di Vicky Amendolia (SD Socialdemocrazia) e Letterio Grasso (Azione)
Non è il Nord che ci ruba i figli. È la nostra indifferenza che li spinge via.
C’è un rumore che nessuno vuole più ascoltare: quello delle porte che si chiudono alle spalle dei giovani che partono. Non c’è rabbia nei loro gesti, solo una dignità stanca. È la resa silenziosa di una generazione che ha smesso di credere che qui, in questa terra tanto amata quanto tradita, il futuro sia ancora una promessa e non un’illusione.
Partono senza fare rumore, e noi restiamo a contare le assenze.
Nei paesi dell’interno le scuole si spengono, nei quartieri delle città le saracinesche abbassate diventano lapidi del lavoro che fu. Le piazze, un tempo piene di vita, oggi ospitano solo anziani che discutono di pensioni e di bollette. La Sicilia si sta desertificando, non solo demograficamente ma spiritualmente: sta perdendo la propria spina dorsale.
Eppure, ciò che indigna di più non è l’esodo, ma la normalità con cui lo accettiamo.
Abbiamo trasformato la fuga in statistica, la rinuncia in abitudine, l’abbandono in rassegnazione. Ogni volta che un giovane parte, la politica parla di “mobilità”, mai di sconfitta. È l’eufemismo come terapia del fallimento.
La verità è che la Sicilia non è stata impoverita dal destino, ma dalla mediocrità di chi l’ha governata. Abbiamo politici che si pavoneggiano parlando di “autonomia”, dimenticando che lo Statuto speciale è da decenni lettera morta; che le prerogative economiche, fiscali e amministrative restano sulla carta; che l’autonomia, senza competenza e responsabilità, è solo un paravento dietro cui si nasconde l’incapacità. Seduti sugli scranni di Palazzo d’Orléans, molti dei nostri rappresentanti sembrano ignari della differenza tra governare e amministrare l’ordinario: si accontentano di distribuire fondi, di nominare “esperti”, di galleggiare nel consenso. Intanto la Regione affonda.
I numeri — che non mentono mai — parlano di una terra stanca: tra il 2023 e il 2024 quasi 270.000 italiani hanno lasciato il Paese, e oltre 30.000 di loro erano siciliani¹. La popolazione residente è scesa a 4.797.359 persone, con una perdita di 16.657 abitanti in un solo anno². La Sicilia è anche la prima regione italiana per numero di cittadini residenti all’estero: più di 826.000 siciliani sono iscritti all’AIRE³. Il 41,2% dei lavoratori dipendenti è impiegato a tempo parziale, contro una media nazionale del 27,5%, e tra le donne la quota sale al 60,9%⁴. A Messina, solo il 16% delle nuove assunzioni è a tempo indeterminato⁵, e la retribuzione media annua è di 16.506 euro, cioè circa 6.300 euro in meno della media nazionale⁶.
Dietro questi numeri ci sono vite sospese, lauree inutili, famiglie divise, e una comunità che non ha più il coraggio di ribellarsi.
Come ha ricordato Carlo Bramanti, dell’Assemblea nazionale di Ora!:
“È urgente arginare i fenomeni della dispersione scolastica e dei NEET — giovani tra i 16 e i 29 anni che non lavorano e non studiano — che in Sicilia raggiungono percentuali altissime. Oltre il 50% della popolazione siciliana non va oltre la terza media, e solo il 12% ha una laurea, contro il 18,5% della media nazionale. Bisogna mettere al centro misure a sostegno della scuola e del lavoro, e dotare i giovani che vivono realtà difficili di strumenti di inclusione per evitare che possano essere coinvolti dalla criminalità. I dati ci dicono che oltre il 37% dei NEET possiede solo la licenza elementare o media: c’è quindi uno stretto legame tra dispersione scolastica, povertà e mancanza di prospettive. Le istituzioni hanno una grande responsabilità in tutto questo.”⁷
Sono parole che inchiodano le coscienze. La Sicilia non è povera di risorse, ma di scelte. Non è priva di strumenti, ma di volontà politica.
Come ha denunciato Salvo Presti, Referente Cultura di +Europa ed ex assessore alla Cultura di Milazzo:
“A Milazzo, come in molte altre realtà siciliane, assistiamo a un’amministrazione delle apparenze: un governo del consenso più che del territorio. La percentuale di giovani che lasciano Milazzo di anno in anno aumenta sempre di più, segno di una crisi profonda che non è solo economica, ma culturale e politica. La spesa pubblica del PNRR, anziché diventare occasione di sviluppo e innovazione, è stata gestita come un bancomat politico, senza visione strategica, senza programmazione per lavoro, scuola o impresa. Mancano politiche culturali, formative e giovanili, e l’unico risultato è l’esodo dei nostri ragazzi, costretti a cercare altrove ciò che qui non trovano: opportunità, dignità e futuro.”
Parole amare, ma necessarie. Perché l’apparenza è diventata la vera malattia del potere in Sicilia: la gestione sostituisce la visione, il consenso sostituisce la competenza.
Dal territorio messinese arriva la conferma di Amedeo Gitto, segretario provinciale del PSI:
“A Messina e in particolare a Barcellona Pozzo di Gotto, la perdita dei giovani è ormai una ferita quotidiana. Ogni anno centinaia di ragazzi partono in silenzio, lasciando famiglie e comunità che si svuotano lentamente. Non è solo una questione economica: è la fine di un tessuto sociale che un tempo teneva insieme scuola, lavoro, relazioni e senso di appartenenza. Oggi si vive di precarietà, di contratti brevi, di stipendi che non consentono di progettare una vita. E quando il futuro non si può costruire, la speranza si spegne. La politica deve tornare a essere prossimità, non apparato: presenza reale nei quartieri, nei centri giovanili, nelle scuole. Bisogna rimettere al centro il valore del lavoro e della comunità, restituendo fiducia a chi non ne ha più. Senza una rigenerazione sociale profonda, Barcellona e tante altre città rischiano di diventare solo luoghi della memoria, e non del futuro.”
Tre voci, tre angolazioni, un solo grido: la Sicilia sta perdendo i suoi figli perché non è più in grado di trattenerli né di meritarli. E mentre la politica si trastulla tra nomine e slogan, l’isola che fu culla di civiltà e bellezza diventa un museo abitato da custodi senza visitatori.
Ma il problema non è solo politico. È collettivo. Perché se chi governa dimentica, chi è governato tace. Possibile che un popolo intero non senta più il bisogno di indignarsi? Possibile che si scenda in piazza — giustamente — per ogni causa internazionale, ma non per difendere il diritto a restare nella propria terra?
La Sicilia non è vittima, è complice del proprio declino ogni volta che sceglie la rassegnazione al posto della ribellione. Non servono più piani di sviluppo, ma un risveglio civile. Serve una rivoluzione culturale che rimetta al centro la dignità del lavoro, la centralità della scuola, la responsabilità della politica.
Perché non è il Nord che ci ruba i figli. Siamo noi che, con la nostra indifferenza, li accompagniamo al binario della partenza.
E finché questo silenzio continuerà, nessun treno che parte da Palermo o da Catania tornerà mai indietro.
Le dichiarazioni di Carlo Bramanti (Ora!), Salvo Presti (+Europa) e Amedeo Gitto (PSI) sono state raccolte nell’ambito del gruppo politico “Ambiti di Percorso Comune”.
Bibliografia
1. ISTAT, Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente – anno 2023, aprile 2024.
2. ISTAT, Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni – Sicilia 2023.
3. Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2024.
4. INPS, Rendiconto Sociale Regionale Sicilia 2024.
5. INPS, Rendiconto Sociale Provinciale Messina 2024; CISL Messina, Dossier sul lavoro e l’occupazione 2024.
6. ISTAT, Bes Territori 2024 – Retribuzioni lorde medie annue per regione.
7. CGIL Sicilia, Indagine 2024 su giovani, NEET e mercato del lavoro meridionale; Openpolis, Divari educativi e NEET nel Mezzogiorno, luglio 2025.

