La lapide sul lungotevere Arnaldo Da Brescia che ricorda l’assassinio di Matteotti è stata divelta.
Chi sia stato non si sa, cosa avesse nella testa invece è chiaro.
E già perché, a meno che non si voglia sostenere le tesi del solito ubriaco o della strafatto in cerca di sfoghi violenti ed eclatanti, il gesto ha un peso politico.
Ovviamente non si rifiutano le numerose manifestazioni di sdegno e solidarietà che provengono da chi socialista proprio non è, e manco di sinistra.
E quindi ben vengano le parole di Tajani, La Russa, Fontana, Giuli, (rimbomba il silenzio della Meloni).
Ma è ovvio che una questione aperta a destra rimane.
E sì perché, se da un lato c’è il tentativo dei vertici di Fratelli d’Italia di defascistizzarsi (non tutti ci riescono bene però, vedi La Russa), dall’altro c’è, e in maniera evidente, più di un substrato della popolazione destrorsa che affonda le sue radici in rigurgiti nostalgici più che palesi.
È di appena un anno fa la vicenda degli insulti alla senatrice ebrea di Fratelli d’Italia Ester Mieli, provenienti, guarda un po’, da alcune dirigenti del movimento giovanile dello stesso partito.
Abbiamo negli occhi i saluti romani ai funerali di Assunta Almirante.
Riecheggiano cupi i suoni degli ordini e dello sbattimento dei tacchi del battaglione di camerati che celebrava Accalarentia.
Insomma, che si voglia o no, tra gli aderenti a Fratelli d’Italia di neo-fascistelli ce n’è sono a iosa che si barcamenano tra slogan e saluti in evocazioni nostalgiche del Duce e del ventennio.
Quello che però davvero mette paura è la loro ignoranza.
E se dobbiamo parlare di substrati, tra quella gente, è quello culturale che manca totalmente.
E già perché, se dobbiamo parlare del nemico numero che i fascisti (neo, post, vetero, che siano), si pongono e cioè il comunismo, questi autentici analfabeti, non funzionali ma totali, ignorano che la storia di Matteotti dice cose molto importanti su questo tema.
Matteotti fu sì ucciso da una squadraccia fascista ma perché, e soprattutto chi era Matteotti.
Giacomo Matteotti era un socialista della corrente riformista.
Forse era anche più riformista di Turati.
Il punto di discrimine tra i riformisti e il resto dell’universo socialista era all’epoca, ed è sempre stato anche dopo, il rapporto con i comunisti.
Le critiche feroci dei riformisti alla interpretazione leninista del socialismo sono di vecchia data, sin da quando il socialista Mussolini, guarda caso, era invece un convinto ammiratore di Lenin prima ancora che fosse esplosa la rivoluzione russa.
E, se nel 1921 a Livorno ci fu la scissione che generò il Partito Comunista Italiano, fu proprio per il peso, il ruolo e il pensiero dei riformisti che i leninisti volevano cacciare dal mondo socialista.
E nel 1922 la seconda scissione ci fu perché i socialisti di Turati e Matteotti si opposero alla linea di Menotti Serrati di fare fronte unico con il PCI e accettarono di dialogare con gli altri partiti moderati.
Fondarono il PSU, di cui segretario fu Matteotti, e alle elezioni del 6 aprile del 1924 furono il terzo partito dopo quello dei fascisti e il partito popolare.
In quell’anno Matteotti scrisse una lettera durissima in cui si parlava di distanze incolmabili, di diversità politiche fondamentali, di impossibilità non solo di alleanze elettorali ma anche del solo dialogo per mancanza dei presupposti democratici.
Non la scrisse ai fascisti.
La indirizzò alla direzione nazionale del Partito Comunista che sollecitava un fronte unico elettorale.
E quando Matteotti pronunciò il suo famoso a fatale discorso, il 30 maggio del 1924, in parlamento era solo, solo con i suoi parlamentari riformisti, soli dal resto della sinistra che assistette in silenzio e senza partecipazione al suo intervento.
Fu ucciso appena 10 giorni dopo.
E non è un caso se, commentando il suo assassinio, Gramsci lo definì un “pellegrino del nulla” e se diciotto giorni prima dell’omicidio Matteotti, “l’Unità” insistette sulla sciagurata teoria secondo cui “social-democrazia e reazione fascista non sono altro che i due aspetti, soltanto esteriormente diversi, della dominazione della classe borghese”.
La querelle tra riformismo e comunismo proseguirà sino alla seconda metà del ‘900 con la scissione di Palazzo Barberini che diede vita al partito “saragattiano” e, circa vent’anni dopo, con la successiva svolta del Midas del 1976 quando Craxi fece il più profondo degli strappi con il mondo comunista.
E se l’arcipelago sovietico è crollato, con l’evento simbolo della caduta del Muro di Berlino nel 1989, lo si deve non certo per al ruolo svolto dalle destre europee ma per quello che da diversi anni stavano svolgendo le socialdemocrazie europee, tra cui quella italiana.
Almeno in senso politico stretto anche se nessuno dimentica quello svolto da Papa Giovanni Paolo II.
Per cui se il mantra dei fascistelli de noantri è l’anticomunismo uno dei protagonisti della lotta al fascismo, ma anche al comunismo, fu proprio Matteotti e il comunismo, nel mondo, non l’hanno certo sconfitto loro ma i socialisti riformisti.
Ma il problema è un altro.
Matteotti si opponeva a entrambi i regimi perché era un uomo libero e della libertà di pensiero, di parola, di vita ne aveva fatto l’identità della sua esistenza.
E ancora oggi il simbolo di quella libertà dell’uomo, che poi si traduce nella libertà sociale, economica, politica, a distanza di cento anni, continua a essere ancora e soltanto lui.
Tutto questo, per i neo fascisti nostrani, è intollerabile.
Perché altrimenti la sua memoria non diventerebbe il loro bersaglio.
E, nonostante gli sforzi dei suoi vertici di farla apparire come un’area democratica e libera, continua a esser prigioniera delle sue nostalgie e dei suoi totem razzisti e totalitari.
E non dite che esageriamo.
In fondo il busto del duce in casa ce l’ha La Russa, seconda carica dello stato, non il segretario del circolo di Fratelli d’Italia di Roccacannuccia.


1 commento
Matteotti aveva un dossier molto delicato riguardo a finanziamenti di una azienda petrolifera britannica.