Ancora Milano, àncora Milano.
Per anni ce l’hanno piazzata contro Roma, ai loro occhi così barocca, così eternamente ferma. Milano correva veloce, da un lato ci raccontavano che era il male, che era solo lavoro, sushi e coca, dall’altro ti dicevano “è la città dei bravi, della meritocrazia, se vali, qui puoi dimostrarlo”.
Per quanto sia facile dire ora: “lo sapevo”, Milano non è da condannare. Milano rappresenta la città che ha dato delle opportunità, che è diventata il regno del marketing dopo, ma è stata per un lungo decennio in cui questo paese sputava fuori i suoi figli più bravi e preparati e li condannava all’estero, l’ultimo argine alla disperazione per i millennial.
È stata appunto un’ancora. Nell’immaginario collettivo Milano ci ha salvato dal pensare che l’intero paese era condannato, poi il bubbone edilizio è scoppiato, ma questo era destinato a farlo già prima. Basterebbe aver leggiucchiato qualcosa di finanziaria, anche in un sala d’attesa dal dentista, per sapere che dalla bolla dei tulipani, prima o poi le bolle speculative esplodono.
Per il resto Milano porta con sé la condanna di provarci sempre, di reinventarsi, di aver fatto dello storytelling un’arte e un mestiere.
Un grande appunto va fatto proprio ai figli di quella Milano che adesso, solo adesso che loro stessi si sono ritrovati sputati fuori dalla città, ne condannano gli usi e abusi.
È come il “Prima vennero…” di Martin Niemöller, tutti contenti finché gli espulsi non erano loro. “Forse non erano abbastanza bravi a fatturare come noi”, avranno pensato davanti alle valigie e ai traslochi altrui.
Adesso tocca proprio tutti, anche le persone agiate, è come Dubai, ma con il deserto dentro.
Facile ora condannare il Sindaco, ma prima i rincari degli affitti non vi riguardavano, oppure vi siete fatti distrarre dai calzini arcobaleno. Possiamo andare con chi vogliamo, possiamo essere chi vogliamo, bellissima conquista. Ma è inutile continuare a cantare bella ciao se qui non iniziamo a riprendere dalle basi, dalle fondamenta del giusto. Totalmente inutile richiamarsi a Pertini se non sai cosa diceva quando stringendo la pipa affermava “Non c’è vera libertà senza giustizia sociale”.
Proprio Pertini ricominciò da Milano, fu lì che nel 25 aprile del 1945 proclamò lo sciopero generale.
Fu Milano a richiamare alla Resistenza.
Inutile dichiararsi antifascisti se non si applicano questi piccoli e sani principi: se non è giusto, non è giusto sia per te che per gli altri. Vale per il tetto sulla testa, vale per il diritto al lavoro, vale per i diritti civili.
Proprio pochi giorni fa è stato sfregiato il monumento a Matteotti, in particolare la scritta “uccidete me ma non uccidete la mia idea”.
Se non ricominciamo ad essere antifascisti, davvero, senza alzare i pugni inutilmente o metterci la maglietta arcobaleno o rossa, queste come tutte le altre sono e resteranno solo parole.

