di Vicky Amendolia (della Segreteria Nazionale di Socialdemocrazia SD)
Dal convegno di Socialdemocrazia SD sulla scissione di Palazzo Barberini un appello alla ricomposizione delle forze socialiste, socialdemocratiche e riformiste contro l’astensione e la crisi della democrazia
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C’è un momento, nella storia delle democrazie, in cui il pericolo non si presenta sotto forma di colpi di Stato o di svolte autoritarie manifeste, ma assume il volto più discreto e inquietante dell’assenza. L’assenza dei cittadini dalle urne, l’erosione lenta ma costante della partecipazione, il silenzio di chi non si riconosce più in alcuna offerta politica credibile. In Italia, da oltre trent’anni, questo silenzio cresce. E oggi l’astensione non è più una patologia marginale del sistema democratico: ne è diventata la principale forza politica.
Alle ultime elezioni politiche più di un terzo degli aventi diritto ha rinunciato al voto. Un dato impensabile nell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, dove la partecipazione elettorale superava stabilmente il novanta per cento e il voto era vissuto come atto fondativo della cittadinanza democratica. Oggi, invece, governi e maggioranze parlamentari traggono legittimazione da una porzione sempre più ristretta del corpo elettorale. Alexis de Tocqueville aveva avvertito che «la più grande malattia delle democrazie non è l’eccesso di conflitto, ma l’apatia dei cittadini». In Italia, quella malattia ha ormai assunto caratteri strutturali, trasformando l’apatia in un vero e proprio fenomeno sociale che investe le istituzioni, le forze politiche e la percezione stessa della rappresentanza.
È dentro questo scenario, e non in una dimensione meramente celebrativa, che va collocato il l’affollato convegno di Socialdemocrazia SD che si è tenuto a Roma l’11 gennaio per ricordare la scissione di Palazzo Barberini e la figura di Giuseppe Saragat. Un incontro che, per partecipazione e qualità degli interventi, ha mostrato come esista nel Paese una domanda politica latente, spesso inascoltata, che chiede rappresentanza, coerenza, visione. Non si trattava, dunque, di un semplice omaggio alla memoria storica, ma di un confronto attuale, capace di rimettere in discussione i percorsi della politica contemporanea.
La scissione del 1947 non fu un episodio minore né una contesa interna al socialismo di allora. Fu una scelta di campo, insieme morale e politica. Saragat comprese che il socialismo, se intendeva restare fedele alla propria vocazione emancipatrice, non poteva separarsi dalla libertà, dal pluralismo, dalla democrazia parlamentare. «La libertà non è un lusso della storia, ma la sua condizione», scriveva, rifiutando ogni idea di giustizia sociale disgiunta dai diritti civili e politici. In questo senso, Palazzo Barberini non segnò una frattura, ma una fondazione, un vero e proprio manifesto di responsabilità politica e di chiarezza morale.
Non è un caso che quel gesto venga oggi riletto alla luce di una crisi che non è soltanto italiana, ma europea. La dispersione delle forze socialiste, socialdemocratiche e riformiste – frantumate in sigle, associazioni, micro-partiti, culture politiche affini ma incapaci di riconoscersi in un progetto comune – ha prodotto un vuoto di rappresentanza che pesa soprattutto sui ceti popolari, sui lavoratori, sui giovani, su quella vasta area di cittadini che non si riconosce né nel populismo semplificatore né nel tecnicismo senz’anima. Questo vuoto non è una ferita puramente simbolica: determina scelte politiche deboli, governi a corto di visione, incapaci di affrontare le grandi trasformazioni economiche, sociali e ambientali.
Ed è proprio da qui che nasce gran parte dell’astensionismo. Non dall’indifferenza, come spesso si afferma con comodo moralismo, ma da una disillusione razionale. Chi non vota, nella maggioranza dei casi, non è un cittadino distratto: è un cittadino che ha concluso che l’offerta politica non è in grado di incidere realmente sulla propria condizione materiale e sociale. È il prodotto di una frattura tra politica e vita reale, tra ideali e pratiche, tra promesse e risultati. L’astensionismo diventa così il più eloquente segnale della crisi democratica, una protesta silenziosa ma chiara, una spia di allarme che riguarda l’intero sistema.
Come ricordava Norberto Bobbio, «senza eguaglianza sostanziale la libertà resta una parola vuota». Quando la politica rinuncia a misurarsi con le disuguaglianze – salariali, territoriali, educative, generazionali – perde la sua funzione storica e smette di parlare a chi avrebbe più bisogno di ascoltarla. Il risultato non è solo la sconfitta elettorale della sinistra riformista, ma l’erosione della fiducia democratica nel suo complesso. In un Paese dove crescono le disuguaglianze, dove il lavoro è sempre più precario, dove le opportunità sono diseguali, non è sorprendente che l’astensione diventi un fenomeno strutturale.
In questo quadro si colloca la relazione introduttiva di Umberto Costi, segretario nazionale di Socialdemocrazia SD, che ha avuto il merito di spostare l’asse del dibattito dalla memoria al futuro. La scissione di Palazzo Barberini è stata riletta come atto di responsabilità storica e come paradigma attuale: l’idea che il socialismo, per essere tale, debba essere democratico, europeo, riformatore. Una lezione che trova una linea di continuità ideale con Giacomo Matteotti, il quale ammoniva che «non vi può essere giustizia sociale senza legalità, né legalità senza libertà». Costi ha sottolineato come la memoria serva non a rimpiangere il passato, ma a orientare decisioni e scelte concrete oggi.
Da qui il nodo centrale emerso con chiarezza dal convegno: la necessità non più rinviabile di una ricomposizione delle forze socialiste, socialdemocratiche e riformiste. Tutti ne parlano, da anni. Tutti ne riconoscono la necessità. Eppure, sistematicamente, essa fallisce. Perché?
Le ragioni vanno dette senza indulgenza. La prima è il narcisismo politico, la difficoltà di molte leadership ad accettare un orizzonte che non coincida con il proprio perimetro personale o di gruppo. La seconda è l’equivoco identitario, per cui l’unità viene percepita come annullamento, anziché come moltiplicazione della forza politica. La terza è l’assenza di una vera elaborazione programmatica comune, sostituita troppo spesso da cartelli elettorali privi di anima e destinati a dissolversi dopo il voto.
Vi è poi una responsabilità più profonda, culturale: la tendenza a dividersi per differenze di linguaggio, di metodo, di genealogia politica, anche quando le finalità sono sostanzialmente coincidenti. Una frammentazione che appare incomprensibile agli occhi dei cittadini e che alimenta la percezione di una politica autoreferenziale, incapace di assumersi il peso della sintesi. Queste divisioni generano disillusione, alimentano sfiducia e, in ultima analisi, rafforzano forze politiche alternative che non sempre perseguono la tutela dei diritti e dei valori democratici.
Se davvero si vuole procedere verso una ricomposizione, occorre allora un cambio di paradigma. Non un’unità artificiale e verticistica, ma un modello federativo: un soggetto politico comune, nel quale le diverse forze conservino identità e autonomia organizzativa, ma condividano programma, linea politica, collocazione europea e proposta di governo. Un soggetto capace di parlare con una sola voce sui grandi temi del nostro tempo: lavoro, welfare, sanità pubblica, scuola, transizione ecologica, diritti, Europa. Non si tratta di una formula astratta: è l’unico modo per ridare significato al voto e ridurre la distanza tra cittadini e istituzioni.
Proprio l’Europa è emersa come uno dei terreni decisivi del confronto. La visione di Saragat – richiamata più volte nel dibattito – indica una direzione ancora attuale: un’Europa politica e sociale, non ridotta a mercato o a vincolo esterno; un’Europa fondata sulla sovranità democratica, sulla solidarietà tra i popoli, sulla centralità del lavoro e su un welfare capace di governare le trasformazioni del capitalismo globale. Senza questa riforma profonda, ogni progetto riformista è destinato all’impotenza. E senza un legame chiaro tra riformismo nazionale ed europeismo politico, il rischio è l’irrilevanza internazionale, la marginalizzazione nei processi decisionali continentali, l’incapacità di influire sulle politiche che determinano il futuro del Paese.
La ricomposizione del socialismo democratico non è dunque un’operazione di nostalgia, né un esercizio di ingegneria elettorale. È una risposta necessaria alla crisi della democrazia rappresentativa. È la condizione per costruire un terzo polo non centrista, ma autenticamente riformista, alternativo tanto al populismo quanto al conservatorismo, capace di restituire senso al voto. Se il vero partito di maggioranza in Italia è ormai quello dei non votanti, la sfida non è conquistare qualche seggio in più, ma riconquistare cittadini. Riportare alle urne chi se n’è allontanato non per disinteresse, ma per sfiducia. Dare una casa politica a chi non si sente più rappresentato.
Il convegno dell’11 gennaio ha dimostrato che questo spazio esiste. Ha mostrato che le coscienze non sono spente, ma in attesa. Come ammoniva Saragat, «la storia non concede molte occasioni a chi esita». Se il socialismo democratico vuole tornare a essere una forza viva, deve scegliere: continuare a dividersi in solitudini orgogliose, o assumersi finalmente la responsabilità della sintesi.
In democrazia, il silenzio non è mai neutrale. O viene ascoltato, o viene governato da altri. E oggi, più che mai, ignorare il silenzio dei cittadini significa lasciare che il vuoto sia riempito da chi non condivide né la storia, né i valori, né le speranze di chi crede nella libertà, nella giustizia sociale e nella democrazia. Divisi si scompare. Uniti, si costruisce futuro.


1 commento
Cara figlia di quel mio caro amico mi piacerebbe scambiare qualche opinione con te.. Andare a pensare che a determinare tale nefasta situazione sia l’apatia dei cittadini o che ci sia una domanda politica latente mi pare un pò fuori misura. Il popolo, e non solo in Italia, non crede da tempo nella classe politica perchè ha capito che da tale gente da sempre è derubato e reso povero. Guardiamo in che mani risiedono i tanti soldi e ci rendiamo conto come siamo nei secoli diventati poveri. I politici nel Pianeta non pensano ad assicurare il bene dei popoli ma come diventare ricchi loro alle spalle dei popoli. Vedi Russia, Cina, USA, Asia, Europa. Coloro che oggi comandano non erano prima ricchi lo sono diventati. I Paradisi fiscali sono stati inventati da loro per loro tornaconto. Un 30 per cento della popolazione mondiale è alla fame per colpa loro. E si pretende che la gente possa andare a votare tacciandoli di apatia? Proponiamo una nuova generazione politica preparata ed onesta e tutto cambierà