La crisi della scuola italiana viene dall’autonomia scolastica, anno 2000. Siamo sicuri? A Bari c’era una scuola che negli Anni ’60 era frequentata dai cosiddetti “figli del boom economico”, fortunati o meno che fossero. Ora si trova una scuola d’élite, definita “un’eccellenza”, di quelle dove la vita è difficile per chi ha problemi di rendimento o disciplina. È indubbio che esistono in Italia scuole di serie A e di serie B; ma il fenomeno non è recente, e questo non è l’unico frutto del declino di una scuola democratica che di certo ha vissuto momenti migliori.
Quando parliamo di sistema scolastico, e della sua evoluzione, non possiamo dimenticare la persistenza delle disuguaglianze sociali e del loro moltiplicarsi. Le ragioni vanno ricercate in tre meccanismi principali: la progressiva stratificazione dell’intero sistema; la meritocrazia solo individuale; la persistente discriminazione. Stratificazione significa che più masse di studenti ha accolto l’istruzione, più i percorsi di studio sono cresciuti verso l’alto (lauree magistrali, master, dottorati ecc.), differenziandosi in ambiti disciplinari e indirizzi più o meno appetibili, ma tutti con disuguali ritorni sia sociali che occupazionali. La meritocrazia individualistica, poi, è quel malvezzo per cui si attribuisce solo e soltanto ai singoli soggetti la responsabilità di fare del loro meglio con le risorse a disposizione, e questo non fa che peggiorare le disuguaglianze sociali e familiari. Così si arriva alla discriminazione, meno palese rispetto a 40 anni fa ma di certo più radicata.
Inutile piangere sul latte versato, però possiamo (e dobbiamo) partire da qui per riprendere il cammino di democratizzazione della scuola, che di certo concluso non è, e che nessuno può permettersi di lasciare al caso. Noi meno di altri.
Sarebbe errato limitarsi a concentrare gli sforzi sulla sola correlazione tra disomogeneità del sistema di istruzione, legge sull’autonomia scolastica (2000) e istituzione dell’Invalsi (1999); tantomeno, non va messo in secondo piano l’impatto della mancata riforma dei cicli, quella di fatto varata nel 2000 ma poi abrogata e sostituita dalla riforma Moratti 3 anni dopo. Di certo non abbiamo elaborato il lutto dell’autonomia scolastica, ma al contempo non abbiamo neanche affrontato il nodo della sua incompleta applicazione, né la criticità della sua sostanziale inefficacia. Uno dei tratti distintivi del nostro sistema scolastico è la gestione centralizzata dei processi, che risulta appena scalfita dalla legge sull’autonomia. Esempio? Ancora oggi l’edilizia scolastica è sotto l’esclusiva competenza degli enti locali, la cui disponibilità finanziaria dipende (lo sappiamo) dalle decisioni della maggioranza parlamentare, il cui personale fa però capo al MEF e alle Ragionerie territoriali dello Stato. Che gran puzzle di responsabilità!
L’autonomia decisionale sembra limitata a questioni didattiche e organizzative, e questo ha portato una certa flessibilità nel perseguimento dei risultati, che si è poi tradotta in una grande variabilità degli esiti di apprendimento degli studenti. Proprio grazie alle rilevazioni dell’Invalsi, integrate con le informazioni fornite dall’OCSE, è possibile rilevare un problema strutturale enorme. Problema che non è solo di declino o perdita delle competenze, ma di persistenza delle disuguaglianze e della segregazione (sociale e di genere). Senza dimenticare che i livelli più bassi di competenza risultano concentrati nelle scuole di certi quartieri, o di certe regioni e, soprattutto, in specifici ordini di scuola.
Quindi, tornando alla questione delle scuole di serie A e di serie B, sarebbe più interessante confrontare gli studenti del primo biennio di un liceo classico del centro di Bari con quelli di un primo biennio di un istituto professionale di Cosenza, o di Bergamo, e comparare alcuni dati trasversali (voto in uscita dell’esame di Stato, consiglio orientativo, background socio-economico familiare, quartiere di residenza, livello di istruzione dei genitori). Poi potremo ragionare su come funziona davvero oggi la scuola italiana.
L’analisi confermerebbe la necessità di attribuire più peso non alla legge sull’autonomia, ma a quella mancata riforma dei cicli che di fatto avrebbe cambiato in modo davvero più radicale l’intero sistema: sette anni di ciclo primario (o di base) dai 6 ai 13 anni, e altri cinque di ciclo secondario dai 13 ai 18, con l’obbligo scolastico fissato a 15 anni. Tutti gli istituti di istruzione secondaria di II grado avrebbero dovuto assumere la denominazione di licei, articolati nelle aree classico-umanistica, scientifica, tecnica e tecnologica, artistica e musicale. Come si reagirebbe oggi di fronte a questa proposta? Quali effetti potremmo ottenere sulla segregazione e sulla riproduzione delle disuguaglianze? Saremmo in grado di realizzare dei bienni comuni che consentano di transitare da un’area all’altra, e non solo di “cadere” dai licei di serie A a quelli di serie B (se respinti), oppure dai licei ai tecnici, o dai tecnici ai professionali? Potremmo immaginare una scuola capace, nei primi 10 anni, di tenere insieme studenti di diversa provenienza sociale e linguistica, per poi consentire loro di distribuirsi in orizzontale sulla base delle rispettive scelte? La desideriamo, questa scuola, o preferiamo pensare che sia meglio continuare come abbiamo sempre fatto, nonostante un mondo profondamente diverso?
Perché, nonostante l’autonomia, le scuole continuano a pensare ai programmi scolastici solo in termini prescrittivi? E perché i docenti continuano a votare regolamenti interni con forme di valutazione che loro stessi ritengono inadeguate e vessatorie? Perché non auspicare nuove alleanze territoriali tra enti locali e scuole, affinché il potere statale possa riguadagnare tutto il terreno perso? La scuola non è uno strumento di omologazione o di asservimento a quello stesso potere. La scuola non è un’istituzione totale, ma un servizio pubblico territoriale di base, che per funzionare ha bisogno di relazionarsi con la comunità.
Quindi la domanda delle domande è: cosa possiamo fare oggi per garantire un’effettiva ed efficace autonomia alle istituzioni scolastiche? Ferma restando l’esigenza di garantire uguali risorse a tutto il territorio nazionale, se il punto di partenza dei diversi territori è disomogeneo, non per questo bisogna smettere di intendere la Scuola come istituzione democratica. Significherebbe negare che la scuola è sempre e comunque un contesto di relazione, fortemente ancorato alle realtà esterne.
Per realizzare qualsiasi cambiamento dal basso, come voleva Pietro Nenni, occorre avere fiducia nelle potenzialità degli individui e nella forza della cooperazione. I tempi sono maturi per farlo.


2 commenti
La scuola non si riforma cambiando le etichette, ma provvedendo alla ri-qualificazione degli insegnanti. Un* student* non si emancipa se invece di chiamarlo student* lo chiamo liceale…
Assolutamente d’accordo. Questo è solo il primo di una serie di articoli che proporremo sul tema. Grazie per il suo prezioso contributo, davvero.