Verso la fine degli anni Venti l’equazione fascismo uguale socialismo venne estesa a tutti i socialisti e non più ai soli riformisti di Turati. Tale elaborazione teorica fu imposta a tutti i partiti comunisti dell’occidente dal Comintern, indebolendo ulteriormente la lotta del movimento operaio europeo contro le destre e isolando ulteriormente i partiti comunisti.
Stato Operaio nel marzo del 1930 scrisse: “Il partito riformista e quello massimalista hanno una politica completamente socialfascista. Essi fanno una politica controrivoluzionaria…il partito comunista deve condurre tra le masse la lotta più intensa e più accanita contro la socialdemocrazia e contro ogni corrente democratica borghese o piccolo borghese”. Già nel 1924 una risoluzione del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista aveva affermato: “…i dirigenti della socialdemocrazia non sono che una frazione del fascismo che si nasconde sotto la maschera del socialismo…I Turati e i Modigliani in Italia, i Sakyzov in Bulgaria, i Pilsudsky in Polonia, i capi socialdemocratici del tipo di Severing in Germania, cooperano direttamente a stabilire la dittatura del capitale…i capi socialdemocratici di sinistra sono ancor più pericolosi di quelli di destra…”.
Le reazioni dei dirigenti socialisti non si fecero attendere. Le accuse vennero tutte respinte con forza, ma allo stesso tempo Turati, Treves, Buozzi, Modigliani cercarono di non spingersi sullo stesso piano aggressivo e denigratorio dei comunisti per lasciare aperta la porta a una possibile ricucitura nell’interesse superiore della lotta antifascista. Erano convinti che porre davanti al paese il dilemma fascismo o comunismo, significasse fare il gioco stesso fascismo da sempre impegnato a dividere il fronte antifascista interno e internazionale.
Il PCI era nella sua grande maggioranza contrario a quella direttiva imposta da Mosca ai partiti fratelli e fu uno degli ultimi ad applicarla. I dissensi interni pur non venendo esplicitamente espressi, misero in grave imbarazzo anche dirigenti del partito.
Lo stesso Togliatti per un certo periodo caldeggiò in cuor suo la volontà di resistere all’imposizione bolscevica, ma poi si adeguò acriticamente a tale volontà, arrivando ad accusare il sindacalista socialista e futuro martire dei nazisti Buozzi di essere “un mercante che patteggia con Mussolini”.
Il più moderato Tasca, in applicazione della direttiva del Comintern di espellere i dissidenti, fu il primo ad essere espulso dal partito nel settembre del 1929. Vennero poi le espulsioni di Alfonso Leonetti, Pietro Tresso e Paolo Ravazzoli. L’accusa rivolta a Bordiga fu invece quella di trotzkismo.
Era stato il VI Congresso del Comintern nel 1928 a ufficializzare questa linea politica, definendo i socialdemocratici “l’ala sinistra della borghesia” e quindi nemici del proletariato. Tutto ciò terminò, almeno ufficialmente, nel 1935.
A causa, infatti, dei suoi esiti disastrosi soprattutto in Germania, dove la divisione della sinistra favorì l’ascesa dei nazisti, il VII Congresso del 1935 la sostituì con l’opposta strategia dei “Fronti popolari”.
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Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

