Una lettura critica a partire da Diego Siragusa
di Vicky Amendolia
L’antisemitismo è una delle forme più antiche, persistenti e distruttive di “odio sociale” prodotte dalla storia europea. Proprio per questo, ogni sua manifestazione — anche quando assume forme paradossali, mimetiche o apparentemente difensive — deve essere riconosciuta e condannata senza ambiguità. Esiste, infatti, un antisemitismo che non si esercita contro gli ebrei dall’esterno, ma che prende forma dentro l’ideologia sionista ed è forse per questo meno visibile, più difficile da nominare e sistematicamente rimosso dal discorso pubblico.
Fin dai miei primi studi sulla storia e sulla politica internazionale, mi sono resa conto che l’antisemitismo non è un fenomeno confinato al passato, ma una realtà complessa, stratificata e, purtroppo, ancora attuale, capace di assumere forme sottili e spesso invisibili. La sfida più urgente consiste nel distinguere con rigore tra l’ebraismo come civiltà plurimillenaria, ricca di tradizioni culturali e spirituali, e il sionismo come ideologia politica contemporanea, nata come risposta interna all’antisemitismo europeo, ma con caratteristiche proprie e spesso pericolose. Confondere questi due piani significa non solo cancellare la pluralità storica degli ebrei, ma anche giustificare politiche oppressive in nome di un popolo.
Il filosofo, scrittore e politologo Diego Siragusa ha affrontato questa distinzione con straordinaria lucidità. Come afferma testualmente in “Dialogo impossibile con un rabbino”, «il sionismo non nasce come semplice difesa, ma come progetto politico che interiorizza schemi dell’antisemitismo europeo e li trasforma in strumenti di legittimazione statale e coloniale» (“Dialogo impossibile con un rabbino. Israele e la tragedia dell’arroganza”. Macro Edizioni, 2025). Secondo Siragusa, il sionismo mira a “normalizzare” l’ebreo secondo canoni territoriali, etnici e militari, sostituendo la pluralità dell’ebraismo diasporico con un modello unico di cittadino-stato sovranista e coercitivo. Israele, in questa prospettiva, non è uno Stato come gli altri: esso si configura come un “settler colonial state”, uno Stato di insediamento coloniale che organizza sistematicamente il controllo territoriale e la sostituzione etnica della popolazione palestinese (“Il terrorismo impunito. Perché i crimini di Israele minacciano la pace mondiale”. Zambon Verlag, 2012).
Le conseguenze pratiche sono drammaticamente evidenti. Le politiche israeliane non sono risposte temporanee a minacce contingenti, ma manifestazioni coerenti di un progetto strutturale. L’espansione degli insediamenti illegali, le restrizioni alla libertà di movimento, le demolizioni di case, le incursioni militari su civili non sono incidenti o errori: sono parte di uno, dove il diritto internazionale viene sospeso e la punizione collettiva diventa norma (“Intervista a Diego Siragusa: sionismo, suprematismo etnico-religioso, genocidio e il ‘Dialogo impossibile’.” InfoPal, aprile 2024).
L’antisemitismo riflessivo, o interiorizzato, descritto da Siragusa, si manifesta quando qualsiasi critica a Israele viene percepita come attacco agli ebrei, neutralizzando il dissenso interno ed esterno (“Il genocidio di Gaza e la fine di Israele”, Arianna Editrice, 2025). Come sottolinea Siragusa: «Chi critica le politiche dello Stato viene spesso accusato di antisemitismo, un meccanismo che impedisce ogni dibattito oggettivo e legittimo».
Altro tema cruciale è la sacralizzazione politica della Shoah. Siragusa osserva che la memoria della Shoah viene spesso strumentalizzata per legittimare politiche oppressive: «La Shoah diventa scudo retorico e morale e la sua sacralizzazione serve a giustificare azioni che, in altri contesti, sarebbero condannate come crimini di guerra». In questo modo, una tragedia universale e dolorosa viene trasformata in strumento ideologico, che rafforza la legittimità dello Stato e rende difficile ogni critica interna ed esterna.
Benjamin Netanyahu incarna questa logica strutturale. La sua politica di espansione coloniale, le punizioni collettive e indiscriminate dei palestinesi, la retorica interna e la propaganda internazionale non rappresentano eccezioni, ma manifestazioni coerenti di un progetto politico consolidato. Condannare Netanyahu è, quindi, un dovere morale e politico, così come lo è condannare chi lo sostiene, dentro e fuori Israele: governi stranieri che forniscono sostegno militare, élite politiche e finanziarie che legittimano le azioni dello Stato, media che normalizzano la guerra permanente, tutti condividono una responsabilità storica e morale.
Siragusa descrive, inoltre, il sionismo come un progetto di identità collettiva militarizzata ed esclusiva, dove il conflitto permanente diventa norma e la politica strumento di esclusione. Attacchi a civili, demolizioni di quartieri, espropri e punizioni collettive rappresentano l’applicazione coerente di questa logica. Difendere gli ebrei significa proteggere la loro pluralità, la libertà di dissenso, la possibilità di non identificarsi con uno Stato o un’ideologia politica. Tutto il resto, anche quando proclamato “in nome degli ebrei”, è strumentalizzazione.
Questa analisi si colloca in una linea critica interna al pensiero ebraico, che precede e rafforza le tesi di Siragusa.
Hannah Arendt, in “Le origini del totalitarismo”, ha mostrato come la trasformazione dell’identità in principio politico assoluto produca inevitabilmente sistemi fondati sull’eccezione, sulla disumanizzazione dell’altro e sulla sospensione del diritto. Negli scritti successivi alla nascita dello Stato di Israele, Arendt espresse una crescente inquietudine verso l’idea di uno Stato etnico e sovrano costruito in un contesto coloniale. Temette che Israele, anziché offrire sicurezza agli ebrei, li imprigionasse in una condizione di guerra permanente, fondata sulla forza e sull’isolamento, proponendo invece una soluzione binazionale come unica alternativa realmente democratica.
Martin Buber, dal canto suo, oppose al sionismo statalista una visione etica dell’ebraismo fondata sulla relazione e sul riconoscimento dell’altro. Per Buber, uno Stato ebraico costruito sull’esclusione e sulla violenza avrebbe tradito l’essenza stessa dell’ebraismo, riducendolo a ideologia di potere. La convivenza tra ebrei e arabi non era per lui un’utopia morale, ma una necessità storica ed etica.
Gershom Scholem, pur avendo inizialmente sostenuto il progetto sionista, ne colse progressivamente la deriva messianica secolarizzata. Avvertì il pericolo di una sacralizzazione del territorio e della storia che avrebbe trasformato un progetto politico in destino assoluto, rendendo ogni critica una forma di eresia e ogni violenza una necessità storica.
Isaac Deutscher, infine, definì Israele come il prodotto tragico dell’antisemitismo europeo, ma avvertì che uno Stato fondato sull’esclusività etnica avrebbe inevitabilmente riprodotto nuove forme di oppressione. La sua figura dell’“ebreo non ebreo” esprimeva la possibilità di un’identità ebraica non statalizzata, non militarizzata, capace di sottrarsi alla logica del nazionalismo.
In tutti questi autori emerge una consapevolezza comune: quando l’identità diventa assoluta e sacralizzata, la politica si trasforma in violenza strutturale. La storia recente lo conferma drammaticamente. Le guerre ricorrenti, la devastazione di Gaza, il blocco permanente, l’espansione coloniale e la repressione del dissenso interno ed esterno non sono incidenti, ma il prodotto coerente di un progetto politico che vive della sospensione del diritto.
Gli eventi degli ultimi anni, fino al 2026, lo dimostrano drammaticamente: la guerra di Gaza del 2025, l’espansione continua degli insediamenti illegali, il blocco totale di Striscia e Cisgiordania, le restrizioni quotidiane imposte ai palestinesi e le violenze durante le manifestazioni di dissenso non sono incidenti isolati, ma manifestazioni coerenti di una logica coloniale e sistematica. Ignorare questi elementi significa non comprendere la portata reale del conflitto e rimanere ciechi davanti a una logica strutturale che utilizza la memoria della Shoah come strumento di legittimazione. Comprendere l’antisemitismo riflessivo e il sionismo secondo Siragusa significa distinguere tra legittima critica e odio verso gli ebrei e difendere i diritti umani universali senza scivolare né nel negazionismo né nell’ideologia.
In questa prospettiva, è possibile osservare come la politica sionista contemporanea utilizzi strumenti simbolici, culturali e storici per consolidare il potere e neutralizzare il dissenso. Le celebrazioni nazionali, le narrazioni scolastiche e la propaganda mediatica spesso riducono la complessità storica a slogan e miti, legittimando la politica di occupazione e la repressione. Siragusa osserva che «la memoria storica diventa spesso una maschera, dietro la quale si nascondono interessi politici e militari». Questa riflessione ci obbliga a una vigilanza etica costante: difendere la memoria della Shoah significa anche opporsi al suo uso strumentale come legittimazione di oppressione.
L’analisi siragusiana dimostra, dunque, che il sionismo, l’antisemitismo riflessivo, lo Stato di eccezione permanente e la sacralizzazione politica della Shoah non sono concetti accademici astratti, ma strumenti interpretativi fondamentali per comprendere le tragedie contemporanee in Palestina. Essi ci obbligano a distinguere chiaramente tra identità ebraica e ideologia politica, a condannare Netanyahu e i suoi sostenitori e a difendere pluralità, dissenso e diritti universali. Solo così la memoria della Shoah può servire a prevenire nuove tragedie, e non a giustificarle.
Difendere gli ebrei significa difendere la loro pluralità, il diritto al dissenso, la possibilità di non identificarsi con uno Stato o con un’ideologia. Tutto il resto, anche quando proclamato “in nome della memoria”, è strumentalizzazione.
In sintesi, comprendere l’antisemitismo riflessivo e il sionismo attraverso Siragusa e la grande tradizione critica del pensiero ebraico significa sottrarre la Shoah all’uso politico e restituirla alla sua funzione più alta: impedire che nuove tragedie vengano giustificate in suo nome.

