di Vicky Amendolia.
I problemi troppo seri non possono essere affidati agli slogan e l’immigrazione è uno di questi. La scuola, forse, ancora di più. Quando poi si mettono insieme immigrazione, bambini e consenso elettorale, il rischio è che la politica smetta di governare i fenomeni e cominci semplicemente a contarne i voti.
L’Italia ha un problema reale di integrazione. Negarlo, come per troppo tempo ha fatto una certa sinistra, più preoccupata di apparire accogliente che di organizzare seriamente l’accoglienza, non è progressismo: è irresponsabilità. Un’immigrazione mal governata può alimentare, così come è stato e come è, marginalità, sfruttamento, conflitti sociali e offrire terreno alla criminalità. Accogliere senza integrare significa spesso abbandonare. E l’integrazione comporta diritti, certamente, ma anche doveri: imparare la lingua, rispettare le leggi, accettare le regole della convivenza civile, la libertà delle donne, la dignità della persona, i principi costituzionali del Paese nel quale si è scelto di vivere. Proprio perché il problema è serio, però, meriterebbe qualcosa di meglio di una gara identitaria.
Giorgia Meloni, annunciando il provvedimento sul numero degli studenti stranieri nelle classi, ha detto che non è accettabile che «in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza». È una frase che inquieta più della percentuale. Perché maggioranza e minoranza non sono categorie pedagogiche. Un bambino non apprende peggio la matematica perché il suo compagno di banco si chiama Ahmed. Può apprenderla peggio se metà della classe non comprende la lingua nella quale l’insegnante spiega. Sono due problemi radicalmente diversi.
Lo dimostra, involontariamente, lo stesso Governo. Il ministro Valditara ha infatti precisato che il tetto del 30 per cento riguarderà gli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano e non, semplicemente, chi possiede una cittadinanza straniera. Saranno esclusi dal limite, per esempio, coloro che abbiano frequentato la scuola dell’infanzia o un numero sufficiente di anni nella scuola italiana; sono previste, inoltre, deroghe e risorse aggiuntive per il potenziamento linguistico quando la redistribuzione non sia possibile. Benissimo. Ma allora il problema è la lingua, non la nazionalità. Ed è proprio per questo che le parole della presidente del Consiglio diventano ancora più discutibili. Se Ahmed è nato a Palermo, parla italiano, è cresciuto in Italia, frequenta la stessa scuola di Matteo dall’asilo e magari tifa, perfino, per la squadra di calcio cittadina e conosce il Paese dei genitori soltanto per qualche vacanza estiva, in quale preciso momento della lezione dovrebbe cominciare a far sentire Matteo «in minoranza»?
Non si tratta, peraltro, di un fenomeno marginale. Nelle scuole italiane gli studenti senza cittadinanza italiana sono circa 930 mila, l’11,6 per cento del totale. Ma quasi due terzi di loro, il 65,2 per cento, sono nati in Italia. Sono oltre 607 mila ragazzi che continuiamo statisticamente a chiamare “stranieri”, sebbene per moltissimi di loro l’Italia sia il luogo nel quale sono nati, hanno imparato a parlare, sono andati all’asilo e hanno costruito le prime relazioni sociali. Prima ancora di discutere su come distribuirli nelle classi, forse dovremmo domandarci che cosa significhi continuare a considerarli estranei.
C’è poi un particolare curioso, quasi dimenticato nel fragore della nuova battaglia politica: il famoso 30 per cento non è affatto una novità. La circolare Gelmini n. 2 dell’8 gennaio 2010 stabiliva già che gli alunni con cittadinanza non italiana non dovessero superare, “di norma”, il 30 per cento degli iscritti in ciascuna classe. E prevedeva persino che quella soglia potesse essere aumentata quando gli studenti stranieri, come spesso accade per quelli nati in Italia, possedessero adeguate competenze linguistiche, oppure ridotta quando la conoscenza dell’italiano fosse insufficiente. Sedici anni dopo siamo, dunque, ancora qui. Il che suggerisce almeno una domanda: se una regola esiste da sedici anni e non ha risolto il problema, siamo certi che trasformarla da criterio amministrativo in disposizione legislativa risolva le cause per le quali non ha funzionato?
I dirigenti scolastici hanno posto una questione molto meno ideologica e molto più concreta. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha giudicato fondata l’esigenza sotto il profilo didattico, ma ha ricordato che le scuole dell’infanzia e primarie devono accogliere innanzitutto i bambini del territorio. Se in un quartiere la presenza delle famiglie straniere è molto elevata, raggiunto il 30 per cento che facciamo? Mandiamo il trentunesimo bambino in un’altra scuola? E dove? La composizione delle classi, piaccia o no, riflette anche la composizione sociale dei quartieri. La segregazione scolastica, molto spesso, è l’ultima fotografia di una segregazione che è cominciata fuori dai cancelli della scuola.
Ed è proprio qui che i dati internazionali suggeriscono maggiore prudenza delle parole d’ordine. L’OCSE considera la padronanza della lingua del Paese ospitante fondamentale per il rendimento e per il senso di appartenenza degli studenti di origine migratoria e raccomanda valutazioni precoci delle competenze linguistiche e, soprattutto, sostegni mirati.
Il problema non è soltanto didattico né soltanto semantico. Le parole pronunciate da chi governa costruiscono rappresentazioni sociali. Dire a milioni di persone che nelle nostre scuole esistono bambini italiani che rischiano di diventare minoranza significa introdurre nell’aula una linea di confine: noi e loro. Gli italiani da una parte, gli altri dall’altra. Ed è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe fare una politica seria dell’integrazione. Il pregiudizio raramente nasce già adulto e urlante. Più spesso cresce lentamente attraverso la costruzione quotidiana delle differenze. E quando quel confine viene tracciato dall’alto, con l’autorevolezza della parola istituzionale, ciò che prima serpeggiava nelle conversazioni da bar rischia di acquistare la rispettabilità di una categoria politica.
Quasi contemporaneamente, Sergio Mattarella ha ricordato qualcosa di elementare e, forse proprio per questo, prezioso: la scuola è «la più efficace leva di integrazione» per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia da famiglie immigrate. E ha aggiunto che la scuola deve aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a unire anziché lacerare, perché il suo compito è produrre coesione sociale. Non occorre trasformare le parole del Presidente della Repubblica in una polemica che egli non ha fatto. Basta metterle accanto alle altre e lasciare che sia il lettore a cogliere la differenza tra due modi di concepire la stessa aula scolastica.
C’è poi una coincidenza temporale che sarebbe ingenuo non osservare. Roberto Vannacci ha costruito una parte rilevante della propria proposta politica sui temi dell’identità e dell’immigrazione e, commentando proprio queste misure, si è detto soddisfatto che il Governo lo abbia «seguito su questa strada». Valditara replica che il Governo non insegue Vannacci e che sarebbe semmai Vannacci a inseguire il Governo. Prendiamone atto. Resta tuttavia una domanda legittima: stiamo costruendo una politica scolastica per risolvere un problema educativo o stiamo assistendo anche a una competizione politica sul terreno identitario, mentre le elezioni del 2027 cominciano ad affacciarsi all’orizzonte? Perché se fosse la seconda ipotesi, anche soltanto in parte, avremmo scelto un terreno assai delicato sul quale disputare qualche punto percentuale: quello dei bambini.
Eppure le cose concrete da fare non mancano. Bisogna verificare all’ingresso l’effettiva competenza linguistica dei ragazzi neoarrivati, organizzare corsi intensivi di italiano, aumentare gli insegnanti specializzati, utilizzare mediatori culturali dove servono davvero, coinvolgere le famiglie, pretendere dai genitori la conoscenza sufficiente della lingua per poter dialogare con la scuola. Bisogna evitare concentrazioni ingestibili di alunni che non parlano italiano, ma anche intervenire sui quartieri nei quali la segregazione scolastica non è altro che la fotografia della segregazione abitativa e sociale. Insomma, distribuire i bisogni educativi, non le etnie.
E soprattutto bisogna avere il coraggio di uscire dalle due comode caricature che da anni avvelenano il dibattito sull’immigrazione. Non è vero che qualunque immigrazione sia automaticamente una ricchezza e che basti spalancare le porte perché l’integrazione avvenga per una sorta di miracolo multiculturale. Non avviene. Va costruita, finanziata, governata e anche pretesa. Ma non è vero neppure che l’integrazione si realizzi distribuendo gli stranieri con il bilancino affinché nessun bambino italiano abbia la sgradevole impressione di essere numericamente in minoranza.
L’integrazione non è buonismo. È anche sicurezza. Un ragazzo che conosce la nostra lingua, frequenta una buona scuola, pratica uno sport, ha amici italiani e stranieri, rispetta le nostre leggi e percepisce di avere un posto nella comunità nella quale vive sarà assai meno esposto alla marginalità di uno al quale quella stessa comunità ripete fin dall’infanzia che appartiene a una categoria dalla quale occorre difendersi. La scuola dovrebbe essere il primo luogo nel quale questa distinzione perde importanza. Non dovrebbe insegnare a un bambino a contare quanti italiani e quanti stranieri siedono accanto a lui. Dovrebbe insegnargli che quello che gli siede accanto è un compagno. L’italiano, se non lo conosce, glielo insegniamo. Le regole gliele imponiamo. La Costituzione gliela facciamo conoscere e rispettare. Diritti e doveri devono valere per tutti. Così si costruisce, forse, un cittadino.
Perché l’integrazione può fallire per molti motivi. Ma c’è un modo quasi infallibile per impedirla: insegnare a un bambino, prima ancora che abbia imparato a conoscere il mondo, che il suo compagno di banco appartiene a un altro “noi”. E quando la politica comincia a contare i bambini per stabilire chi è maggioranza e chi è minoranza, il problema non è più quanti stranieri ci siano in una classe.
Il problema è quale Paese vogliamo costruire insegnando ai bambini a dividersi.


1 commento
Sull’inizio di queste righe troviamo scritto che l’Italia ha un problema reale di integrazione, negato per troppo tempo da una certa sinistra, e vediamo altresì aggiunto che “un’immigrazione mal governata può alimentare, così come è stato e come è, marginalità, sfruttamento, conflitti sociali e offrire terreno alla criminalità”, nel senso che si ammette l’esistenza di due “criticità”, peraltro affatto insignificanti, alle quali non si riesce tuttavia a dare concreta e convincente risposta (almeno è questa l’impressione che traggo nel leggere il prosieguo del testo).
Sta bene che i dati internazionali suggeriscano maggiore prudenza delle parole d’ordine, ma se anche il “presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha giudicato fondata l’esigenza sotto il profilo didattico”, significa a mio modesto avviso che la questione va comunque e in qualche modo affrontata, e se dopo sedici anni una circolare non ha dato i risultati attesi, oltre al pensare che non sia questa la strada da seguire ci si potrebbe pure chiedere se la circolare avesse casomai eccessivi margini di discrezionalità (che non sono invece presenti in una legge).
Anche in questo delicato ambito mi par di ritrovare il “metodo” degli inossidabili antimeloniani che, cambiando campo, riconoscono la necessità di regolamentare i flussi migratori, non essendo in grado il Belpaese di accogliere tutti, ma non sanno però dire come doversi procedere, e l’unica soluzione da loro sinora proposta si traduce di fatto, se non sbaglio, nella generale regolarizzazione di chi ha varcato i nostri confini, e probabilmente, viene da supporre, di quanti continueranno a farlo e per i quali l’eventuale “respingimento” trovasse impedimenti.
L’ideale sarebbe di certo l’includere piuttosto che l’escludere, ma la seconda evenienza, o quasi, si è già verificata nel passato, vedi ad es. la liberalizzazione degli accessi all’Università salvo poi ricorrere al “numero chiuso”, o l’dea del “sei politico” che credo poi abbandonata, così come capita di vedere meccanismi selettivi in differenti settori, pur se la questione diviene effettivamente più delicata allorché si tratti di bambini e adolescenti (vedi il caso di chi fra loro non usufruisce della mensa scolastica, o non va in gita, perché i genitori non possono sostenerne i costi).
Il tema non è semplice, ma continuo a pensare che la Scuola privata paritaria, parificata alla pubblica anche per i costi (alla stregua della Sanità privata convenzionata), possa rappresentare l’alternativa percorribile per quelle famiglie che vogliono poter decidere il modello educativo-didattico cui affidare i propri figli, e ritengono semmai che non sia giusto togliere i nostri simboli religiosi nelle classi, per rispetto ad altre culture, mentre ci saranno famiglie che, diversamente dalle prime, continueranno probabilmente a scegliere il modello scolastico col più ampio multiculturalismo.
Paolo Bolognesi 26.09.2026