Il dibattito ormai è scatenato e, in un paese in cui la classe politica è una somma di incompetenze, di pensieri a vanvera più che parole se ne contano a bizzeffe.
Vi risparmiamo le acrobazie che, da destra a sinistra, si fanno nel campo dei tecnicismi, che tanto le avete sotto gli occhi ogni giorno che aprite un sito di giornali on-line.
Il sodo dell’uovo è che ai magistrati della separazione delle carriere non interessa molto.
Il vero nodo della questione è l’art.4 della riforma.
La norma che introduce, per la prima volta nella storia, l’Alta Corte di Disciplina.
E già perché per una classe che non è stata mai giudicata, se non nelle dorate stanze di sé stessa, la introduzione di questo istituto suona come una deflagrazione atomica in un vulcano.
“La stessa istituzione di un giudice speciale, ponendosi in contraddizione con la regola di cui all’art. 102, comma 2 della Costituzione, suscita perplessità per le evidenti ricadute negative sul principio di indipendenza della magistratura, che quella regola è volta a salvaguardare,” tuona la Associazione Nazionale Magistrati sul suo sito.
L’eco della politica è ancora più scomposto: “Vogliono sottomettere la magistratura al potere politico”.
Questo refrain è cantato ripetutamente dal coro di una sinistra, dalla Elly a Conte a Fratoianni, che ha dimenticato troppo presto le sue origini garantiste.
Che poi diciamocelo in sincerità, o Palamara aveva detto un cumulo di fesserie e allora non andava processato, o quello che ha detto è vero e allora le commistioni tra magistratura e politica sono una realtà già consolidata da tempo nella quale è difficile capire chi è sottomesso a chi.
Ma andiamolo a vedere questo benedetto articolo 4.
I membri sono 15.
Un terzo laico, quindi 6 componenti, tutti scelti tra professori universitari in campo giuridico e avvocati di altissimo calibro con almeno venti anni di carriera così individuati:
-. 3 scelti dal Presidente della Repubblica
-. 3 scelti a sorte da un elenco individuato dal Parlamento in seduta comune.
Gli altri 9 (quindi due terzi) sono 6 giudicanti e 3 requirenti scelti a sorte, tra le loro rispettive categorie, da due elenchi di Magistrati che abbiano maturato almeno 20 anni di carriera e abbiano svolto funzioni di legittimità, cioè siano stati in Cassazione.
Il Presidente di questa commissione è votato tra la componente dei Magistrati.
Ci sembra equilibrato e non certo un mezzo per il controllo della politica.
La verità è quello che dicevamo prima e cioè che più che “questione di influenza politica” la classe dei Magistrati, Giudicanti o Requirenti che siano, mal tollera di sapersi giudicata.
Il dibattito politico poi non ha lesinato i suoi strali all’intero impianto e anche il concetto della “separazione” è stato discusso.
Ma di tante cose dette non si sono sentite le verità più vere.
La vera questione della separazione insiste nella quotidianità delle attività processuali.
Risiede nei tantissimi casi non codificati, non scritti nelle tecniche processuali in cui il Giudice è naturalmente e inconsapevolmente quanto meno velatamente ossequiante nei confronti del PM.
Sono regole non scritte secondo le quali, per esempio, completata la fase della escussione delle prove una richiesta di rinvio per l’esame dei verbali verrà sempre concessa al PM e giammai all’avvocato.
Regole non scritte secondo le quali il peso delle parole e delle tesi del PM sono tendenzialmente più credibili di quelle dell’avvocato.
Regole non scritte secondo le quali un avvocato non potrebbe mai permettersi di contattare un giudice già in camera di consiglio, mentre un PM potrebbe farlo.
E già perché, soprassedendo al racconto di una miriade di casi simili, se una delle due parti è un collega con il quale si prende il caffè insieme nelle pause, si va a cena, si festeggiano le promozioni, poi è difficile credere che in udienza quella persona sia vista sullo stesso piano di un avvocato del quale, se non sconosciuto, non si ricorda neanche il nome.
È difficile credere che non ci sia nessuna influenza psicologica.
Perché spesso gli avvocati difensori sono considerati dei perdi tempo, degli intralci al corretto funzionamento della macchina della giustizia.
E se qualcuno pensa che queste parole siano fantasie riascolti, per piacere, le parole di Davigo.
Ecco perché la separazione delle carriere è necessaria.
Perché quella parità di posizione tra accusa e difesa, che la riforma Vassalli ha voluto nel nuovo processo penale, non sarà mai appieno realizzata sino a che un Giudice potrà considerare un PM come un collega.
E questo risultato non è a beneficio degli avvocati, perché sul banco degli imputati ci vanno i cittadini.
E potrebbe andarci chiunque anche se per solo errore.


2 commenti
Grande Max, lo sai che con me sfondi una porta aperta! Un abbraccio Corrado
La riforma spiegata bene “for dummies”. Ottimo Carugno!