“Non abbiamo bisogno solo della pace tra noi, ma di costruire una difesa comune. Non si tratta di minacciare o conquistare, ma di scoraggiare qualsiasi attacco dall’esterno, spinto dall’odio contro un’Europa unita. Questo è il compito della nostra generazione“.
A dirlo fu Alcide De Gasperi. E quello non fu e non è solo il compito della “sua” generazione.
L’Europa ha le risorse demografiche, industriali ed economiche per creare una difesa autonoma e fare a meno della NATO. Il raggiungimento di questo obiettivo richiede però il superamento di frammentazioni nazionali, l’integrazione degli apparati militari e lo sviluppo di un deterrente strategico e nucleare unificato.
I pilastri su cui si basa l’autonomia europea comprendono una serie di fattori che insistono tutti su due evidenze incontrovertibili: la superiorità numerica ed economica dei popoli europei, e le Risorse Umane.
L’Unione Europea, infatti, conta complessivamente quasi due milioni di soldati attivi, superando numericamente le forze armate russe.
Inoltre, i paesi europei hanno incrementato notevolmente i budget per la difesa per colmare il divario tecnologico e logistico, con piani che puntano a mobilitare fino a 800 miliardi di euro attraverso strumenti di investimento comunitari (come il piano Readiness 2030).
E se spostiamo l’attenzione sulla base industriale e sull’autonomia produttiva, non va dimenticato che l’industria europea della difesa produce già aerei di ultima generazione, missili e sistemi di artiglieria che ci invidiano a livello mondiale.
Molti vantaggi si aggiungerebbero se sfruttassimo poi le economie di scala: unire le forze eviterebbe la costosa duplicazione dei 27 attuali sistemi di difesa nazionali, creando un Esercito Europeo integrato in grado di operare in modo rapido ed efficiente su tutti i confini.
Cruciale resta il nodo della deterrenza nucleare. Per affrancarsi completamente dall’ombrello nucleare statunitense, l’Europa dovrebbe basarsi sull’arsenale della Francia (la sola potenza nucleare dell’UE, a meno che la Gran Bretagna non decida di rientrare nel gruppo), estendendone potenzialmente la dottrina e la protezione all’intero blocco continentale.
L’evoluzione verso una sovranità strategica è ormai considerata una necessità storica dalle istituzioni europee.
L’Unione Europea tratta la difesa comune principalmente nel Trattato sull’Unione Europea (TUE), in particolare all’Articolo 42, che istituisce la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) e sancisce, al suo settimo comma, la fondamentale clausola di mutua assistenza in caso di aggressione armata.
I passaggi storici e normativi chiave includono anche il Trattato di Maastricht (1992), che ha istituito la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), gettando le basi politiche per una futura difesa comune; il Trattato di Amsterdam (1997), che ha integrato le “missioni di Petersberg” (operazioni di mantenimento della pace e gestione delle crisi), avvicinando la cooperazione dell’UE con l’Unione Europea Occidentale (UEO); il Trattato di Lisbona (2007), che ha riformato profondamente il settore rinominandolo formalmente Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) e introducendo la PESCO (cooperazione strutturata permanente) per permettere agli Stati membri di sviluppare congiuntamente le capacità di difesa.
Senza dimenticare lo storico Trattato CED (1952): ben prima dell’UE, il tentativo pionieristico di creare un esercito unico si ebbe con il trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa, che però non entrò mai in vigore, a causa della netta ostilità di De Gaulle.
Il quadro giuridico attuale impone che questa politica unitaria rispetti gli specifici obblighi di alcuni Stati membri nei confronti della NATO, e non pregiudichi il carattere peculiare della politica di sicurezza di altri Paesi. Missione impossible? No.
Bisognerebbe tornare a discutere di un aspetto centrale: quello della supremazia della politica estera sulla politica di difesa, perché la forza militare è solo lo strumento finale di una strategia politica ben concordata.
L’Unione Europea deve prima definire cosa tutelare, quali sono i suoi interessi geopolitici e quando intervenire, trovando una sintesi diplomatica tra 27 Paesi con storie e visioni diverse, prima di poter integrare i propri eserciti.
L’accordo politico è prioritario perché si tratta di stabilire chi decide l’uso della forza. Infatti la difesa comune richiede un’autorità centrale che decida quando e come mandare in missione i soldati.
Questo presuppone una visione condivisa delle minacce internazionali e degli obiettivi strategici, che è esattamente lo scopo della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC).
La difesa, del resto, è da sempre il cuore della sovranità nazionale. Gli Stati membri cedono il controllo sulle proprie forze armate solo se c’è già una totale fiducia e allineamento sulle priorità diplomatiche.
Oggi l’UE possiede già una propria Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC), che coordina missioni civili e militari all’estero e progetti industriali (es. tramite il Fondo Europeo per la Difesa e la PESCO). Innovativa e lungimirante è poi la Bussola Strategica, che è il vero passo avanti per allineare le due dimensioni (politica e militare) permettendo all’UE di agire rapidamente nelle crisi, richiedendo che la diplomazia e lo strumento militare lavorino in sinergia per proteggere i cittadini europei.
Infine, va ricordato che la necessità di una politica estera comune è un tema ricorrente nei discorsi tanto dei padri fondatori dell’UE quanto dei leader contemporanei. Tutti concordano sulla necessità di superare gli interessi nazionali per proiettare una voce forte e coesa sulla scena globale Robert Schuman disse:
«La pace mondiale non potrà mai essere salvaguardata senza compiere sforzi proporzionali ai pericoli che la minacciano».
Ancora Alcide De Gasperi sottolineò: «L’Europa esisterà e nulla sarà perduto di quanto fece la gloria e la felicità di ogni nazione. È proprio in una società più vasta, in un’armonia più potente, che l’individuo può affermarsi». Jean Monnet ammonì:
«Non ci sarà pace in Europa se gli Stati si ricostituiranno su una base di sovranità nazionale e sulla prevalenza di interessi particolari…».
Quindi, liberarsi dalla NATO per creare una Difesa Europea indipendente richiede un processo graduale da sviluppare in quattro fasi: la fusione degli eserciti nazionali, il potenziamento dell’industria bellica autonoma, la revisione del Trattato di Washington e, infine, il disimpegno progressivo dal comando integrato dell’Alleanza Atlantica.
Nel dettaglio, il percorso strategico verso l’autonomia si articola in alcuni punti chiave:
Integrazione Militare (Cooperazione Strutturata Permanente – PESCO): un accordo di difesa che consente agli Stati membri dell’Unione Europea di sviluppare congiuntamente capacità di difesa e investire in progetti condivisi;
Potenziamento del Fondo Europeo per la Difesa (FED): è necessario espandere il Fondo europeo della difesa (FED) e creare una filiera produttiva continentale autonoma, che riduca la dipendenza tecnologica e logistica dagli armamenti statunitensi;
Riforma della Cooperazione UE-NATO: un’efficace transizione implica il progressivo trasferimento delle responsabilità operative dalle strutture di comando americane a un quartier generale europeo unificato;
Revisione dell’Articolo 5: la difesa collettiva (basata sul principio che un attacco a uno Stato è un attacco a tutti) dovrebbe essere garantita interamente da un patto continentale interno all’Unione, che sostituisca l’ombrello nucleare e convenzionale della NATO con una deterrenza autonoma europea.
Questo processo richiede anni di allineamento politico, e non solo perché molti Stati membri considerano ancora la NATO il pilastro fondamentale della propria sicurezza: il dibattito è alimentato anche dalle pressioni degli Stati Uniti, che richiedono agli alleati europei di accrescere il proprio budget e le proprie responsabilità convenzionali all’interno dell’Alleanza.
Gli eventi attuali pongono l’Europa di fronte al bivio: restare controfigura a vita, o prendersi la scena. E forse i tempi sono maturi per il debutto.


2 commenti
Mi piacerebbe senz’altro che quanto detto fosse possibile, ma vedo difficoltà non da poco, dovute all’aspetto strategico di postura. Attuare un “disimpegno” della NATO indebolirebbe la postura (già in discussione da Trump) della NATO stessa mettendone in dubbio la funzionalità nel caso di una reale minaccia. In caso di una minaccia grave, chi sarebbe disposto a intervenire a fianco di una alleanza già in via dismissione progressiva? Certo non gli USA, ma forse anche altri. Questo potrebbe invitare altri ad approfittarne (inutile dire “Russia” perchè ovvio che il problema è quello).
Visto che la Russia è certamente tentata di “saggiare la coesione della NATO” tentanto di farla crollare: basta che alcuni stati importanti non riconoscano l’applicabilità del art. 5 o che venga interpretato come una contributo da dare molto lasco e sarebbe già una crisi dell’alleanza, perchè ne viene messa in discussione la credibilità. E la credibilità che genera anche deterrenza, per una alleanza difensiva è tutto.
La Nato non avrebbe più ragioni di esistere dalla fine del Patto di Varsavia.