Il governo regionale guidato da Renato Schifani è ormai assediato dalle Procure e dalla rabbia dei cittadini. Le indagini hanno coinvolto almeno diciotto tra politici e dirigenti, con accuse che spaziano dalla corruzione agli appalti truccati fino al voto di scambio politico mafioso. È un terremoto che scuote le fondamenta dell’ARS e che mette a nudo un potere che da anni si riproduce e si protegge, incurante della dignità della Sicilia. Eppure, nonostante il clamore e la gravità delle accuse, Schifani resta aggrappato alla poltrona, come se nulla fosse.
I nomi emersi dalle indagini raccontano da soli la degenerazione della politica siciliana. Totò Cuffaro, già condannato e tornato in scena come leader della Democrazia Cristiana, costretto a dimettersi dalla segreteria nazionale. Saverio Romano di Noi Moderati, Carmelo Pace capogruppo della DC all’ARS, gli assessori Nuccia Albano e Andrea Messina rimossi dalla giunta, e Alessandro Maria Caltagirone, direttore generale dell’Asp di Siracusa, autosospesosi dopo la richiesta di arresto. A questo quadro già devastante si aggiunge Gaetano Galvagno, presidente dell’ARS, il cui coinvolgimento segna un colpo durissimo alla credibilità delle istituzioni regionali: non è più solo la giunta a essere travolta, ma la stessa guida dell’Assemblea.
Nel partito Grande Sicilia, fondato da Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Roberto Lagalla, emergono l’ex assessore all’Energia Roberto Di Mauro, indagato ad Agrigento per associazione per delinquere nelle forniture pubbliche, lo stesso Miccichè accusato di peculato per l’uso improprio dell’auto blu, e Giuseppe Castiglione, sospeso dall’ARS dopo l’arresto a Catania per voto di scambio politico mafioso. La Lega e Fratelli d’Italia non sono rimaste immuni: Luca Sammartino, assessore all’Agricoltura, già interdetto dai pubblici uffici per corruzione, e Salvo Geraci, rinviato a giudizio per tentata concussione e abuso d’ufficio, accusato di aver piegato persino una processione religiosa alle logiche del potere.
Tra i nomi finiti sotto la lente delle procure figura anche Carlo Auteri, deputato regionale passato da Fratelli d’Italia al gruppo misto, è indagato per i contributi regionali destinati ad associazioni culturali riconducibili alla sua famiglia. La vicenda ha portato alla sua autosospensione dal partito, mentre la Procura di Palermo ha aperto un fascicolo per chiarire la gestione dei fondi. Elvira Amata, assessore regionale al Turismo e figura di spicco di Fratelli d’Italia, è stata raggiunta da un avviso di chiusura indagini per corruzione. L’accusa riguarda presunti favoritismi e rapporti familiari che avrebbero condizionato alcune scelte amministrative. Marco Falcone, attuale assessore all’Economia in quota Forza Italia, è stato rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sugli Interporti Siciliani Spa. La Procura di Catania ipotizza reati di corruzione e induzione indebita, in un’indagine che ha coinvolto anche l’ex vicepresidente della Regione Gaetano Armao. Infine, Gaspare Vitrano, deputato regionale di Forza Italia, è indagato per tentata violenza privata. Secondo l’accusa, insieme all’ex direttore sanitario dell’ospedale Di Cristina di Palermo avrebbe esercitato pressioni su una dirigente medica affinché si assumesse responsabilità non sue.
Storie diverse, ma accomunate da un filo rosso: il rapporto controverso tra politica e gestione della cosa pubblica in Sicilia. Le indagini sono ancora in corso e sarà la magistratura a stabilire eventuali responsabilità, ma il quadro che emerge contribuisce ad alimentare un clima di sfiducia e tensione attorno alle Istituzioni regionali.
Le opposizioni hanno reagito con durezza, presentando una mozione di sfiducia firmata da ventitré deputati. Elly Schlein ha denunciato un sistema di potere ramificato che tiene in ostaggio la Regione, mentre Cateno De Luca ha provocato chiedendo le dimissioni di tutti, accusando la mozione di essere solo propaganda. Fratelli d’Italia ha imposto la linea dura, spingendo per l’uscita dei cuffariani dalla giunta. Ma la verità è che la Sicilia è ostaggio di un sistema che non conosce vergogna: un intreccio di interessi, clientele e arroganza che resiste a ogni scandalo e che considera la politica come un privilegio personale, non come un servizio pubblico.
Schifani, invece di assumersi la responsabilità politica e rassegnare le dimissioni, ha scelto di revocare gli assessori della DC e di mantenere l’interim dei loro assessorati, annunciando una “svolta” nella gestione della sanità con una commissione esterna per selezionare i direttori generali. Una toppa che non basta a coprire la voragine di credibilità che si è aperta. Perché la decisione finale resta comunque in mano alla politica, e la politica siciliana ha dimostrato di essere incapace di autoriformarsi.
La Sicilia vive una fase di delegittimazione istituzionale senza precedenti. Gli indagati hanno diritto alla presunzione di innocenza, ma il quadro complessivo è devastante: cittadini sempre più sfiduciati, istituzioni screditate, un governo che resiste solo per arroganza e calcolo di potere. È la fotografia di una casta che si considera intoccabile, che non arretra nemmeno di fronte a scandali giudiziari, e che continua a governare come se la Sicilia fosse un territorio da spartire e non una comunità da servire.
La Sicilia non è condannata dalla magistratura, ma dalla sua politica: un potere che si crede eterno, che resiste a ogni scandalo e che continua a governare come se fosse un diritto divino. Finché questa casta non cadrà, la Sicilia resterà prigioniera della vergogna.
Angioletta Massimino

