodosse, del leader sardo.
La mancata consegna di una parte della lettere ricevute da Gramsci fu di qualche consistenza. Oltre alle due (molto importanti del 5 dicembre 1932 e del 27 febbraio 1933) il resto corrisponderebbe a “più di tre quarti delle 29 missive di Gramsci a Tatiana Schucht che si può ritenere avesse ricevuto fra la metà di aprile e l’inizio di dicembre del 1933”.
Uno dei motivi fu l’intenzione di evitare dei nuovi disastri come quelli avvenuti nei tentativi esperiti per la liberazione dal carcere di Gramsci. Non si può negare,nè prescindere da esso, il giudizio di inaffidabilità dato da Sraffa sui comportamenti avventati del Centro estero.
La corrispondenza tra lo studioso (ormai stabilitosi a Cambridge) e Tatiana Schucht confermerebbe come per tutti gli anni Trenta il tenersi a distanza, fino a limitare le comunicazioni, con i compagni del gruppo dirigente comunista italiano a Parigi, non sia stata un evento occasionale né contingente.
Fu, invece, un comportamento frutto di una grave decisione, cioè la rottura politica intervenuta tra Gramsci, la leadership italiana e il Comintern. Sraffa e Tatiana la percepirono e ne furono messi al corrente da subito. Ma non pare, almeno finora, che entrambi abbiano provveduto, violan do un rapporto fiduciario di amicizia, a informarne i rispettivi punti di riferimento, cioè i vertici del Pcd’I e il Comintern.
In questo modo nella storiografia ha potuto prevalere l’idea che ci sia stato uno “spirito di scissione” (la fine della militanza) per responsabilità esclusiva di Gramsci.
A ragione è stato rilevato come il fatto che egli “fosse il tramite tra Gramsci e il partito ha finito col farlo identifica re da molti col partito stesso”[8]. Per un altro verso si è accreditata l’opinione, non interamente infondata, che in Sraffa abbia finito per “prevalere la lealtà al partito sulla fiducia che (Gramsci) aveva riposto in lui”.
In realtà dopo la crisi economica degli anni Trenta,Gramsci porta a maggiore definizione una visione sempre più complessa e articolata del rapporto Stato-società civile nei paesi occidentali.
La molteplicità dei micro-poteri, delle autonomie, disseminate in un lungo percorso come fortezze e casematte rendevano impossibile, se non avventuristico, il colpo di mano, la conquista violenta ad opera di elites giacobine rivoluzionarie.La rifes sione sul punto di Gramsci è in controluce la fotografia del suo abbandono,con conseguente rinuncia, della teoria e della prassi leninista dell’accesso al potere mediante una conquista prevalente mente forzosa.
Di qui la sottolineatura tenace del regime sovietico che finisce per identificare in una forma di neo-bonapartismo. I materiali politici e storiografici per un anti-sovietismo (se non si amava chiamarlo anti-comunismo) erano stati ampiamente delineati dal capo della sezione italiana del l’Internazionale. Nè allora e neanche mezzo secolo dopo ci fu qualcuno in grado di raccoglierli e farne l’oggetto di una campagna di dissuasione ideologica e politica di massa.
Nel testo autografo dell’intervista resa nel 1947 per Rinascita a Paolo Spriano, Sraffa non si astiene dal diluire questo atteggiamento così come usa la cautela (giustificandola con l’assenza di fonti adeguate) nel riportare la severità del suo giudizio sui processi-farsa contro la vecchia guardia bolscevica montati da Stalin.
Resta da chiedersi anche come mai i manoscritti di Gram sci,poche ore dopo la sua morte, siano stati consegnati da Tatiana (non sappiamo se col consenso di Sraffa) alle cure dell’ambasciata sovietica. Era davvero, questo, il luogo più opportuno e sicuro per ospitare le carte di un dirigente e di un partito che erano stati più volte accusati di simpatie trotskiste, cioè di un delitto-secondo l’ordinamento sovietico-per il quale era prescritta anche la pena di morte?Se Tatiana non fosse stata reclutata dal Kgb avrebbe potuto fare una scelta diversa? Non mi pare casuale che per un lungo periodo di tempo si sia lasciata circolare la favola che la consegna fosse avvenuta presso un caveau della Banca Commerciale diretta da un vecchio amico di Sraffa come Raffaele Mattioli.
Ma anche l’esistenza di un atteggiamento filo-sovietico da parte di Sraffa non è opinabile.Non esiste un suo gesto per evitare che nella pubblicazione delle Lettere e dei Quaderni venissero compiute, non importa di quale misura e valore, censure, tagli, omissioni.
Come dire che la curatela degli scritti carcerari di Gramsci solo formalmente e solo apparentemente gli venne conferita dal Pci e fu accolta dalla casa editricedi Giulio Einaudi.
Per rimpiazzare Sraffa Togliatti si servì di uno sconosci uto senatore di Asti, Felice Platone.Da lui si fece rappresentare fino ad assegnargli il privilegio di scrivere alcune paginette(come premessa ai primi volumi dei Quaderni) in cui veniva sancita una resa di Gramsci all’ortodossia del marxismo-leninismo di rango moscovita.
Una falsificazione plateale, dunque, del pensiero di Gramsci. Tanto da spingere un dirigente di primo piano del Pci, Emilio Sereni, a prendere carta e penna (con grande profusione) per cantare le lodi di Zdanov in tema di scienza e marxismo.
Sul piano economico, Sraffa ha impostato un vero e proprio scontro con le teorie marginalistiche contestando la concezione dell’impresa e della concorrenza imperfetta) di Marshall. Ma in lui l’analisi e la comprensione dei mutamenti epocali che Gramsci riassunse nell’americanismo è rimasta una pagina bianca.

