Mentre Forza Italia galleggia come una sorta di yes party, che da un lato ha il terrore di inimicarsi la premier e il partito più forte, e perdere i posti di governo, e dall’altro vuol dare a vedere che ogni tanto sa alzare la voce (ma non più di tanto e senza fare danni) in una sorta di cerchiobottismo di maniera secondo il Tajani style, la Lega é più selvaggia, meno tattica, abbaia e a volte morde pure, non forte, ma abbastanza per far sentire i denti.
La tattica è quella del baratto, io do una cosa te e tu dai una cosa a me, o del ricatto, ti do se mi dai.
Questa volta lo scambio é autonomia regionale – presidenzialismo.
E così con questo canovaccio la autonomia differenziata, scritta e voluta soprattutto da Calderoli approda al rush finale e troverà al traguardo a festeggiarla, con pon-pon e piume, Luca Zaia, novello cheerleader della politica nostrana.
Stamani infatti è stato fissato il vertice nel quale Calderoli vedrà se verranno messi a tacere i forti malumori di Fratelli d’Italia per i quali approvare un regionalismo hard, in cui ogni Regione può decidere di gestire da sé una o tutte le 23 materie devolvibili, è una eresia difficile da accettare per il timore di penalizzare il Sud dove il partito della premier ha la sua roccaforte.
“Del resto”, dirà Calderoli, “se tra qualche mese volete il premierato… “ e intelligenti pauca.
Della autonomia differenziata, su queste colonne, ha già scritto Giovanni Crema.
In buona sostanza non è altro che il riconoscimento, da parte dello Stato, dell’attribuzione, a una regione a statuto ordinario, di una autonomia legislativa sulle materie di competenza concorrente e in tre casi di materie di competenza esclusiva dello Stato.
Insieme alle competenze, le regioni possono anche trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più distribuito su base nazionale a seconda delle necessità collettive.
Ma i meloniani sono in agguato e lo sgambetto è proprio dell’emendamento-cacciavite, presentato da Andrea De Priamo, Marco Lisei e Domenica Spinelli, che punta a rendere concreta la sbandierata unità del Paese, prevedendo che le risorse messe a disposizione assicurino i medesimi Lep sull’intero territorio nazionale al fine di scongiurare disparità di trattamento tra Regioni.
Alberto Balboni, il presidente meloniano della commissione Affari Costituzionali, ha calato il carico da novanta: “Prima i Lep, se no non se ne fa nulla”.
I livelli essenziali di prestazioni, conosciuti come Lep, (che in base alla Costituzione tutelano i “diritti civili e sociali” di cittadine e cittadini) sono uno dei punti più contestati della proposta.
Secondo l’emendamento l’entità di questi finanziamenti andrebbe stabilita prima delle richieste di autonomia, in modo tale da avere chiaro di quante risorse ha bisogno ogni regione richiedente, per garantire lo stesso livello di servizi su tutto il territorio nazionale.
Perché secondo il disegno di legge, che dà al governo un anno di tempo per decidere sui Lep, le regioni potranno formulare un’intesa anche senza il decreto del presidente del Consiglio (che dovrebbe stabilirne l’entità dei finanziamenti) distribuendo così le risorse in base alla spesa storica delle regioni nell’ambito specifico in cui si chiede l’autonomia.
Ed è questo il punto al centro delle contestazioni, e che giustifica il termine di “secessione dei ricchi”, perché assicurerebbe maggiori finanziamenti alle regioni del Nord, in quanto hanno più risorse e una spesa storica più alta, e meno a quelle del Sud, dove ci sono meno risorse e quindi una spesa storica più bassa. In questo modo, si accentuerebbero ancora di più le disuguaglianze tra i due estremi del paese.
Il braccio di ferro è appena iniziato e, comunque si risolverà, sarà un’altra crepa tra Lega e Fdi che segue quelle dovute alle differenti strategie sull’Europa o sul Mes.
Ma il vero punto di scontro si vedrà dopo le elezioni europee e sulla base dei loro risultati.
Da qui a giugno 2024, ne vedremo di belle, anche se emergono, in tutto il contesto padano, forti dissensi imprenditoriali rispetto alle posizioni di Salvini considerate autodistruttive e foriere di disastri economici e finanziari.
Il fatto è che l’azzardo di Salvini punta sul rosicchiare potere politico specie in Padania, la roccaforte dove però si indebolisce giorno dopo giorno, con il sostegno ufficiale e non ufficiale di Putin e anche su questo la nuova veste europeista di Giorgia Meloni è fonte di contrasto.
Ma a maggio manca poco. Vedremo come andrà a finire.
Nel frattempo Forza Italia trema, con i sondaggi al lumicino rischia l’estinzione o di essere Renzizzata.
Auguri.

